Le opere di don Didimo Mantiero



Nella seduta del Consiglio delle Opere che si è tenuta martedì 9 maggio c'è stato il passaggio di testimone della presidenza tra Gabriele Alessio, che ha guidato il Consiglio dal 2013 ai primi mesi di quest'anno, ed il suo successore Roberto Maso. Un passaggio un po' singolare, come ha ammesso con un sorriso lo stesso Maso: "sembrerebbe quasi che i ruoli si siano invertiti, visto che a suo tempo sono stato io a passare a lui il testimone come sindaco del Comune dei Giovani".
Nella sua prima seduta da presidente, Roberto ha voluto ringraziare tutti per la fiducia accorda
tagli e ha voluto esprimere due sottolineature importanti. La prima ha riguardato il senso di riconoscenza. Nel nostro movimento, ha spiegato, "ho trovato famiglia, formazione, educazione. Voglio interpretare quindi questo impegno come modo per 'restituire' tutto ciò che di bello e importante ho ricevuto".
In secondo luogo, Maso ha voluto evidenziare quanto sia determinante il senso di responsabilità che l'esperienza associativa fa maturare: "in questi anni ho vissuto tante esperienze esterne nel mondo della pallavolo e posso assicurare che lavorare come responsabile al di fuori aiuta molt
o a rendersi conto di quanto sia preziosa questa realtà".
"
Se una cosa è importante dobbiamo metterci del nostro per preservarla. Lavoriamo insieme e facciamo squadra tra noi e tra giovani e adulti".
"In queste settimane - ha concluso - ho toccato con mano che le tante persone che mi hanno espresso la loro vicinanza lo facevano non per me, ma perché riconoscevano il ruolo del CdO come custode dell'eredità spirituale di don Didimo".
Al termine della riunione c'è stato il doveroso momento di festa per l'ex-presidente: una bella bottiglia e una torta confezionata apposta per l'occasione e un regalo speciale: l'ultima edizione di Inferno, Purgatorio e Paradiso della Divina Commedia con una dedica speciale da parte dell'autore Franco Nembrini.



Il mensile Il Timone e la Scuola di Cultura Cattolica sono lieti di invitare la cittadinanza a «La Santa Inquietudine», un fine settimana di incontri aperti a tutti con la presenza di ospiti e relatori. Gli incontri, promossi anche dalla Fondazione Banca Popolare di Marostica – Volksbank e patrocinati dal Comune, si terranno tutti presso la chiesa di San Giovanni (in piazza Libertà a Bassano) venerdì 5, sabato 6 e domenica 7 maggio.

Il primo appuntamento sarà venerdì 5 maggio alle ore 20:30. Dopo il saluto del sindaco di Bassano Elena Pavan, quello della presidente della Scuola di Cultura Cattolica, Francesca Meneghetti e del direttore delTimone Lorenzo Bertocchi, ci saranno gli interventi di Hoara Borselli, Raffaella Frullone, Maria Rachele Ruiu, Maria Giovanna Maglie e suor Anna Monia Alfieri che si confronteranno sul tema «Si può dire donna?».

Il secondo incontro si terrà sabato 6 maggio alle 16:30, con interventi di Marcello Foa – docente, scrittore e già presidente della Rai –, don Ambrogio Mazzai – sacerdote, scrittore e influencer – e il giornalista Giulio Meotti, che affronteranno il tema: «Oltre la cultura dominante».

Il terzo incontro si terrà sempre sabato alle 20:30 e, con il titolo«Come se Dio ci fosse», vedrà gli interventi di Gaetano Quagliariello, docente già Ministro e presidente della Fondazione Magna Carta, Mauro Mazza, giornalista già direttore del Tg2 e di Raiuno, e Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri.

Domenica 7 maggio alle 11:30, a conclusione della manifestazione, ci sarà la Santa Messa presso la Chiesa di San Francesco di Bassano, che sarà celebrata dal Patriarca di Venezia S.E. mons. Francesco Moraglia.



