Le opere di don Didimo Mantiero



Pubblichiamo alcuni passaggi della riflessione introduttiva alla riunione del Consiglio delle Opere di martedì 8 febbraio

È l’inizio di un anno importante, veramente importante – festeggeremo infatti il 60° del Comune dei Giovani – e dobbiamo essere carichi, convinti, motivati, determinati.

Purtroppo, da due anni viviamo sotto scacco. Questa situazione generale (crisi sanitaria, economica, sociale…), sta colpendo duramente le nostre persone, le nostre famiglie la nostra comunità e sta facendo traballare, dubitare anche i più forti.

Di questa situazione ci sono due sottolineature che vale la pena fare. La prima è generale e riguarda l’apatia, la perdita del desiderio, la sfiducia, la rassegnazione, l’ammosciamento totale e generale, il “calo vitale” – soprattutto tra gli adolescenti – il chiudersi in casa e in noi stessi.

La seconda è relativa a chi si dà e si dava da fare: abbiamo assistito a un lento, progressivo ritirarsi dalla scena o dal campo, un chiamarsi fuori perché stanchi e demotivati, perché amareggiati per mille cose, perché “ho già dato e tocca agli altri…” salvo poi lamentarsi perché gli altri non ci sono (varrebbe la pena, a questo proposito, rileggere Papa Francesco che in Evangelii gaudium, a partire dal punto 76, parla delle “Tentazioni degli operatori pastorali”).

Cosa possiamo fare? Come prima cosa, dobbiamo non perdere la speranza, non perdere la compagnia.

In una recente intervista a La Voce dei Berici suor Emanuela Abriani afferma che Santa Maria Bertilla Boscardin (di cui quest’anno si celebra il centenario dalla morte) “ha vissuto il quotidiano, nulla di eclatante o fuori dalla portata dell’uomo semplice, in modo straordinario, ritrovando Cristo in ogni cosa”. Il suo esempio lascia “un messaggio di speranza che nasce e si sviluppa nella fede: Con il crocifisso in mano tutto è più leggero, scriveva Bertilla nel suo diario”. Ancora: “un altro messaggio che lei potrebbe consegnarci è quello della relazione e della prossimità”. Ma come si fa a camminare insieme? “L’ascolto è il segreto e Bertilla ne è l’esempio […] Bertilla indica l’importanza di stare in silenzio e di ascoltare l’altro senza pretesa di dare risposte pronte. Ci insegna ad avere pazienza, nell’attesa che l’altro si esprima […] Ci insegna a camminare accanto”.

Infine, Santa Maria Bertilla Boscardin “insegna la perseveranza e la fedeltà in una radicalità che profuma di rettitudine e di fiducia, a me insegna a non lasciarmi abbagliare, ma essere luce, anche piccola, ma capace di illuminare il cammino di chi mi vive accanto”.

C’è molto dell’approccio di don Didimo in questi insegnamenti. Anche lui invitava a un ordinario vissuto in modo straordinario, sottolineava il valore della relazione, del silenzio e dell’ascolto, esortava alla pazienza, alla perseveranza e alla fedeltà nonostante tutte le difficoltà. 

Come seconda cosa, dobbiamo ascoltare e fare noi il primo passo. Ascoltare è il cuore dell’anno sinodale voluto da Papa Francesco. L’ascolto è il tema forte di tante riflessioni proposte dalla Chiesa a tutti i livelli.

Nell’ultima Lettera Pastorale di mons. Beniamino Pizziol (Camminiamo insieme. Lo Spirito Santo e noi), c’è l’invito a “camminare insieme nell’ascolto dello Spirito”. Gli incontri di quest’anno in diocesi per la formazione permanente sono sul tema dell’ascolto. Sempre La Voce dei Berici, il 30 gennaio, intervista uno dei relatori del corso, la teologa Assunta Steccanella: “Pensiamo troppo a fare, piuttosto che ad ascoltare”; parla di ascolto attivo: “l’ascolto attivo è relazionale, bisogna far percepire all’interlocutore che lo si sta ascoltando davvero, rispecchiando quello che dice in modo che il dialogo diventi autentico”.

La settimana precedente ne parlava don Nico Dal Molin, responsabile per la diocesi della formazione permanente: “ascolto è una parola inflazionata: è talmente utilizzata che può dire molto, ma può anche dire nulla […] serve allenamento, una strategia, serve una formazione specifica”. Don Dal Molin citava anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini e la sua lettera agli adolescenti, i primi e più bisognosi di essere ascoltati (https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/larcivescovo-agli-adolescenti-meglio-fellowers-che-followers-474112.html).

