Il Premio Cultura Cattolica 2015 verrà assegnato alla sindonologa Emanuela Marinelli. La cerimonia di consegna si terrà venerdì 23 ottobre alle ore 20.30 presso il Teatro Remondini a Bassano del Grappa.

Martedì 20 ottobre, alle ore 11 presso la Sala Ferracina del Municipio di Bassano, alla presenza del Sindaco di Bassano Riccardo Poletto si terrà la conferenza stampa di presentazione dell'evento.

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L’Arcivescovo di Trieste mons. Gianpaolo Crepaldi è stato lunedì sera il primo relatore per il ciclo di conferenze autunnali promosse dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano. I principi non negoziabili erano l’argomento all’ordine del giorno. Sbaglia chi pensa, ha esordito mons. Crepaldi, che la dottrina dei principi non negoziabili  sia qualcosa di intransigente. Al contrario, si tratta di “una dottrina dell’apertura, della speranza, dell’impegno”. Vita, famiglia, libertà di educazione sono i tre principi fondamentali che non possono essere oggetto di trattativa in politica, ha aggiunto. “Non significa che su di essi non si possa discutere, ma non li si può trattare come si fa sul prezzo quando si acquista una casa”. Ma esistono ancora oggi “dei principi di legge morale naturale inscritti nel nostro essere creato e nella natura delle cose e che la nostra coscienza può conoscere in modo certo?”, si è chiesto Crepaldi. Una cosa, ha dichiarato, è “di sicura evidenza: la politica non è assoluta ma ha bisogno di qualcosa di assoluto” perché essa, pur essendo autonoma dall’etica e dalla religione, “non è capace di autofondarsi senza etica e senza religione”. Una politica che si pensasse autosufficiente si trasformerebbe in totalitarismo. Ecco quindi che “i principi non negoziabili fanno uscire la politica da se stessa e le permettono così di essere vero servizio”.

La politica, ha aggiunto l’Arcivescovo, “è la ricerca del bene comune e non del minor male comune”: è fondamentale che vi sia un confronto autentico, perché “che tipo di confronto ci può essere tra chi è disposto a raggiungere il compromesso ad oltranza?”.

“I principi non negoziabili – ha proseguito – non sono negoziabili perché la dignità della persona non è negoziabile”. Questa affermazione è tanto più importante se si pensa che viviamo in un momento in cui “la dignità delle persone sta subendo colpi molto negativi. La tecnica è ammaliatrice e ci invita, come il canto delle sirene, a oltrepassare il limite”. La buona politica, però, “deve essere consapevole che c’è qualcosa di indisponibile all’uomo”. “Senza un posto per Dio nel mondo – ha affermato Crepaldi – non c’è politica veramente umana”. E ha concluso: “se non c’è un posto per Dio nel mondo della politica, è la politica che si fa Dio”. “Quando si elimina Dio non risulta un mondo neutro, ma un mondo senza Dio o contro Dio, il che può essere una nuova religione. In questo caso la laicità sarebbe perduta”. I principi non negoziabili hanno questa funzione: “essi affermano un ordine morale che non può essere un uomo ad essersi dato. Ed è in fondo per questo che vengono osteggiati”.



Riprende lunedì 5 ottobre, alle 20.00 presso l’Hotel Palladio a Bassano, l’appuntamento con i cicli di incontri organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica. I temi sul tavolo, commenta il presidente Andrea Mariotto, “sono di estrema attualità, e a trattarli abbiamo invitato relatori di  eccezione”. Ad aprire il ciclo, lunedì 5 ottobre, sarà l’Arcivescovo di Trieste mons. Gianpaolo Crepaldi, da sempre impegnato nell’approfondimento dei grandi temi legati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Si deve a lui, infatti, la nascita dellOsservatorio Internazionale cardinale Van Thuân, che ha collaborato con la Scuola di Cultura Cattolica nell’organizzazione del ciclo di conferenze bassanesi.

