Le opere di don Didimo Mantiero








"Continuate nella vostra opera consapevoli che la vostra testimonianza è importante". Il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol ha salutato così gli aderenti alle Opere don Didimo Mantiero che domenica 19 giugno hanno partecipato alla S. Messa celebrata per ricordare gli anniversari che nel 2021 e nell'anno in corso hanno coinvolto le tante realtà nate dalle intuizioni di don Didimo. Con lui sull'altare anche tanti sacerdoti che nel tempo hanno conosciuto e apprezzato le Opere.
Nella sua omelia mons. Pizziol ha esordito citando un'espressione molto cara a don Didimo, "voglio fare di me un Uno, che era un’espressione che va capita per come lui l’ha proposta. Non vuol dire il primo, non vuol dire l’unico, vuol dire essere unito a Cristo, trovare l’unità totale della sua persona in Cristo. E infatti lo dice: per essere un Uno bisogna guardare a quell’Uno fatto uomo, Gesù Cristo, che per noi è Via, Verità e Vita e incontrare quell’uomo genera in noi la missione, cioè l’apertura verso gli altri".
Un'unità che con l'avvento del "pensiero debole" si è frammentata, come uno specchio che se prima restituiva l'immagine della persona nella sua interezza, oggi riflette singoli pezzi. In un contesto del genere, "è faticoso per gli adulti, lo è anche per me come vescovo, ricomporre questi frammenti e portarli a unità. Don Didimo aveva capito questo; anche se ai suoi tempi c’erano delle ideologie forti, aveva capito l’importanza dell’unità della persona e per questo ha lavorato".
Il pane e il vino offerti nel sacrificio a Melchisedec raccontato nella liturgia di ieri hanno offerto lo spunto per ribadire qual è "il sacrificio perfetto: è quello compiuto da Gesù, che vuol dire la donazione totale della vita. Sangue e vino stanno per la totalità della sua vita. E allora questo è chiesto ai cristiani, e la nostra identità – essere Uno – è nella misura in cui siamo capaci in Cristo e con Cristo di donare la nostra vita per gli altri". E sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci mons. Pizziol ha evidenziato come Gesù provochi i suoi discepoli dicendo «voi stessi date loro da mangiare». Così "don Didimo ha sentito questo richiamo di Gesù, questo comando di Gesù – voi stessi date da mangiare – e lui soprattutto nei confronti dei giovani ha trovato tre ceste nelle quali ha posto questo pane e il nutrimento per gli altri". Delle ceste che il nostro fondatore ha riempito con ciò che per lui era indispensabile:
 la preghiera, la formazione e la responsabilità.
La preghiera è ben rappresentata da La Dieci: "
don Didimo ha fondato tutto su questa esperienza di 'dieci' che vogliono dare se stessi nella preghiera, nel sacrificio, nella donazione della vita per cooperare alla salvezza portata da Cristo". Come sappiamo dai suoi diari, egli talvolta bussava al tabernacolo prima di iniziare a pregare. "Sembra un’espressione molto da fanciullo, ma cosa voleva dire? Tutto quello che faccio e tutto quello che sono è nel rapporto con Gesù eucaristia. Questo è il rapporto fondamentale che dava senso e quindi dei suoi tre pilastri (io le ho chiamate ceste piene di pani) viene prima di tutto la preghiera, che è fondamento", ha spiegato.
Importante il contributo anche in termini di formazione, che don Didimo "ha organizzato per primo in diocesi in maniera organica e progressiva" e infine la responsabilità. "Aveva intuito la Chiesa 'nel' mondo contemporaneo, non la Chiesa 'e' il mondo contemporaneo, come se fossero due realtà diverse. La nostra chiesa è 'nella' società - ha detto il vescovo - e anche l’idea di un sindaco del Comune dei Giovani, dei ministri che sono realtà civili, sono portate all’interno della Chiesa come segno di responsabilità effettiva nello sport, nella preghiera, nelle relazioni con gli altri".
In chiusura, mons. Pizziol ha sottolineato l'importanza del collegamento con la Chiesa e della consapevolezza che la realtà associativa in cui si cresce sia sempre un mezzo educativo e non il fine del proprio impegno, "che è sempre il Regno di Dio". Il Comune dei Giovani, ha concluso, è "un mezzo prezioso che lo Spirito Santo ha suggerito a don Didimo".
Al termine della celebrazione il Vescovo si è trattenuto per un aperitivo con tutti i presenti e per un pranzo con i responsabili delle Opere.




