Parliamo del primo dei tre capisaldi sui quali don Didimo ha fondato le sue Opere, il quale si esprime nella forma particolare de La Dieci. 

"Quando aprivo gli occhi al mattino,

il mio primo pensiero era per voi.
Vi cercavo spesso la sera, al vostro ritorno dal lavoro.
Il vederci era, per me e per voi, una festa,
una grande gioia del cuore, ogni volta."

Così si apre la sezione della mostra dedicata al primo dei tre capisaldi delle Opere di don Didimo Mantiero. Secondo l’umile prete tutto parte dalla preghiera perché questa è condizione indispensabile nell’agire, ogni azione non ha senso di essere compiuta senza la richiesta a Gesù Cristo. Pensiero condiviso con il suo padre spirituale San Giovanni Calabria, il quale la definiva come “un fiume di acqua sotterranea senza la quale non potrebbe fiorire nulla”.
Il pregare di Don Didimo, prendendo spunto da Abramo, il quale tratta con Dio la salvezza di Sodoma e Gomorra, è un dialogo, un rapporto confidenziale con una persona viva e presente alla quale chiedere e proporre gli affari che doveva compiere. E’ in questi dialoghi che il prete originario di Novoledo trova le risposte a molte sue riflessioni, una su tutte quella dopo la Lettura del passo sopra citato dell’Antico Testamento:
 
"Dio perdona alle colpe di molti, per la preghiera di pochi giusti.
Ma sono possibili ai nostri tempi i 'dieci giusti'?" 

Da qui parte l’esperienza de La Dieci. Essere dei Dieci voleva dire, e vuol dire tuttora, essere degli strumenti liberi nelle mani di Dio, al punto di offrire il dono più grande: la vita. Nella mostra, ma soprattutto nella quotidianità delle Opere nate dal carisma di don Didimo Mantiero, ampio spazio è dedicato ai primi martiri de La Dieci: Stelvio Vitella, Guido Revoloni, don Mario Ghibaudo e Giovanni Torresan.
Sofferenze che hanno segnato la vita parrocchiale del prete vicentino ma che ne hanno al contempo accresciuto la convinzione che “divento un Uno quanto più e meglio so penetrare Dio”, cioè quanto lascio che Dio agisca in me.