Le opere di don Didimo Mantiero



Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento di Flora Gualdani alla cerimonia di conferimento del 37° Premio Internazionale Cultura Cattolica di venerdì 8 novembre. Per chi desiderasse vedere il video con tutta l'intervista e i saluti delle autorità presenti, è sufficiente cliccare su questo link


La vocazione di un’ostetrica e le origini dell’opera “Casa Betlemme”

Tutto è nato dalla mia famiglia che qualcuno definirebbe “tradizionale” ma è stata esemplare aiutandomi ad avviare quest’opera un po’ folle. È lì che ho respirato la fede a contatto con la saggezza della natura. I genitori contadini mi hanno educato al valore del sacrificio, testimoniandomi la fedeltà del loro amore. Sono stati capaci di volersi bene tutta la vita.

Sono diventata ostetrica nel 1959 e usavo le mie ferie per viaggiare. Nel mio primo viaggio in Terra Santa, nel 1964 a Betlemme ebbi l’intuizione forte che dette il via all’opera: mentre in Vaticano c’era il Concilio, io dentro quella Grotta compresi che la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica, e che il terzo millennio dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore.

 

Un “ospedale da campo” sulla procreatica ai tempi del Concilio Vaticano II: esperienza pionieristica nella pastorale della vita nascente. La prevenzione dell’aborto e i frutti del reparto accoglienza.

Non ho mai tenuto i conti perché non avevo tempo e sono allergica alla burocrazia. L’unica cifra di cui sono sicura è che nessuna donna è mai tornata da me pentita di aver accolto la vita. Neppure la undicenne incinta di incesto, la prostituta o la donna vittima di violenza, cioè i cosiddetti “casi limite”. L’importante è che la donna si senta amata, non lasciata sola.

Tra il lavoro in ospedale, l’accoglienza e i colloqui con le donne, credo che siano complessivamente qualche centinaio i bambini tolti dalla pena d’aborto, e altrettante le donne che a Casa Betlemme hanno scoperto la libertà di non abortire.

A queste donne non ho dato assistenzialismo. Le ho aiutate a recuperare la loro dignità e a tornare autonome in mezzo alla società. La maternità è stata la loro “terapia” adeguata. L’unica.

 

Il “balsamo della misericordia”: un’opera di accompagnamento a fianco delle donne ferite dal trauma post-aborto.

La misericordia di Dio può “atterrare” soltanto là dove trova il pentimento e quindi occorre chiamare il peccato con il suo nome e capire la gravità di quel gesto. Ma poi alzare lo sguardo verso Gesù che è misericordioso, cioè scende con il cuore sopra le nostre miserie, lavandole con il suo sangue. È Lui l’unico farmaco capace di guarire un cuore da quella ferita viscerale. Alle donne spiego che la migliore cura di bellezza non passa dall’estetista ma dal confessionale.

 

L’attenzione ai segni dei tempi: l’impegno culturale e l’apertura del “reparto formazione”. Dagli anni ’80 Casa Betlemme diventa una scuola di vita.

All’inizio degli anni ’80 mi rendevo conto che da noi stava crescendo una povertà culturale su questi temi. Il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato. Vedevo crescere l’emergenza educativa, il degrado morale fuori e dentro le sacrestie, la disinformazione pastorale e i suoi danni. Così decisi di aprire un altro reparto: quello della formazione come chiave della prevenzione. Casa Betlemme ha allargato così la sua azione diventando una scuola di vita dove si formano formatori e generazioni di famiglie cristiane. Perciò io la definisco una piccola “Università dell’amore alla persona, con Facoltà della vita”. La gente ha bisogno di riscoprire la sacralità della vita ma anche la sacralità del gesto che la consente. A Casa Betlemme cerchiamo di contrastare sia la disinformazione sia le due derive che s’incontrano a vari livelli: il relativismo morale e l’angelismo. Agli sposi e ai consacrati spiego che Dio non ci ha fatto con le ali ma con i genitali. Spiego che il Creatore, nella sua sapienza, ci ha fatti bene anche dalla cintola in giù. Mentre l’uomo moderno si è illuso di correggere ciò che Dio ha già creato in modo perfetto. Un concetto basilare che cerco di trasmettere è la sacralità della fisiologia femminile, in una visione creaturale. E’ cosa ben diversa da chi vorrebbe divinizzare la natura come “madre terra”. Noi vogliamo portare la gente a ritrovare meraviglia e rispetto per le leggi che il Creatore ha impresso nella natura, fatte di armonia e bellezza.

Molti pastori e teologi purtroppo insistono ancora sulla contraccezione, lo abbiamo visto negli ultimi sinodi. Tocca a noi laici fargli capire che sono fuori strada. Il futuro è dei metodi naturali. Lo ripeto: il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione, cioè della famiglia. La contraccezione è una proposta vecchia. E anche la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza, neppure sulle ovaie.