Roberto Maso è il nuovo presidente del Consiglio delle Opere don Didimo Mantiero
. Dopo i due mandati di Gabriele Alessio, è il suo il nome che lo stesso Consiglio, riunitosi ieri sera, ha individuato all’unanimità per guidare il nostro movimento per i prossimi cinque anni. Classe 1956, Roberto è da sempre parte della nostra realtà, essendo stato nel tempo sindaco del Comune dei Giovani, presidente della Pallavolo, segretario della Scuola di Cultura Cattolica. È stato anche il primo delegato dell’allora presidente Sergio Martinelli all’interno del Consiglio direttivo del Comune dei Giovani.

Per tanti anni ha portato il suo impegno anche al di fuori delle Opere all’interno della Fipav (la Federazione italiana pallavolo), svolgendo prima l’incarico di Presidente provinciale e poi di Presidente regionale, ruolo che ricopre ancora oggi.

“Nel nostro movimento, prima da ragazzo e poi da adulto, ho imparato che cos’è la responsabilità ed è stato un piacere rendere testimonianza di questo nelle varie ‘chiamate’ che ho ricevuto anche in ambienti diversi da questo, come ad esempio quello sportivo”, è il suo commento. “Oggi mi viene chiesto di svolgere un compito per il quale forse non ci si sente mai abbastanza adeguati, perché vuol dire raccogliere l’eredità del nostro maestro don Didimo. Sono però convinto che sia importante rispondere affermativamente anche a quest’altra grande chiamata, che certamente mi onora e per la quale chiedo aiuto e collaborazione a tutti, agli amici, alla famiglia e al Signore e a don Didimo affinché ci assistano dall’alto”.



Il prof. Stanislaw Grygiel è tornato al Padre. Lo vogliamo ricordare con poche ma sentite parole perché era, oltre che un docente innamorato della Verità, un caro amico che con la Scuola di Cultura Cattolica prima, e con tutte le altre Opere legate a don Didimo Mantiero poi, aveva un legame profondissimo che coinvolgeva anche la moglie Ludmila: è di quest'ultima, infatti, il testo che porta la prefazione dell'allora cardinale Joseph Ratzinger e che parla de La Dieci di don Didimo.
Cittadino onorario del Comune dei Giovani e per lungo tempo membro della giuria che assegna il Premio Cultura Cattolica, Stanislaw Grygiel aveva tenuto negli ultimi anni due conferenze a Bassano per la Scuola: nel maggio del 2015 aveva parlato di famiglia ("La missione della famiglia e le sfide del nostro tempo") e più di recente, nell'ottobre del 2019, con una lectio magistralis era intervenuto sul tema "Europa: rinascita o morte?".
Ogni occasione di incontro con lui e con Ludmila (nella foto la cena post-conferenza del 2019) era non solo un momento di ritrovo con amici fraterni, ma si trasformava per noi tutti in un momento di lucidissima analisi del presente, delle sue sfide e del compito a cui siamo chiamati come cristiani.
Accompagniamo nella preghiera Ludmila e i figli, ai quali vanno le sentite condoglianze di tutte le nostre Opere, e siamo immensamente grati alla Provvidenza per aver generato tra noi e il prof. Grygiel un'amicizia che affondava salde le sue radici nell'amore per la Verità.
La S. Messa funebre sarà celebrata  nella chiesa di Santa Maria in Traspontina giovedì 23 febbraio alle 15. Come Opere don Didimo Mantiero lo ricorderemo nella S. Messa comunitaria di giovedì 2 marzo alle 20.30 presso la chiesa delle Sacramentine a Bassano.