Lunedì 13 giugno, in occasione del 31° anniversario della morte di don Didimo Mantiero, si è celebrata una S. Messa nella chiesa parrocchiale di Santa Croce, preceduta da un momento di preghiera sulla tomba del nostro fondatore.
A presiedere la celebrazione è stato mons. Egidio Bisol, che ha ricordato la sua amicizia con don Didimo: "Ho trascorso con lui un certo periodo della mia vita e devo dire che, a distanza di tanti anni, ancora la sua presenza di fa sentire in me grazie agli insegnamenti che mi ha trasmesso".


Dalla riunione del Consiglio delle Opere del 7 giugno, pubblichiamo ampi stralci dell'introduzione del presidente Gabriele Alessio

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Parto da uno spunto de La Voce dei Berici del 17 febbraio che vi volevo proporre lo scorso consiglio sulla Chiesa dopo il covid, “La vocazione di chi è minoranza” del direttore Lauro Paoletto. Il covid – scrive Paoletto – ha avuto la funzione del setaccio, sono rimasti «coloro che hanno capito o almeno intuito che in quella celebrazione comunitaria c’è davvero l’acqua viva […] La Chiesa italiana e quindi anche la nostra vicentina è oramai da tempo minoranza nelle sue espressioni liturgiche […] È attorno all’Eucarestia e alla Parola che, infatti, nasce e si sviluppa la Chiesa».

Questa condizione di minoranza impone comunque un profondo ripensamento del suo essere nella storia nella società: «Questa condizione di minoranza ha, o dovrebbe avere, come paradigma di riferimento l’essere sale della terra», che non vuol dire trasformare la terra in una saliera, ma sale buono nel lavoro, nella cultura e nella politica, perché sempre secondo il Vangelo il sale insipido “va gettato via e calpestato dagli uomini”.

Pensiamoci: l’essere minoranza, l’essere piccoli, deboli, sconfitti o comunque timorosi, può far diventare tristi, lamentosi, sfiduciati e rancorosi, ma può anche far tornare all’essenziale, all’affidarsi a Cristo.

In fondo – anche in realtà piccole come la nostra – i numeri, la “riuscita”, il successo, distraggono dal vero obiettivo, l’attività, il fare, l’organizzazione, la struttura, che da strumento per, spostano l’attenzione più su noi che su Cristo, l’unica “cosa” veramente necessaria. Marchesini ci ha fatto l’esempio dell’educatore dell’oratorio, il cui desiderio era che qualcuno dei suoi ragazzi facesse un domani quello che stava facendo lui! Tornare all’essenziale vuol dire che ogni persona possa incontrare Cristo, non che prenda il mio posto.

E anche noi adesso, tristi e sfiduciati o inebriati dai successi, dai risultati, dagli apprezzamenti diventiamo ciechi, non vediamo, non riconosciamo più la Sua presenza qui e ora. Ricordiamoci che «È la nostra vocazione quella di riconoscere in ogni aspetto della realtà colui che abita l’eternità. Se non facciamo così, non possiamo certo illuderci di conoscerlo veramente quale egli è» (L’amicizia di Cristo, Robert Hugh Benson, pag. 97).

Il vero pericolo è che più cresciamo, più diventiamo organizzati, strutturati, forti, vincenti e autosufficienti, più ci allontaniamo dalle nostre radici, dal carisma originario, dal progetto iniziale, come un fiume che tanto più è lungo tanto è più lontana la purezza dell’acqua di sorgente.

Certo, è impossibile non cambiare. Certo, non è neppure pensabile essere uguali a chi ci ha preceduto cinquant’anni fa, ma il compito, l’obiettivo, la ragione del nostro essere e del nostro fare, non può essere dimenticato e perso di vista, non possiamo diventare, più o meno consapevolmente, un’altra cosa rispetto alla nostra vocazione.