Vorrei sottolineare che tutto questo impegno di scienza e cultura, ha un profondo valore sociale: aiutare la Chiesa a trasmettere l’Humanae vitae significa diffondere lo splendore della verità e farlo diventare prassi tra la gente. È un messaggio incarnato da cui passa la soddisfazione sessuale e la felicità di tante famiglie, che si aprono alla vita e restano unite. Cioè significa costruire famiglie più solide nell’epoca dell’amore liquido.

 

I frutti dell’impegno culturale: una fraternità di laici missionari alle sorgenti della vita umana.

Ho trovato una certa sintonia tra l’opera di don Didimo e Casa Betlemme. Anche io, nel mio piccolo, ho aperto una scuola di cultura cattolica. Ero una giovane ostetrica dell’Azione Cattolica, ma sentivo che occorreva lavorare culturalmente di più sul campo della procreatica, trasmettendo ai giovani sapere e valori. Me ne resi conto all’ospedale di Londra durante un periodo di studio, vedendo giovani donne italiane che volavano là il fine settimana per abortire, quando da noi ancora non c’era la legge 194. Tornai turbata, ne parlai in Azione Cattolica ma i tempi non erano maturi e così dovetti incamminarmi da sola.

I collaboratori aumentano e la fraternità sta crescendo: siamo laici, sposati e non, che vivono del proprio lavoro immersi nel mondo e hanno deciso di spendere seriamente (e gratuitamente) la propria vita nell’opera di Casa Betlemme, come volontari qualificati. Sono professionisti di ogni ambito che arrivano, chiedono di prepararsi qui, e ogni tanto qualcuno decide di fermarsi. Oppure aprono un gruppo locale nella loro realtà. Abbiamo una Regola di vita che dice Ora, stude et labora.

Ogni tanto mi chiedo cosa spinga tante giovani famiglie a buttarsi su questa opera, cosa le attrae. Alcune di loro stasera sono qui con me. Se lo chiedete a loro, vi diranno che sono stati affascinati dall’armonia tra scienza e fede, dal coniugare azione e contemplazione, dall’impegno sociale con quello morale, dal tenere unite la carità con la verità. Hanno trovato a Casa Betlemme una morale incarnata che diventa balsamo per i cuori. Io lo definisco “carisma dell’armonia” e, visti i frutti sempre più abbondanti, mi pare sia una risposta adatta ai tempi che viviamo.

 

Riflessioni conclusive. Un paio di diagnosi e di “ricette”, pensando al futuro.

La mia esperienza si è forgiata nella solitudine, nella tribolazione e nel fuoco, anche il fuoco amico. Perché il “Vangelo della vita”, come tutto il Vangelo, disturba le coscienze. Quello su cui ho consumato la mia esistenza e tutti i miei beni è un campo spinoso, il capitolo più scomodo di tutto il Magistero. San Giovanni Paolo II diceva da profeta che su questi temi scottanti siamo chiamati all’impopolarità, ad essere accusati di durezza, incomprensione e altro ancora: oggi si dice “rigidità”. Ho imparato che la testimonianza è dialogo ma anche combattimento, bisogna saper coniugare dolcezza e fermezza. Ai miei collaboratori ripeto sempre che devono prepararsi al martirio delle idee e al martirio del cuore. Cioè per rimanere fedeli alla verità tutta intera, occorre il coraggio di rinunciare alla carriera e all’indice di gradimento, accettando di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana.

In conclusione, se dovessi riassumere il nostro compito nella società, direi così: davanti alla diffusa malattia delle “3S” cioè soldi, sesso e successo, cerchiamo di rispondere con la terapia delle “3P”, cioè povertà, purezza, piccolezza. Con dosi sempre abbondanti di preghiera. È una ricetta che porta frutto e dà futuro. Ve lo assicuro.

Mi permetto di dire che certe sofferenze della società derivano da una profonda crisi della Chiesa dove mi pare che siano stati decapitati il primo e sesto comandamento: il primato di Dio e la purezza della nostra vita. Quando crollano quelli, con il tempo vengono giù anche gli altri. Ma tutto parte da un problema di fede. Quando si ha paura ad annunciare verità impopolari, alla radice c’è un calo della nostra fede.

La crisi della fede viaggia insieme alla crisi della castità: parola desueta che disturba molti e ci interpella tutti.

Qualche anno fa al cardinale Caffarra facevo notare che anche tutto il dibattito infuocato degli ultimi Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. È sempre quello il nodo che viene al pettine: dal vivere “come fratello e sorella” dei divorziati alla questione dell’Humanae vitae, da quella dei giovani a quella del celibato sacerdotale.

Con i miei collaboratori insisto nella fedeltà al “BTD”: Bibbia, Tradizione e Dottrina.

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