Giovedì 26 gennaio una delegazione delle Opere don Didimo Mantiero, accompagnata da don Giuseppe Bonato, è stata ricevuta in udienza dal Vescovo mons. Giuliano Brugnotto, insediatosi da poche settimane a capo della Diocesi di Vecenza.
È stato un incontro molto cordiale durante il quale i nostri rappresentanti hanno presentato le iniziative e la natura dell'impegno di tutte le associazioni che compongono la grande realtà ispirata a don Didimo.


Sono ufficiali i turni del prossimo campeggio estivo dei ragazzi del Comune dei Giovani, e a breve verranno comunicate le date per effettuare le iscrizioni.
Per informazioni su qualsiasi cosa, è possibile rivolgersi ai contatti indicati nel volantino allegato.


Lunedì 6 febbraio riprenderà l'attività della Scuola di Cultura Cattolica con un appuntamento che avrà come ospite Lorenzo Bertocchi, giornalista e direttore del mensile Il Timone.
L'incontro avrà come tema "Benedetto, Francesco. L'oggi e il domani della Chiesa" e si terrà, come di consueto, alle 20:00 presso la sala riunioni dell'Hotel Palladio a Bassano.




Ieri mattina, domenica 1 gennaio, come da tradizione un gruppo di amici si è recato in pellegrinaggio alla statua della Madonna sul monte Caina per mettere nelle Sue mani l'anno appena iniziato. Tra le intenzioni, un pensiero è stato rivolto alla nostra Compagnia, ai giovani, alle famiglie e alle persone ammalate.
Un momento particolare è stato dedicato alla memoria del Papa emerito Benedetto XVI, che aveva conosciuto e apprezzato il pensiero e le opere sorte dal carisma di don Didimo: "Al fascino e alla vitalità di queste associazioni potrà difficilmente sottrarsi chi le incontra. Qui non c’è nulla di stravagante, nulla di forzato, nessun accanimento ideologico; qui c’è la gioia cristiana e dalla gioia e dalla forza del vangelo deriva l’impegno umano", scriveva nella prefazione al libro La Dieci di Ludmila Grygiel. E ancora, in un suo volume successivo, descriveva il nostro fondatore come "uno dei più umili e nella sua umiltà più grandi parroci del nostro secolo".
Nel 1989 l'allora cardinale Ratzinger era stato ospite a Bassano per una conferenza e successivamente - nel 1992 - per ricevere il Premio Internazionale Cultura Cattolica.

In tanti anni di amicizia, egli non ci ha mai fatto mancare il suo sostegno e la sua vicinanza, come ha sottolineato il presidente del Consiglio delle Opere Gabriele Alessio: "Il card. Ratzinger è stato un amico che ci ha incoraggiato, che ci ha sempre manifestato la sua stima e una presenza su cui abbiamo potuto contare nei momenti di difficoltà".
Grazie, Santità.

Avvento è attesa di Uno già presente. È questo il tema che ha affrontato don Guido Randon nella sua riflessione durante il ritiro di Avvento che le Opere don Didimo Mantiero hanno proposto ai propri responsabili sabato 10 dicembre.

“L’Avvento non è un’attesa vaga e immaginaria”, ha esordito don Guido. La parola “attesa” ha un significato profondo, indica l’accorgerci di una presenza. È con questo atteggiamento che va vissuto il periodo che ci porta al Natale, e non con l’idea che – siccome si dice che a Natale siamo tutti più buoni – “basta fare una buona azione e poi dal giorno dopo è tutto come prima”.

“Cristo è già tra noi, dobbiamo prepararci come ad un compleanno di una persona amata, ma che è presente!”. L’attesa di questo incontro è ciò che giustifica l’impeto del nostro cuore, che non attende qualcuno se non lo ha già incontrato, lo stesso impeto che Cesare Pavese registrava scrivendo nei suoi diari «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (Il mestiere di vivere) “In fondo – ha commentato don Guido – l’attesa del cuore è che il Signore venga, che venga Colui che lo ha creato per dargli definitiva pienezza”.