“A compromesso alcuno. Fede e politica dei principi non negoziabili” sarà il titolo dell’incontro tenuto dall’Arcivescovo di Trieste.

L’incontro successivo in programma, previsto per lunedì 2 novembre, avrà invece all’ordine del giorno un argomento quanto mai attuale. Il domenicano Padre Giorgio Maria Carbone sarà ospite in città per tenere un incontro incentrato su “L’identità di genere. Una migliore o peggiore comprensione dell’uomo?”.

A chiudere il ciclo, lunedì 7 dicembre alle 19.30 sempre presso l’Hotel Palladio, sarà invece l’economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex Presidente dello Ior, che affronterà l’argomento del rapporto con la ricchezza in un incontro dal titolo “La Chiesa deve e può essere povera?”.



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“La situazione della Chiesa oggi non è facile. Oggi crollano le amicizie, crolla il matrimonio e quindi crolla la società, che non riesce ad esprimersi che con gli Stati che sono vuote parole. Vuote parole dei politici, adoratori del vitello d’oro e del potere. Hanno trasfigurato tutto in politica, ogni amore, ogni amicizia, la famiglia; tutto è diventato politica. Di conseguenza anche la chiesa rappresenta per loro un’alleanza politica, e la trattano così. La sfruttano per i loro fini”. Così ha esordito lunedì 4 maggio Stanislaw Grygiel (ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia di Roma) nell’incontro organizzato sul tema della famiglia alla luce della dottrina sociale della Chiesa tenutosi in Sala Martinovich a Bassano.

“Il caos in cui viviamo oggi nella Chiesa è il caos in cui versano i matrimoni, le famiglie, la persona umana”, ha commentato. “La barca della chiesa è sporca, perché sporco è l’uomo. Le acque agitate del lago squassano la barca e molti apostoli credono che modificare la sagoma della barca potrà assicurare maggiore sicurezza”.

Il popolo di Dio ha paura, ha aggiunto Grygiel, “ma la paura e la fede debole che l’accompagna sono cattive consigliere, impongono un pensare solo umano delle cose di Dio”. La conseguenza è che “molte pecore usciranno dall’ovile della Chiesa, si sottometteranno a morali ideologiche, cesseranno di ‘pensare bene’ come diceva Pascal”. In apparenza, Gesù sta dormendo sulla poppa e la barca sembra in balia delle onde. Nel Vangelo, tuttavia, gli apostoli fanno la cosa giusta: “non si mettono a discutere sullo stato del lago e della barca, ma svegliano Gesù”.

“Il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. È una domanda che fa tremare, ma che assume una particolare valenza in questo tempo in cui la Chiesa è al centro di un attacco che si è creato “a causa della nostra scarsa fede”, ha dichiarato il professore. “Il Diavolo attacca in modo scaltro il sacramento del matrimonio nel quale nasce la Chiesa e il sacramento dell’Eucarestia in cui è presente la Parola Incarnata di Dio in carne e in sangue”.

“Se spariranno il sacramento del matrimonio, dell’eucaristia e del pentimento, il sacerdozio sarà inutile.” Il trend di oggi è questo. Il Diavolo sa che distruggendo il centro della storia dell’universo senza incontrare ostacolo, poi porrà il suo dominio sull’universo.” Scendere a patti col Maligno non porta mai a una vittoria eterna, “e molti di noi e molti pastori oggi vengono sedotti da questa visione di successo.” È giunto il tempo di “svegliare Gesù che sembra dormire nell'eucaristia”, ha aggiunto Grygiel.

“La Chiesa deve essere dura, deve avere a cuore la Verità”, mentre oggi si cerca di “separare da misericordia dalla giustizia.” I Grandi Inquisitori odierni vogliono ignorare che “se si getta il peccato nell’oblio, con esso si gettano la misericordia e la giustizia.”