L’Assistente per le attività e prima ancora per il Comune dei Giovani era la presenza, il segno più eloquente e chiaro di quello che era il fine ultimo di tutti, del nostro essere e del nostro agire: l’incontro personale e comunitario, graduale e gioioso con Gesù Cristo, “via, verità e vita” per ogni uomo.

Gesù Cristo non era certo un vago riferimento ideale o sentimentale, ma nel Vangelo e nei sacramenti era senso e significato, era modello di vita, esempio di servizio e sacrificio, fonte di unità.

È il Vangelo, appunto che ci ricorda: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14, 21-26); «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore […] perché la vostra gioia sia piena»; ancora: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre […] che vi darà un altro Paraclito» (Gv 14, 15; 16, 23).

Padre Maurizio Botta (Lui! Il ritorno del re?, Ed. Il Messaggero, Padova) scrive a pag. 110 che «il termine greco con cui traduciamo “osservare” porta con sé questi significati: guardare, sorvegliare, custodire […] La gioia di Cristo è una realtà esistente ma senza cura, senza vigilanza, senza sorveglianza, su questi comandamenti, istruzioni, ordini, Cristo stesso avverte che non avremo mai la sua gioia».

Due altri veloci passaggi, sempre sul testo di padre Botta: «La tentazione è un dialogo fatto di proposte interiori per piegare Dio alla mia idea di Dio. […] Convertirsi non è solo credere genericamente in Dio, magari in un Dio anche buono, ma credere in Dio come si è mostrato in Cristo. Satana c’è e ci tenta sempre contro Gesù. Non ci tenta contro la nostra idea accomodante di Gesù, le nostre riduzioni light di Gesù. Ma contro il Gesù vero ci tenta. Ci tenta contro la realtà delle cose come la vede lui» (pag. 78).

«I frutti della conversione, di una vera conversione, non sono mai fuochi artificiali di breve durata. “La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore”» (pag. 82). L’espressione è di Papa Benedetto XVI del 12 maggio 2010 e non serve aggiungere altro.

Siamo tutti bravi quando siamo in salute e gli affari vanno bene. Siamo tutti bravi con i figli che ascoltano e con la moglie con cui c’è piena armonia e si va sempre d’accordo. Siamo tutti bravi quando le cose vanno per il verso giusto, siamo apprezzati, considerati, qualche volta magari ringraziati. Ma solo quando le cose non brillano, non tornano, non piacciono, si capisce cosa significa che “La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore”. Questa fedeltà è frutto di una conversione continua e fa fare miracoli! Dobbiamo restare fedeli al carisma che ci è stato affidato, un carisma che sposa la Verità e non un Gesù Cristo light.

Nel fare il pellegrinaggio a Sant’Antonio a Padova, mi ha colpito il fatto che sia stato dichiarato dottore della Chiesa e che lo sia come “Dottore evangelico”, per i suoi “sermoni domenicali” e per la sua inesauribile, incessante ed eccezionale predicazione. È stato un “geniale Maestro” che per anni si è occupato della formazione teologica dei suoi frati. Quindi grande predicatore del Vangelo (e convinto formatore). Ma Sant’Antonio – il Santo – è per tutti il santo dei miracoli, miracoli di guarigione, miracoli di conversione. Miracoli che sono costati fatica, perché “morì per sfinimento di eccesso di lavoro e per scarso nutrimento e riposo”.

Padre Antonio Sicari, nel testo che ho riletto (Vita di santi, n. 4), scrive «Miracolo significa questo: che dove c’è un cuore che brucia un po’ più ardentemente per il Cuore di Cristo, dove c’è una preghiera che lega più intimamente il nostro spirito al Suo Spirito, dove c’è fiducia nel Padre celeste ‘simile’ a quella che Gesù, Suo Figlio, ci ha insegnato, là il miracolo della resurrezione – che dovrà alla fine coinvolgere tutti gli uomini e l’intera creazione – può anticiparsi, lasciarsi intravedere e pregustare». È quella “nuova umanità introdotta da Gesù” di cui parlava mons. Giussani (vd. articolo di Giancarlo Cesana in Tempi, aprile 2022) e di cui l’altro giorno – visitando e conoscendo la scuola La Traccia a Calcinate (BG) fondata da Franco Nembrini – abbiamo visto un chiaro esempio. È una nuova umanità che anche noi abbiamo incontrato e che, pur con fatica, continuiamo a vivere.