Come vivere l’Avvento, quindi? Anzitutto, con una affezione a Cristo. “Non dobbiamo parlare di Lui in modo ideologico, ma guardando alla realtà: siamo amati", ecco l’affezione a Cristo. Il bisogno di essere amati è l’unico bisogno in cui tutto si riassume, ha ribadito: “la coscienza di essere amati definisce il nostro io.” Ma essere amati non significa solamente avere qualcuno che ci vuole bene. È necessario prima di tutto avere coscienza che “è accaduto un fatto nella storia: il figlio di Dio si è fatto carne, è morto, risorto e vive tra noi.” Egli ci ama non perché siamo bravi o coerenti, ma per Sua libera e gratuita iniziativa. “Non cediamo alla tentazione di pensare di non essere adeguati”, ha sottolineato, “è Gesù che ci chiede di seguirlo anche assumendoci delle responsabilità.”

Un secondo fattore per vivere bene l’Avvento è la preghiera. In essa, è fondamentale la memoria, che però non è un semplice ricordo, è un impegno del cuore. “Non posso dimenticarmi di essere amato. Tutta la liturgia della Chiesa è una memoria, è il cuore che mendica quella presenza.”
"La memoria che si fa preghiera – ha aggiunto – trasforma i rapporti in preghiera.”

Infine, serve la consapevolezza che essere amati “è un fatto”. Perché siamo stati chiamati alla vita? “Per una utilità del Signore, per un suo disegno, non certo per un nostro teorema. Questo è il nostro compito”, che per noi vuol dire portare la novità di Cristo presente: “scostarsi da questa prospettiva vuol dire ingannare il nostro cuore.” Dobbiamo, infine, tenere presente che “Gesù entra in noi nel nostro peccato, ci ama nonostante il nostro peccato. La felicità non sta nel possedere qualcuno, ma nel lasciarsi possedere da Lui.”

Venerdì 4 novembre è stato conferito a Franco Nembrini il 40° Premio Internazionale Cultura Cattolica. Il Teatro Remondini lo ha accolto traboccante di ospiti, familiari, amici venuti da tutta Italia e dall’estero per festeggiare insieme a lui questo momento così importante. A loro è andato il primo pensiero e ringraziamento e un sentimento di “commozione sincera di vedere in una sola sala radunata la mia vita, la mia storia, i miei rapporti più significativi”.

Il nome di Franco Nembrini si aggiunge alla lunga lista di premiati che la Scuola di Cultura Cattolica ha ospitato a Bassano. La presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti ha sottolineato come dall’elenco dei quaranta premiati emerga nettamente un filo rosso, una linea culturale che si è sviluppata secondo tre direttrici ben precise: “la fedeltà al magistero della Chiesa, un impegno apologetico fondato sul rapporto fede-ragione, attraverso la filosofia, la scienza e i diversi campi del sapere e l’affermazione di una verità sull’uomo e per l’uomo come risposta di senso al relativismo imperante e ai cambiamenti della società.”

“Franco Nembrini, per questo anniversario speciale, è la scelta più che azzeccata della nostra giuria nella continuità con la nostra storia e nell’apertura al futuro rappresentato dai molti giovani che ci seguono.”

Il dialogo che l’ospite ha intrattenuto con la giornalista dell’Osservatore Romano Silvia Guidi ha quindi preso le mosse dalla testimonianza di don Luigi Giussani: “Questo premio è il secondo a don Giussani: il primo gli è stato dato in vita, quello di stasera è alla memoria, perché tutto quello che di buono può essere successo nella mia vita e il piccolo contributo che posso aver dato io viene da lì.”