“Cristo perdona i peccati, ma nella giustizia”. Egli non tollera i peccati perché ama l’uomo. Cristo non condanna nessuno, ma a nessuno dice che può persistere nel suo peccato”. Per questo l’uomo necessita della forza della preghiera della Chiesa, poiché “non esistono preghiere inesaudite”. Oggi alcuni credono che la Chiesa cambierà tutto, matrimonio compreso. Ma cambieranno solo le cose secondarie, ha commentato Grygiel.

Come possiamo rinascere? Bisogna ritornare al principio, uscire dalla miseria della solitudine, e si può fare solo con l’incontro con un’altra persona. “Bisognerebbe parlare più di miseria e di povertà. La miseria morale e culturale sia dei ricchi che dei poveri dovrebbe essere il primo oggetto di cura di coloro che fanno cultura e dei pastori”, ha commentato. “L’uomo di questa civiltà è diventato insensibile alle cose ultime”, ha detto Grygiel citando Giovanni Paolo II. Quindi, cosa fare? Ritornare al principio, all’atto della creazione. “Il principio è per sempre; è come l’atto della creazione continua”. L’Europa, se vuole rinascere, deve ritornare al principio in cui è nata in quanto Europa e non in quanto Unione Europea (“Le organizzazioni che sono create in Europa, non si identificano con essa, sono nate sotto altri principi, quelli delle tre rivoluzioni illuministica, bolscevica e sessuale”).

In particolare nel sacramento del matrimonio, “uomo e donna davanti all’altare entrano nell’atto della creazione e ‘concreano’ se stessi come il violinista e il pianista ‘concreano’ il pezzo con il compositore entrando nella sua composizione”.  Questo è un dono, ha proseguito, ricevere un dono è difficile e per capire un dono “serve fiducia nell’altro che lo fa, altrimenti si pensa che sia una mancia”. La più grande difficoltà del dono è che trasfigura la contingenza dell’incontro in cui avviene, anche casuale, in una necessità di stare insieme per sempre dei due che si incontrano. Il dono è per sempre, non è un prestito: “se faccio dono di me ad un’altra persona, non sono più proprietario di me stesso”, ha spiegato Grygiel.

La vita matrimoniale è “una via è difficile verso una vittoria eterna, non verso un successo momentaneo”.



Lunedì 4 maggio si terrà alle 20.30 in Sala Martinovich l'ultima conferenza del ciclo che la Scuola di Cultura Cattolica e la Fondazione Italiana Europa Popolare hanno organizzato per approfondire i temi della Dottrina Sociale della Chiesa. Un ciclo in cui si sono approfonditi i tema della comunicazione, dell'economia, dell'impegno sociale e politico e che si chiuderà con il delicato tema della famiglia, che in questi ultimi anni si trova al centro di attacchi concentrici su tutti i fronti. Ad affrontare l'argomento sarà un esperto, il prof. Stanislaw Grygiel, Ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense a Roma.
"Per riscoprire il valore della famiglia, e per capire quanto sia pericoloso destrutturarla come sta facendo la cultura dominante di oggi - commenta il Presidente della Scuola di Cultura Cattolica - è necessario capire il suo significato non solo sotto il profilo economico e sociale, ma anzitutto antropologico".
Il prof. Grygiel dal 1980 vive a Roma. Come visiting professor insegna anche al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Washington. Dal 1992 fino al 1997 ha insegnato l’antropologia filosofica all'Accademia di Teologia a Lugano. Dal 1990 fino al 1993 ha insegnato la filosofia dell’uomo alla Pontificia Accademia della Santa Croce a Roma. Dal 1964 fino al 1980 ha insegnato la filosofia al Seminario dei Religiosi a Cracovia. Dal 1968 fino al 1980 ha insegnato la filosofia alla Pontificia Accademia di Teologia a Cracovia.




