Dalla riunione del Consiglio delle Opere del 7 giugno, pubblichiamo ampi stralci dell'introduzione del presidente Gabriele Alessio

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Parto da uno spunto de La Voce dei Berici del 17 febbraio che vi volevo proporre lo scorso consiglio sulla Chiesa dopo il covid, “La vocazione di chi è minoranza” del direttore Lauro Paoletto. Il covid – scrive Paoletto – ha avuto la funzione del setaccio, sono rimasti «coloro che hanno capito o almeno intuito che in quella celebrazione comunitaria c’è davvero l’acqua viva […] La Chiesa italiana e quindi anche la nostra vicentina è oramai da tempo minoranza nelle sue espressioni liturgiche […] È attorno all’Eucarestia e alla Parola che, infatti, nasce e si sviluppa la Chiesa».

Questa condizione di minoranza impone comunque un profondo ripensamento del suo essere nella storia nella società: «Questa condizione di minoranza ha, o dovrebbe avere, come paradigma di riferimento l’essere sale della terra», che non vuol dire trasformare la terra in una saliera, ma sale buono nel lavoro, nella cultura e nella politica, perché sempre secondo il Vangelo il sale insipido “va gettato via e calpestato dagli uomini”.

Pensiamoci: l’essere minoranza, l’essere piccoli, deboli, sconfitti o comunque timorosi, può far diventare tristi, lamentosi, sfiduciati e rancorosi, ma può anche far tornare all’essenziale, all’affidarsi a Cristo.

In fondo – anche in realtà piccole come la nostra – i numeri, la “riuscita”, il successo, distraggono dal vero obiettivo, l’attività, il fare, l’organizzazione, la struttura, che da strumento per, spostano l’attenzione più su noi che su Cristo, l’unica “cosa” veramente necessaria. Marchesini ci ha fatto l’esempio dell’educatore dell’oratorio, il cui desiderio era che qualcuno dei suoi ragazzi facesse un domani quello che stava facendo lui! Tornare all’essenziale vuol dire che ogni persona possa incontrare Cristo, non che prenda il mio posto.

E anche noi adesso, tristi e sfiduciati o inebriati dai successi, dai risultati, dagli apprezzamenti diventiamo ciechi, non vediamo, non riconosciamo più la Sua presenza qui e ora. Ricordiamoci che «È la nostra vocazione quella di riconoscere in ogni aspetto della realtà colui che abita l’eternità. Se non facciamo così, non possiamo certo illuderci di conoscerlo veramente quale egli è» (L’amicizia di Cristo, Robert Hugh Benson, pag. 97).

Il vero pericolo è che più cresciamo, più diventiamo organizzati, strutturati, forti, vincenti e autosufficienti, più ci allontaniamo dalle nostre radici, dal carisma originario, dal progetto iniziale, come un fiume che tanto più è lungo tanto è più lontana la purezza dell’acqua di sorgente.

Certo, è impossibile non cambiare. Certo, non è neppure pensabile essere uguali a chi ci ha preceduto cinquant’anni fa, ma il compito, l’obiettivo, la ragione del nostro essere e del nostro fare, non può essere dimenticato e perso di vista, non possiamo diventare, più o meno consapevolmente, un’altra cosa rispetto alla nostra vocazione.

L’Assistente per le attività e prima ancora per il Comune dei Giovani era la presenza, il segno più eloquente e chiaro di quello che era il fine ultimo di tutti, del nostro essere e del nostro agire: l’incontro personale e comunitario, graduale e gioioso con Gesù Cristo, “via, verità e vita” per ogni uomo.

Gesù Cristo non era certo un vago riferimento ideale o sentimentale, ma nel Vangelo e nei sacramenti era senso e significato, era modello di vita, esempio di servizio e sacrificio, fonte di unità.

È il Vangelo, appunto che ci ricorda: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14, 21-26); «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore […] perché la vostra gioia sia piena»; ancora: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre […] che vi darà un altro Paraclito» (Gv 14, 15; 16, 23).