Fare noi il primo passo, concretamente, non solo con i buoni propositi:

1.   nel saluto, nell’attenzione, nell’ascolto, nell’incontro, nella parola “vera”;

2.   nell’interessamento, nell’aiuto spontaneo, senza aspettare che ci venga richiesto. Se aspetti che sia l’altro a chiedere aiuto lo metti magari in difficoltà. Se lo fai tu, è gratuità tua e libertà sua di accettare.

3.   nel chiarire, chiedere le ragioni del male subito. Chi sente di aver ricevuto un torto, una cattiveria gratuita, una esclusione ingiustificata, una critica ingiusta, chieda prima possibile un chiarimento, una spiegazione, per poi ricucire, ricostruire, rinsaldare un legame. Per distruggere un legame costruito negli anni, basta purtroppo un niente e da soli siamo tutti più deboli.

Cosa c’entra questo con la crisi? Ernesto Olivero, fondatore del Serming, riconosceva la sua originaria ispirazione nelle parole di frère Roger Schutz – fondatore della comunità di Taizé – quando diceva che “sarebbe bastato un pugno di giovani per cambiare il corso della storia di una città, di un paese, in definitiva del mondo”, questa era stata la scintilla del suo progetto. Aggiungeva poi che “la differenza, del resto, può farla solo l’ideale che metti al centro di tutto”. Come non vedere anche in queste parole l’idea del Comune dei Giovani, la nostra realtà, noi?

Nell’episodio del Vangelo di domenica scorsa, quello sulla pesca miracolosa, gli apostoli sistemavano le reti, avevano lavorato inutilmente tutta la notte, erano stanchi, delusi, amareggiati, scoraggiati e Gesù dice a Pietro “prendi il largo”. Loro si fidano, obbediscono e poi pescano in maniera miracolosa. Mi pare di vedere noi: “abbiamo dato”, “abbiamo fatto”, “ancora noi?”, “basta, che due…”. Gesù, tra l’altro, lo chiede a tutti indistintamente, non distingue in quanto hai lavorato, quanto siete stanchi, quanti anni avete da animatori, dirigenti, ministri, quanti anni di consiglio, ecc. Non ne fa neppure una questione di età: i pescatori a quel tempo non andavano mai in pensione, si pescava sempre e sempre si era al servizio.

Così per noi come quei poveri pescatori, noi semplici strumenti nelle mani di Dio, noi con tutti i nostri limiti, difetti, debolezze e stanchezze. Anzi, è proprio in questi casi che Dio lavora meglio.

Un’ulteriore conferma che dobbiamo fidarci di Cristo ce l’abbiamo se pensiamo che Gesù manda gli apostoli a pescare di giorno, cioè chiede di fare una cosa assurda agli occhi di un pescatore, che sa bene che la pesca si fa di notte. Tuttavia, Pietro e gli altri si fidano contro ogni esperienza e così diventano strumenti attraverso i quali si compie il miracolo.

Questo ci fa pensare non ai risultati ma ai frutti del nostri agire per Cristo che sono prima di tutto un cambio in noi, sulle nostre persone: disponibilità, fiducia, offerta, che ci mettono al riparo dal cruccio dei risultati, dall’amarezza dell’insuccesso, dalla delusione del mancato plauso e riconoscimento.

Per il card. Giacomo Biffi (Stilli come rugiada il mio dire, ESD 2015) quella barca è la Chiesa di tutti i tempi: “Prendi il largo”, dice. “Non avere paura di avventurarti lontano dalle opinioni della folla […] una Chiesa assimilata e mondanizzata non converte nessuno”. E poi: “Sulla tua parola getterò le reti […] il segreto della vitalità della Chiesa non sta tanto nella sua ansia di rendersi credibile e accettabile, quanto nella sua umile e sincera volontà di essere credente e più vicina a Dio e alla sua legge d’amore”. Infine, “Allontanati da me che sono un peccatore”: come per Paolo e Isaia, Pietro si sente profondamente indegno. Così dovrebbe essere per ogni seria vita ecclesiale, ci si sente così inadeguati che non si pensa più alle colpe degli altri con il solo desiderio di salvarli.

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