Si è tenuta sabato pomeriggio la presentazione della mostra “Storia di un’anima carnale. Charles Péguy a cento anni dalla morte”, organizzata dalle scuole paritarie San Giuseppe e dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano. A spiegare il motivo dell’esposizione, presentata per la prima volta al Meeting di Rimini del 2014, c’era il curatore Pigi Colognesi.

“Péguy è un poeta che interessa poco – ha esordito Colognesi – al punto che lo scorso anno, nel centenario della sua morte, in Francia non è successo nulla”. Il motivo, ha spiegato, è legato al fatto che il poeta francese è sempre stato un personaggio scomodo per la sua “intelligenza profetica” e per aver colto problematiche del suo e del nostro tempo: Péguy pone ai suoi contemporanei (e a noi oggi) “questioni da cui non è facile scappare”. Egli odiava i sistemi di pensiero perché la vita non è un sistema, i rapporti non sono “un sistema bello e fatto”. La vita, le relazioni, l’umanità sono un’esperienza che cambia e che non può essere “ingabbiata” in un sistema.

Per iniziare a conoscere Péguy è indispensabile capire il concetto attorno al quale ruota la produzione e l’attività editoriale dell’autore francese, ossia il concetto di “avvenimento” come di qualcosa che accade nella propria vita, che è imprevisto, imprevedibile e che non siamo noi a decidere. Lo definiva come una “irruzione del nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo”. Il giusto atteggiamento dell’uomo di fronte a un avvenimento, secondo Péguy, non è “piegarlo alle idee che ci siamo già fatti”, ma “ubbidire”, perché la storia – come ha spiegato in un’intervista il filosofo Alain Finkielkraut – “non si lascia condurre a colpi di bastone”.

Il percorso di vita del poeta francese, la spiegato il curatore della mostra, è quello di una persona con pochi spunti biografici (tranne il suo ingresso all’École Normale Supérieure, poi abbandonata, in cui si formava la classe dirigente francese e la sua morte sul fronte nel primo giorno di controffensiva sulla Marna), che vive la sua infanzia in una famiglia nella quale impara una fede semplice, che abbandonerà ai tempi degli studi perché “non era in grado di rispondere alle domande della cultura più alta, del positivismo imperante in quel tempo”. Péguy matura nel tempo l’idea che “nessuno deve essere lasciato fuori dalla possibilità di diventare un uomo pieno”, chiama “città armoniosa” questo luogo ideale nel quale “nessuno è escluso” e individua nel socialismo lo strumento per costruire questa “città armoniosa”. Uno dei suoi principali obiettivi polemici è poi la fede cristiana, contro la quale lotta per una forma di ribellione all'idea di inferno, che per lui rappresenta una delle più alte forme di esclusione. La differenza di Péguy, tuttavia, è che il suo atteggiamento non è ideologico, ma è legato ad un impeto sincero e da una volontà forte di lottare per la verità. Per questo fonda un giornale con la volontà di iniziare a fare una educazione alla verità partendo dai giovani. La sua esperienza lo porta presto a scontrarsi con il sistema politico socialista e con il mondo culturale a lui contemporaneo e lo rende ben presto un uomo solo.

Péguy, ha spiegato Colognesi, individua “dov’è il fondo marcio del pensiero e dell’uomo moderno: non si lascia interrogare da quello che accade, ma applica alla realtà i pensieri che ha già in testa”. Il poeta lotta contro un mondo “che riduce tutto a meccanismo e in cui scompare il fattore umano”.

Nella sua solitudine, si ritrova come in un Getsemani, sarà in questa situazione di disperazione che il poeta ritrova la fede cristiana. “Di fronte a tutta la distruzione del mondo moderno – ha commentato Colognesi – Péguy ritrova la linfa nel catechismo che aveva imparato da piccolo”. Ritrova il cristianesimo, come lui stesso spiegherà nei suoi scritti, “non convertendosi e rinnegando il passato, ma andando fino in fondo nel suo cammino di vita”. Per Péguy “il cristianesimo rappresenta un inveramento, un compimento dei suoi ideali”, e realizza che (contrariamente a quanto pensavo da ragazzo), il cristianesimo riguarda la vita”.



«Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy» è il titolo della mostra che fino a domenica 19 aprile sarà possibile visitare nella chiesa di San Giovanni, in piazza Libertà a Bassano, a cura delle Scuole Paritarie San Giuseppe e della Scuola di Cultura Cattolica. L’esposizione verrà inaugurata con una presentazione da parte di uno dei curatori, Pigi Colognesi, domani, sabato 11 aprile, alle ore 17.30.

L’apparente ossimoro del titolo spiega il filo conduttore che attraversa tutti gli scritti di Péguy: l’assoluto rispetto del reale concreto – carnale appunto – così come si pone, nell’inesausta ricerca della sua «anima». Deriva da qui la sua persistente polemica contro ogni stortura ideologica: politica o dei “sistemi” teorici, giornalistica o letteraria, pedagogica o sociologica; tutte quelle cioè che caratterizzano il «mondo moderno».

La visita alla mostra consentirà di conoscere un personaggio dalle numerose sfaccettature e con una biografia caratterizzata da tante polarità: gioventù passata nella povertà, la militanza socialista mai rinnegata e la lotta contro l’ideologia partitica, il dreyfusismo e il patriottismo, la fedeltà alla condizione di sposo e padre senza negare i sentimenti che l’hanno messa alla prova, la passione per l’amicizia e la netta rottura con chi non ne condivideva più il motivo ideale, il pungente vigore di polemista e l’afflato poetico.

L’espressione «anima carnale» definisce anche il vero centro e il motivo della mostra, ossia la profonda e radicale percezione dell’avvenimento cristiano propria di Péguy, che scrisse sul tema pagine di una ricchezza tale da far dire al grande teologo Von Balthasar che «non si è mai parlato così cristiano».

Un percorso in quattro sezioni accompagnerà i visitatori lungo le principali tappe di una vita (1873-1914) che non ha avuto – tranne forse la morte sul campo di battaglia il primo giorno della controffensiva della Marna – eventi esterni particolarmente eclatanti, essendosi sostanzialmente consumata nel lavoro di pubblicare i Cahiers de la quinzaine. Il percorso biografico è funzionale a far prendere contatto diretto coi testi di Péguy, autore prolifico e dalla prosa così ricca da mettere in difficoltà chi voglia estrarne degli stralci e, nel contempo, così potente da arrivare ad espressioni che suonano come indimenticabili aforismi.

Dal lunedì al venerdì la mostra sarà aperta al pubblico dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19. Il sabato e la domenica sarà accessibile dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 19. L’ingresso è libero ed è possibile prenotare delle visite guidate.



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Si è tenuta lunedì 2 marzo la seconda delle tre conferenze organizzate dalla Scuola di Cultura Cattolica in collaborazione con la Fondazione Italiana Europa Popolare sulla Dottrina sociale della Chiesa. Il relatore invitato per affrontare il tema del rapporto tra il magistero e l'impegno sociale e politico era Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuân. L’appuntamento è stato l'occasione per presentare un appello politico elaborato dall'Osservatorio nel 2014 intitolato "Un Paese smarrito e la speranza di un popolo”.

"Che l'Italia sia un paese smarrito è chiaro a tutti - ha esordito Fontana - perché siamo in una transizione politica che sembra non finire mai, e per di più inconcludente”. Viviamo in un momento in cui dal punto di vista politico c'è "un presidenzialismo di fatto che ha portato ad avere più governi non eletti dal popolo, un declassamento del Paese a livello internazionale, un allarme educativo dovuto alla pressione dell'ideologia del gender, una magistratura che vuole sostituirsi al Parlamento, la Corte Costituzionale che si inventa il ‘diritto il figlio’.”