Padre Maurizio Botta (Lui! Il ritorno del re?, Ed. Il Messaggero, Padova) scrive a pag. 110 che «il termine greco con cui traduciamo “osservare” porta con sé questi significati: guardare, sorvegliare, custodire […] La gioia di Cristo è una realtà esistente ma senza cura, senza vigilanza, senza sorveglianza, su questi comandamenti, istruzioni, ordini, Cristo stesso avverte che non avremo mai la sua gioia».

Due altri veloci passaggi, sempre sul testo di padre Botta: «La tentazione è un dialogo fatto di proposte interiori per piegare Dio alla mia idea di Dio. […] Convertirsi non è solo credere genericamente in Dio, magari in un Dio anche buono, ma credere in Dio come si è mostrato in Cristo. Satana c’è e ci tenta sempre contro Gesù. Non ci tenta contro la nostra idea accomodante di Gesù, le nostre riduzioni light di Gesù. Ma contro il Gesù vero ci tenta. Ci tenta contro la realtà delle cose come la vede lui» (pag. 78).

«I frutti della conversione, di una vera conversione, non sono mai fuochi artificiali di breve durata. “La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore”» (pag. 82). L’espressione è di Papa Benedetto XVI del 12 maggio 2010 e non serve aggiungere altro.

Siamo tutti bravi quando siamo in salute e gli affari vanno bene. Siamo tutti bravi con i figli che ascoltano e con la moglie con cui c’è piena armonia e si va sempre d’accordo. Siamo tutti bravi quando le cose vanno per il verso giusto, siamo apprezzati, considerati, qualche volta magari ringraziati. Ma solo quando le cose non brillano, non tornano, non piacciono, si capisce cosa significa che “La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore”. Questa fedeltà è frutto di una conversione continua e fa fare miracoli! Dobbiamo restare fedeli al carisma che ci è stato affidato, un carisma che sposa la Verità e non un Gesù Cristo light.

Nel fare il pellegrinaggio a Sant’Antonio a Padova, mi ha colpito il fatto che sia stato dichiarato dottore della Chiesa e che lo sia come “Dottore evangelico”, per i suoi “sermoni domenicali” e per la sua inesauribile, incessante ed eccezionale predicazione. È stato un “geniale Maestro” che per anni si è occupato della formazione teologica dei suoi frati. Quindi grande predicatore del Vangelo (e convinto formatore). Ma Sant’Antonio – il Santo – è per tutti il santo dei miracoli, miracoli di guarigione, miracoli di conversione. Miracoli che sono costati fatica, perché “morì per sfinimento di eccesso di lavoro e per scarso nutrimento e riposo”.

Padre Antonio Sicari, nel testo che ho riletto (Vita di santi, n. 4), scrive «Miracolo significa questo: che dove c’è un cuore che brucia un po’ più ardentemente per il Cuore di Cristo, dove c’è una preghiera che lega più intimamente il nostro spirito al Suo Spirito, dove c’è fiducia nel Padre celeste ‘simile’ a quella che Gesù, Suo Figlio, ci ha insegnato, là il miracolo della resurrezione – che dovrà alla fine coinvolgere tutti gli uomini e l’intera creazione – può anticiparsi, lasciarsi intravedere e pregustare». È quella “nuova umanità introdotta da Gesù” di cui parlava mons. Giussani (vd. articolo di Giancarlo Cesana in Tempi, aprile 2022) e di cui l’altro giorno – visitando e conoscendo la scuola La Traccia a Calcinate (BG) fondata da Franco Nembrini – abbiamo visto un chiaro esempio. È una nuova umanità che anche noi abbiamo incontrato e che, pur con fatica, continuiamo a vivere.

Se i miracoli sono quelli descritti da padre Sicari, sappiamo come fare e dobbiamo continuare a farli anche noi, ma credo che la condizione essenziale, imprescindibile sia la fedeltà al carisma cioè all’insegnamento di don Didimo, alla Chiesa, a Gesù Cristo e ai suoi comandamenti e non certo al mondo.