Se i miracoli sono quelli descritti da padre Sicari, sappiamo come fare e dobbiamo continuare a farli anche noi, ma credo che la condizione essenziale, imprescindibile sia la fedeltà al carisma cioè all’insegnamento di don Didimo, alla Chiesa, a Gesù Cristo e ai suoi comandamenti e non certo al mondo.





Sabato 28 maggio
l’A. S. Santa Croce in entrambe le sezioni di pallavolo e calcio hanno vissuto due momenti molto importanti. Il volley ha visto la sua squadra di Prima Divisione vincere al fotofinish il campionato e conquistare la promozione in serie D. Giocatrici, allenatori e dirigenti e il tifo appassionato che ha accompagnato la squadra per tutto l'anno meritano i complimenti.
Il Calcio invece, in occasione della 25ª edizione del torneo Ricchieri, ha intitolato gli impianti sportivi di via Ca' Dolfin proprio ad Antonio Ricchieri, storico amico ed estimatore della nostra società. Era presente, per l'occasione, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete (qui e qui i servizi dei due TG locali dedicati all'evento).



Il Premio Internazionale Cultura Cattolica giunge quest’anno alla sua quarantesima edizione e mette al centro il tema fondamentale dell’educazione. A ricevere il riconoscimento, infatti, sarà Franco Nembrini, che all’educazione ha dedicato la vita: nato nel 1955, inizia la sua carriera come insegnante e nel 1982 dà vita al centro scolastico “La Traccia” a Calcinate (BG), che oggi conta più di mille studenti (provenienti da circa cento comuni del circondario) tra la scuola primaria e tre indirizzi di liceo.

Dal 1999 al 2006 è presidente della Federazione Opere Educative (FOE), l’associazione di scuole paritarie legata alla Compagnia delle Opere. Nello stesso periodo fa parte del Consiglio nazionale della scuola cattolica e della Consulta nazionale di pastorale scolastica della CEI e della Commissione per la parità scolastica del Ministero dell’Istruzione. Dall’ottobre 2018 è membro del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dal 2020 è stato scelto come socio onorario e consultore dell’UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani). Nel 2012 pubblica “Di padre in figlio. Conversazioni sul rischio di educare”, che raccoglie alcuni dei suoi interventi e che propone una rilettura sistematica de “Il rischio educativo”, il libro fondamentale sull’educazione di mons. Luigi Giussani.

Da una serie di incontri con alcuni suoi ragazzi per parlare di Dante e della Divina Commedia, incontri che riscuotono un successo inaspettato, inizia un lavoro di approfondimento e di divulgazione che dà vita a libri (come “Dante poeta del desiderio”), mostre, conferenze per le quali è chiamato a parlare in tutta Italia e all’estero, in particolare in Spagna, Portogallo, America Latina e nei paesi del mondo russofono (Russia, Ucraina, Kazakhistan, Siberia). Per conto di Tv2000, emittente della CEI, realizza “Nel mezzo del cammin”, un ciclo di 34 puntate sull’Alighieri e sulla Commedia che vanno in onda tra il 2015 e il 2016. Nel 2018 realizza per Mondadori tre volumi di commento all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso con le illustrazioni di Gabriele Dell’Otto e la prefazione di Alessandro D’Avenia. A Dante e alla Divina Commedia pensa anche quando, nel 2012, fonda una piccola casa editrice per pubblicare autonomamente libri e dvd e che chiama, appunto, Centocanti.

Una formula che ripropone anche per delle riletture a puntate di opere come “Pinocchio” di Carlo Collodi (sulla scia di “Contro maestro Ciliegia” del card. Giacomo Biffi), del “Miguel Mañara” di Oscar Milosz e, più recentemente in occasione di un ciclo di incontri in preparazione alla Quaresima curati dalla Diocesi di Roma, de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

“Poter dare il Premio a Franco Nembrini – è il commento della presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti – è per noi anzitutto una gioia, perché conferiamo il Premio a un amico che conosciamo da tempo. Inoltre, sarà l’occasione per riflettere sull’educazione, un tema che stava a cuore e che accomunava i nostri rispettivi maestri, don Luigi Giussani e don Didimo Mantiero”.