Il problema, ha aggiunto Fontana, è che non solo l'Italia è smarrita, ma lo sono anche i cattolici: "esistono ancora cattolici in politica in Italia? C'è una prospettiva politica per i cattolici nel nostro Paese?”. I politici cattolici "sono spariti anche fisicamente dal parlamento" e proprio oggi che “gli attacchi alla famiglia sono ancora più gravi e potenti, la politica tace”. In senso più ampio, ha commentato, “c'è un’incapacità del mondo cattolico di vedere per sé un ruolo pubblico, c'è una sorta di ‘protestantesimizzazione' del mondo cattolico in atto”.

“Se la Chiesa - ha aggiunto - non sa più dire una parola di verità al mondo, è perso il mondo ma è persa anche la Chiesa”. In questi ultimi anni le sfide in politica si sono fatte più pressanti: “la logica del mondo vuole mettere le mani sulla natura umana e mai come oggi la politica si occupa di cose metafisiche.”

Di fronte a tutto questo il mondo cattolico tace. L'obiettivo della cultura dominante, che si estrinseca non solo nelle attività dei governi ma anche delle organizzazioni internazionali, è "distruggere Dio dalla pubblica piazza”. Viene da chiedersi, ha commentato Fontana, “se non si debba tornare a fare ricorso a una obiezione di coscienza radicale, come ai tempi del ‘non expedit’ di Pio IX.”

Quanto alla laicità dello Stato, Fontana ha spiegato che “oggi la laicità coincide con la mancanza di una morale." La concezione vera della laicità, tuttavia, è che la politica è autonoma dalle confessioni, ma non dalla morale: “senza una morale, come si fa a parlare di giustizia? La laicità è l'indipendenza dalla dimensione ecclesiale, ma la politica deve porsi al servizio di una morale che la precede, perché una politica che pensa di farsi da sé è dittatoriale.”



Prosegue lunedì 2 marzo, alle ore 20.30 presso la Sala Martinovich del Centro Giovanile, il ciclo di incontri sulla Dottrina Sociale della Chiesa che la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Italiana Europa Popolare. "Abbiamo voluto approfondire in tre incontri altrettanti temi (economia, politica e famiglia) e osservarli alla luce del Magistero", spiega il presidente della Scuola, Andrea Mariotto.

Dopo il partecipato incontro con il prof. Stefano Zamagni dell'università di Bologna, lunedì sera sarà la volta del dott. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

L'incontro prenderà spunto dalla presentazione di un appello che l'Osservatorio ha presentato e che è stato pubblicato dall’editrice Cantagalli. “È una proposta rivolta a tutti ma non su misura per tutti, una proposta che viene dai cattolici ed è rivolta a tutti gli italiani, una proposta “politica” in senso ampio ed alto perché qualcuno si deve prendere la responsabilità di indicare all’Italia un percorso di rinascita”, commenta lo stesso Fontana, che continua: “L’epoca delle proposte frammentate è finita, la fase dei tavoli inconcludenti è terminata, serve una proposta organica perché l’Italia sta smarrendo la propria identità e conosce una paralisi senza precedenti circa il proprio futuro.”

Sussidiarietà, libertà di educazione, solidarietà nel lavoro e nella produzione, riforme istituzionali,  Europa, difesa della famiglia e della vita, immigrazione, crisi demografica sono solo alcuni dei principali nodi del dibattito politico che saranno sul tavolo lunedì sera.

Il ciclo di conferenze si chiuderà lunedì 4 maggio, con l'intervento del professor Stanislaw Grygiel sul tema “La missione della famiglia e le sfide del nostro tempo”.



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Lunedì 2 febbraio si è tenuta la conferenza del prof. Stefano Zamagni, economista professore ordinario dell’Università di Bologna, invitato dalla Scuola di Cultura Cattolica e dalla Fondazione Italiana Europa Popolare per intervenire sul tema “Economia, bene comune e la lezione della Dottrina Sociale della Chiesa”.