Tra gli amici presenti c’era anche don Julián Carrón, che è succeduto proprio a don Giussani alla presidenza del movimento di Comunione e Liberazione. “La sfida più grande che un cattolico ha davanti a sé in questo momento è come comunicare all’uomo di oggi il dono che ha ricevuto gratuitamente – ha detto nel suo saluto – e infatti Gesù è entrato nella storia offrendo una modalità di stare nel reale che colpiva chi Lo incontrava”. La cultura è “incontrare lo sguardo di Cristo su di noi, che diventa il nostro sguardo sulla realtà. In un mondo che pensa di sapere cos’è il cristianesimo, o ha deciso che non gli interessa più, o che non lo ha mai conosciuto, niente è più decisivo che una persona venga raggiunta da uno sguardo così, come Zaccheo”.

Questo sguardo, questa curiosità, è lo stesso che aveva Giussani, ha affermato Nembrini: “Quando Giussani teneva le sue predicazioni il suo parlare era pieno di riferimenti letterari: era come se raccogliesse in un dialogo fecondissimo tutto quello di buono che l’intera umanità in qualche modo aveva espresso, comunicato: io non ho fatto altro che umilmente cercare di fare lo stesso davanti alle cose.” Così sono iniziati i percorsi con Dante e con la Divina Commedia, prima di tutto, ma poi anche con altri autori ed opere, come Pinocchio di Collodi, il Miguel Mañara di Milosz e, più recentemente, con I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: “Lo studio è stato questo dialogo curioso e fecondo con tutto ciò di grande che mi capitava di incontrare.”

 “La cultura non è l’erudizione, ma la coscienza del nesso tra il particolare e l’universale”, ha spiegato Nembrini, la stessa coscienza della contadina che, andando nell’orto e raccogliendo una carota bellissima, con stupore e meraviglia esclama “ma com’è grande Dio!”.

Con Dante “mi sono appassionato all’idea che lì dentro ci fosse tutto quello che era importante sapere, la sfida che io volevo portare ai poveri ragazzi a scuola, e la Divina Commedia è diventata un modo per raccontarla.” L’insegnamento diventa quindi la risposta alle grandi domande del cuore, e il nostro cuore – ciò che ci muove e che desideriamo di più – è uguale a quello di tutti gli uomini. Questo è l’ingrediente segreto della ricetta di Nembrini: “Si parla ai ragazzi di questo non per loro, non per convincerli di qualcosa. Virgilio è andato a salvarlo perché una bella ragazza (la sua vecchia morosa) si è interessata di lui ed è scesa all’inferno a prenderlo e salvarlo lasciando il paradiso per poterlo fare. Allora ti viene in mente che anche nella vita reale tua moglie ti viene a prendere all’inferno, tutti i giorni, e chiedendo ai ragazzi cosa pensano di ciò, anche il più scalcagnato per un istante ti guarda e dice ‘sarebbe bello, ho sperato tanto in un amore così, ma non esiste; ma è vero, il mio cuore vorrebbe un amore così’”. Il Sommo Poeta “dice che la vita è una selva oscura, non si capisce niente, ma puoi fare una cosa, cioè gridare ‘miserere di me!’; e quando Giussani ha detto che ‘il vero protagonista della storia è l’uomo mendicante: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo’, lì mi si è spalancato il mondo”.

Al centro di tutto, però, c’è sempre lo “sguardo”. Non ha caso, le parole più ricorrenti della Commedia sono “occhi, bene, vidi, mondo”. “Guardare stabilisce il rapporto con le cose. Questo mi ha sempre colpito tanto: quando ho scoperto che le quattro parole più importanti sono ‘occhi, bene, vidi, mondo’, vuol dire che il problema della vita di un uomo è dove guarda, cosa sta cercando: indagando la realtà che hai davanti, che cosa desideri davvero? Perché troverai solo ciò che desideri davvero”, ha risposto Nembrini. “Occhi, bene, vidi, mondo: con gli occhi ho cercato il Bene, il Bene assoluto, ho cercato Dio e l’ho visto nella realtà, non nell’aldilà o in cielo, ma sulla terra. Questo per me è la sintesi della Divina Commedia e del metodo di comunicazione della fede di don Giussani.”

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