La cerimonia di premiazione si terrà nella serata di venerdì 4 novembre 2022.


Si sono svolte questa sera, giovedì 26 maggio, le elezioni per il rinnovo dei vertici della Pallavolo Santa Croce. Scaduto il mandato di Giusy Baggio, gli associati sono stati chiamati ad esprimere le loro preferenze. Le urne hanno decretato che il nuovo presidente dell'associazione sarà Gabriele Bizzotto (a destra nella foto). Quanto al gruppo di collaboratori più stretti, Gabriele potrà contare sulla presenza della presidente uscente e su altri quattro nomi di grande esperienza nel mondo del volley: si tratta di Diletta Brunello, Alessia Torresan, Ester Agnolin e Riccardo Maso.
Facciamo a tutti i nostri complimenti per l'elezione e auguriamo loro un buon lavoro per il bene di tutti i nostri atleti.


Martedì 5 aprile una delegazione delle Opere don Didimo ha fatto visita al Vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol per illustrargli le iniziative pensate in occasione dei 60 anni del Comune dei Giovani, per il 40° del Premio Cultura Cattolica, per il 25° del Consiglio delle Opere e per invitarlo a Bassano per queste importanti ricorrenze. Mons. Pizziol, che è già stato ospite della nostra realtà alla Festa delle Opere a Rubbio nel 2018, ha invitato i nostri rappresentanti a continuare con l'opera educativa intrapresa tanti anni fa da don Didimo e ha confermato che verrà volentieri a Bassano per celebrare una S. Messa. La data stabilità è Domenica 19 giugno alle 12:00 nella chiesa della parrocchia di San Leopoldo (Ca' Baroncello).



Dalla riunione del Consiglio delle Opere dell'8 marzo, alcune considerazioni dopo il viaggio fatto dai nostri ragazzi per presenziare all’udienza del Papa a Roma

In nostro gesto è, prima di tutto, un rendere grazie

Abbiamo raggiunto un traguardo importante: sessant’anni del Comune dei Giovani, forse per qualcuno, per qualche nostro detrattore, anche impensabile e inimmaginabile, però ci siamo e ci siamo ancora con una certa vivacità. Viviamo così un forte sentimento di riconoscenza e di gratitudine verso chi ci ha permesso di vivere questa entusiasmante possibilità, questa preziosissima esperienza.

Pensiamo a chi ci ha passato il testimone, a quanti ci hanno preceduti, in questi nostri sessant’anni, come presidenti, sindaci, ministri, collaboratori, semplici iscritti, fino a don Didimo, il nostro fondatore, lo strumento che Dio ha usato per consegnarci il carisma che stiamo vivendo. Siamo grati a questo prete, tanto forte e geniale quanto incompreso e osteggiato, che ci ha lasciato insegnamenti e un esempio di vita cristiana certi, chiari, convincenti e attuali perché sicuramente ispirati da Dio, e coltivati nella preghiera e nello studio continui, sorretti e verificati con l’offerta e il sacrificio suo e dei suoi primi giovani che lo hanno seguito.

Siamo stati dal Papa

Prima di ogni altra iniziativa, così come abbiamo fatto per il 50°, il nostro pensiero è per il Papa, quale vicario di Cristo, quale riferimento sicuro, certo e indiscutibile della nostra fede. Don Didimo ci ha insegnato così, i nostri “vecchi” hanno continuato convintamente questa scelta e noi, pur con la nostra piccola povera fede, vogliamo restare fedeli a questo insegnamento. La Chiesa, pur con gli errori e le incoerenze di tanti suoi membri, pur con le mille difficoltà e problemi che in ogni epoca si sono manifestati, è come una nave sicura in mezzo alla tempesta, perché Cristo l’ha affidata a Pietro e la guida ogni giorno per mezzo dello Spirito Santo. Noi saremo sempre con il Papa e la Sua Chiesa, perché il nostro traguardo ultimo è Cristo e tutto quello che facciamo – anche se pieno di difetti – lo facciamo per Cristo e con Cristo, per tutti noi “via verità e vita”.