Di fronte ad una Sala Martinovich gremita, affiancato dal direttore della Fondazione Italiana Europa Popolare Pietro Giubilo, Zamagni ha esordito sostenendo che oggi, com’è sotto gli occhi di tutti, “l’economia ha soverchiato tutto il resto, basta sfogliare i giornali e vedere quante pagine vi sono dedicate”. Questa situazione è il risultato di un processo che ha portato a un’inversione di compiti tra la politica e l’economia. La seconda, che dovrebbe occuparsi dei “mezzi”, ha sostituito nel suo compito la prima, deputata a stabilire i “fini” di una società, e viceversa. L’inversione di compiti ha di fatto sottoposto la politica all’economia. Il problema, ha detto Zamagni, “è che l’obiettivo dell’economia non è il bene comune, ma l’efficienza di mercato ella massimizzazione del profitto”. Il capitalismo è ha assunto il ruolo di una “nuova religione immanentista”, e la politica si è ridotta a pura procedura, quasi esclusivamente concentrata sulla gestione degli equilibri elettorali: “la democrazia è diventata una mera tecnica di calcolo di maggioranze e minoranze al servizio dell’efficienza, mentre in realtà essa è prima di tutto un insieme di valori”. Da qui è nato ciò che oggi gli studiosi chiamano il post-umanesimo, ossia “il progetto di sostituire Dio con la tecnologia”.

Insieme allo “svuotamento” della democrazia, ha spiegato il professore, i segnali di questa inversione, sono altri tre. Anzitutto “il totalismo dell’impresa”, che vuole tutto dai suoi dipendenti, vuole che essi si dedichino interamente ad essa tralasciando tutte le altre dimensioni della vita sociale. L’effetto più immediato di questo “totalismo” (espressione usata per la prima volta dall’allora cardinale Wojtyla) è la distruzione della famiglia e dei legami sociali. Un secondo segnale importante è “l’aumento scandaloso delle disuguaglianze sociali”. È vero, ha ammesso l’economista, che il capitalismo ha dimostrato di saper produrre ricchezza, ma ha anche dimostrato di non saperla redistribuire. L’ultimo indizio, infine, è “la diminuzione dell’indice aggregato della felicità”, un indicatore statistico che segnala tendenze socialmente preoccupanti come l’aumento del tasso di suicidi, del consumo di psicofarmaci, la diffusione della depressione, l'incremento del consumo di droghe e del tasso di divorzi.

Non poche responsabilità sono in capo agli economisti, ha confessato Zamagni, perché "hanno confuso l’utilità e la ricchezza con la felicità, che dipende però dalle relazioni, non dai beni posseduti”.

In questo scenario, l'economia di mercato può essere ancora un sistema vincente, ma è necessario "fraternizzarla". I francescani, ha raccontato Zamagni, "hanno inventato l'economia di mercato fraternizzante perché avevano a cuore il bene comune”. Per innescare questo processo, all'assunto di Hobbes homo homini lupus bisogna opporre l'assunto dell'economia civile homo homini natura amicus elaborato dall'economista settecentesco Antonio Genovesi. Un uomo naturalmente amico per l’uomo e non “lupo”. "Dobbiamo tornare a umanizzare il mercato. Le relazioni anche economiche devono essere finalizzate alla fraternità”, ha chiosato Zamagni. E ancora: “Il principio di fraternità, se vissuto e creduto, trasforma la realtà, e per questo attaccano i cattolici”. Per cambiare concretamente, "bisogna fare scuola, bisogna organizzare il controcanto, mostrare che facendo impresa in modo fraterno non si perdono quote di mercato, ma si guadagnano. L'imprenditore cristiano dimostra la sua identità così”. E soprattutto, “bisogna divertirsi, ma nel suo vero senso letterale che significa guardare altrove. Bisogna uscire da se stessi per incontrare il volto dell'altro".

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