Festeggiamo con gli amici

Una gioia non è vera, nel senso di piena, se non è condivisa. Siamo stati a Roma anche trovare don Paolo, un nostro grande amico, un prete che a noi ha dato tanto e continua a volerci bene. Con lui ogni volta troviamo i suoi parrocchiani, negli anni di tante parrocchie diverse e con loro sono cresciute amicizie e famiglie che sono la prova del valore di questo nostro legame. Siamo stati a Roma ed eravamo un gran bel numero, un altro gran numero di noi è stato attaccato al telefono e alle immagini e ai video che da Roma arrivavano, perché, pur con non poche difficoltà, siamo ancora un’esperienza, una realtà associativa che colpisce, che sorprende, che non lascia indifferenti, che affascina e coinvolge dentro, che crea legami profondi. Sessant’anni sono un traguardo di tutto rispetto, è giusto e doveroso ringraziare e festeggiare “come Dio comanda” e come siamo capaci, abbiamo un anno per farlo e abbiamo iniziato come meglio non si poteva. Rendiamoci conto sempre del regalo che ci è stato fatto, del tesoro che ci è stato affidato e rispondiamo a questa immeritata fortuna con la nostra sempre più convinta partecipazione, con la nostra sempre più motivata adesione e con il nostro fattivo sostegno a queste realtà, senza paura delle responsabilità che ci vengono affidate. Siamo un gruppo come pochi altri, perché siamo una grande famiglia, perché il Signore, in tutti questi anni, ha dimostrato per noi un occhio di riguardo, una preferenza e abbiamo tanti amici – vivi o in cielo – che non ci abbandoneranno mai.

Viva il CdG, viva don Didimo.




Giovedì 17 marzo Villa Rezzonico si tingerà di biancoverde. Il Calcio Santa Croce, infatti, ha organizzato un Gran Galà per chiudere i festeggiamenti del suo 60° anniversario. Dopo la tavola rotonda del dicembre scorso nella quale si sono confrontati tre ospiti d’eccezione (mister Ezio Glerean, l’allenatore della primavera del Cittadella Manuel Iori e don Alessio Albertini, fratello del giocatore Demetrio e consulente ecclesiastico nazionale del CSI), giovedì prossimo sarà l’occasione per celebrare la storia della società, con gli allenatori e i dirigenti di questa stagione e gli ex allenatori ed ex presidenti che hanno contribuito a costruire questi primi 60 anni di storia.

“Ci apprestiamo a chiudere questo anno di celebrazioni – commenta il presidente Fabio Mariotto – del quale abbiamo approfittato per riscoprire e valorizzare i motivi del nostro impegno per uno sport che sia anche un’occasione di amicizia e di formazione per i giovani”. Per questo, aggiunge, è stata motivo di particolare soddisfazione la menzione che la società ha ricevuto a gennaio in occasione del conferimento del Premio San Bassiano da parte dell’amministrazione comunale: “è stata la conferma che quello che facciamo non è solo per dare compimento allo slancio educativo che ci ha trasmesso il nostro fondatore don Didimo, ma dà frutti alla collettività intera che sono apprezzati dalle istituzioni; è il nostro modo di contribuire al bene comune”. Ad oggi, con più di 200 atleti tesserati in tutte le categorie dai Primi Calci alla Seconda Categoria e più di 50 persone coinvolte negli staff, l’A.S. Santa Croce è infatti una delle società più numerose del comprensorio bassanese.

Alla serata saranno presenti, inoltre, il Presidente del CONI Regionale Dino Ponchio, il Presidente FIGC Regionale Giuseppe Ruzza, il Sindaco di Bassano del Grappa Elena Pavan e mister Luca Gotti, ex Allenatore dell'Udinese Calcio.

La serata di giovedì precede la chiusura “sportiva” dei festeggiamenti, che si terrà in occasione del Torneo Antonio Ricchieri, che da 25 anni i biancoverdi organizzano nel mese di maggio coinvolgendo altre 20 società in una kermesse che permette di scendere in campo e di confrontarsi a centinaia di piccoli calciatori della categoria Pulcini ed Esordienti.




Il video dell'incontro con i giovani

Martedì 1 e mercoledì 2 marzo una delegazione bassanese è partita alla volta di Roma per partecipare all'udienza generale con Papa Francesco. I ragazzi del Comune dei Giovani, che quest'anno festeggia i 60 anni di vita, hanno organizzato questa due giorni per dare inizio alle celebrazioni per ricordare questo importante compleanno. Un gruppo di più di 70 persone che, oltre a partecipare all'udienza con il Pontefice, ne ha approfittato per visitare il centro di Roma sulle tracce di Maria. Nel pomeriggio di martedì, infatti, l'amico don Paolo Baldo ha fatto da guida in un itinerario in cui le tappe erano le immagini della Madonna protagoniste di un evento prodigioso alla fine del 1700, quando per Roma passarono le truppe napoleoniche: nella Città Eterna in quel periodo le immagini (i quadri e le statue raffiguranti la madre di Gesù che si trovano in moltissimi angoli della città) iniziarono miracolosamente a muovere gli occhi. Questi eventi vennero registrati non solo per le testimonianze dei fedeli, ma dalle autorità civili, che dovettero istruire delle indagini e intervenire a causa dello sconcerto pubblico che ne derivò. Un miracolo che la "Dea Ragione" non poteva spiegare: era questo il modo con il quale la Madonna rispondeva, prendendosi gioco di lui, a Napoleone, che dominava l'Europa facendosi portatore dei valori dell'Illuminismo (la storia è raccontata nel libro Gli occhi di Maria di Rino Cammilleri e Vittorio Messori).
Il 2 marzo l'evento clou, l'udienza con Papa Francesco, che provvidenzialmente nella sua catechesi (qui il testo integrale) ha parlato proprio dell'importanza del rapporto tra generazioni: "è indispensabile il sostegno reciproco tra le generazioni, per decifrare le esperienze e confrontarsi con gli enigmi della vita. In questo lungo tempo, lentamente, viene coltivata anche la qualità spirituale dell’uomo". E ancora: "L’eccesso di velocità, che ormai ossessiona tutti i passaggi della nostra vita, rende ogni esperienza più superficiale e meno 'nutriente'. I giovani sono vittime inconsapevoli di questa scissione fra il tempo dell’orologio, che vuole essere bruciato, e i tempi della vita, che richiedono una giusta “lievitazione”. per questo è fondamentale riscoprire il valore di un tempo più "lento": giovani e adulti devono "legarsi a vicenda per rendere l’esistenza di tutti più ricca in umanità. Ci vuole dialogo fra le generazioni", ha continuato, perché un ragazzo che cresce senza il rapporto con un adulto "cresce male, cresce ammalato, cresce senza riferimenti". "L’eccesso di velocità polverizza la vita, non la rende più intensa. E la saggezza richiede di 'perdere tempo'. Quando tu torni a casa e vedi il tuo figlio, tua figlia bambina e 'perdi tempo', ma questo colloquio è fondamentale per la società". E infine: "In una società dove i vecchi non parlano con i giovani, i giovani non parlano con i vecchi, gli adulti non parlano con i vecchi né con i giovani, è una società sterile, senza futuro, una società che non guarda all’orizzonte ma guarda sé stessa. E diventa sola. Dio ci aiuti a trovare la musica adatta per questa armonizzazione delle diverse età: i piccoli, i vecchi, gli adulti, tutti insieme: una bella sinfonia di dialogo". Parole così in sintonia con la nostra esperienza che quando Papa Francesco, al termine dell'udienza, ha incontrato una piccola delegazione di giovani che gli hanno consegnato i nostri libri e una maglietta del 60° spiegandogli come nel CdG sia fondamentale il rapporto tra giovani e adulti, ha esclamato "è proprio quello che ho detto prima!". E poi, all'uscita, Francesco è stato "catturato" dai tanti giovani con la maglietta bianca che ha riconosciuto e con i quali ha scattato qualche foto. Avvicinandosi, ha esclamato "Bravi, Bravi! Quello che fate è bravo! Andate avanti, coraggio!".
Prima di rientrare a Bassano, i ragazzi hanno celebrato l'inizio della quaresima con una messa con il rito delle ceneri presieduta da mons. Josef Clemens, già segretario personale dell'allora cardinale Joseph Ratzinger e vecchio amico della Scuola di Cultura Cattolica, che nell'omelia ha sottolineato il significato della riconciliazione, tanto più importante in un momento così doloroso a causa del conflitto in corso in Ucraina.

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