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“Io sono chiamato ad amare l’altro con un amore di carità. C’è un abisso tra rispettare e amare. Non bisogna rispettare nessuno, bisogna amare tutti”, poiché il rispetto, quello profondo, sgorga dall’amore, mentre il rispetto nella sua accezione più diffusa e veicolata dai mezzi di comunicazione è “figlio di una logica buonista, che porta all’indifferentismo conoscitivo e morale”. È iniziata con questa provocazione la conferenza sulla prospettiva di genere tenuta lunedì 2 novembre da p. Giorgio Maria Carbone, responsabile delle Edizioni Studio Domenicano.

Attenzione, poi, al riduzionismo: “ognuno di noi è molto più ricco rispetto ai suoi atti, ai suoi gesti e ai suoi pensieri”, mentre la cultura dominante vorrebbe invece il contrario, ossia “ridurre l’uomo solo a ciò che fa o identificarlo solamente rispetto alle sue preferenze sessuali”.

Il rapporto tra genere e sesso, negli ultimi anni, è stato pesantemente messo in discussione. “Genere non è più sinonimo di sesso, com’è invece legittimo che sia”. Anche l’OMS, nei suoi documenti, definisce il genere senza il riferimento al sesso biologico dando seguito agli studi di John Money, che teorizzava che un bambino “imparasse” il proprio genere “come si impara una lingua”. Il testo di riferimento di tutte le organizzazioni internazionali, ha proseguito Carbone, “dice che per definire il genere bisogna distinguere tra il dato biologico e quello socio-culturale. Insomma, io mi posso percepire come voglio”. Questa è la via che segue la mentalità dominante, una direzione perseguita anche “con pubblicazioni che hanno molta risonanza, ma prive di riscontri scientifici”. Di questa logica, ha commentato p. Carbone, sono figli documenti come gli Standard per l’educazione sessuale dell’OMS e i libri sul gender.

Tutto in nome dell’uguaglianza e della lotta alla discriminazione. Ma, ha precisato, “uguaglianza non significa omologare. Significa: a parità di condizioni, parità di trattamento; a disparità di condizioni, disparità di trattamento”. Per fare un esempio: “lo Stato chiede a tutti le stesse tasse? No, c’è una distinzione per diversi parametri per generare non una equiparazione, ma una perequazione”. Da questo punto di vista, “la prospettiva di genere a livello antropologico porta all’omologazione, alla confusione. Con il ‘genere fluido’ è il caos”. Padre Carbone ha poi preso in analisi le premesse politico-ideologiche della teoria del gender, sostenuta da “una logica basata sull’utero in affitto e sulla fecondazione in provetta, che a sua volta affonda le radici nelle teorie neo-malthusiane”, secondo le quali sarebbe necessario attuare un ferreo controllo delle nascite per ridurre la pressione demografica e quindi la presenza dell’uomo sulla terra. Già Erich Fromm metteva in luce che “la battaglia per l’uguaglianza presto o tardi per motivi di politica totalitaria avrebbe condotto all’eliminazione delle differenze e alla generazione di uomini atomi simili tra loro per farli funzionare in massa compatta”. 

“Chi si oppone a questo progetto politico, come abbiamo visto nel caso del giudice del Consiglio di Stato, va rieducato, curato, silenziato, punito, gli si mette il marchio di omofobo. Vi sembra un Paese libero?”.

“Mi sa che dovremo ritornare in piazza – ha concluso padre Carbone – per amore e per il futuro delle nostre generazioni e per la loro felicità”.

 

Padre Carbone, nel dibattito pubblico oggi sembra essere scomparso il tema del diritto naturale. Si parla di diritti individuali negati, di lotta alla discriminazione, love is love, e “chi sono io per giudicare?”. Perché anche un non credente dovrebbe avere interesse a difendere la famiglia naturale?

Diritto naturale è una locuzione classica; oggi si parla piuttosto di diritti umani fondamentali. Il matrimonio, però, non è un diritto umano fondamentale, ma un rapporto etico-sociale. Perché il matrimonio è un bene che dovrebbe essere protetto non tanto dal credente, ma dalla persona in quanto tale? Perché il diritto prende in considerazione il matrimonio per garantire l’ordinata generazione dei figli e della successione del patrimonio. Per fare questo si devono imporre dei doveri. Se dopo decenni non si conoscono le relazioni parentali e le relazioni successorie dei beni, è il caos. Per questo prima in Grecia e poi a Roma hanno disciplinato il matrimonio. L’ottica di base sono i doveri, quindi, non i diritti. Oggi l’enfasi è tutta posta sui diritti, sull’amore. Ma il Codice civile non si basa sull’amore, ma sui doveri dei coniugi. Il diritto naturale si basa sulla realtà. Se si perde il collegamento con la realtà – e si dà rilievo giuridico agli orientamenti pulsionali – siamo nelle sabbie mobili del soggettivismo e salta tutto, perché il diritto si deve basare sull’oggettività e sulla realtà. Se a livello di ordinamento giuridico ciò che conta è la percezione, tra le immense e varie forme che l’amore può avere, perché scegliere di tutelarne solo una, quella omosessuale? Il fondamento costitutivo del matrimonio non è l’amore, ma la relazione tra maschio e femmina fondata sull’amore come impegno della volontà a dare la vita al coniuge nell’alterità maschio-femmina, nella complementarietà e nella parità reciproca. Altre forme di amore, come quello omosessuale, sono pulsionali. Saranno anche significative per quelli che le vivono, ma escludono e contraddicono radicalmente la fisiologia umana.

Ci sono punti di contatto tra l’approccio di genere e l’antropologia cristiana?

Se “genere” è sinonimo di sesso, sì. Se “genere” è svincolato dall’identità sessuale, il discorso conduce a un risultuato caotico e aberrante, quindi a una visione disumana dell’essere umano.

Non le sembra che su questi temi tanti sacerdoti siano piuttosto tiepidi, quando non addirittura freddi?

I don Abbondio sono numerosi. Credo che sia prima di tutto un problema di informazione, poi è innegabile che ci sia un clima intimidatorio che ha all’origine sempre gli stessi gruppi massmediatici. Questi favoriscono la disinformazione: a leggere i quotidiani principali, la teoria del gender sembra essere un’invenzione dei cattolici integralisti che per compattarsi avrebbero bisogno di un nemico. È una baggianata. Basta guardare come i media trattano le parole del Papa sull’argomento. A Napoli definì il gender un “grave errore dell’intelligenza umana”, ma il giorno dopo il Corriere parlava solo di gossip e di argomenti minori, come le suore che avevano “assalito” Francesco per salutarlo.

John Money codificava le sue teorie più di 50 anni fa. Non ne stiamo parlando troppo tardi?

In Italia c’è stata un’accelerazione recente. Ora c’è un’invasione del messaggio omosessualista. Non c’è fiction, programma televisivo, talk show che non proponga una storia gay al suo interno. Questa pressione mediatica è parte di una “strategia dissociativa”: prima hanno separato “lui” da “lei” con il divorzio, poi con l’aborto hanno dissociato la mamma dal figlio. La terza, quella attuale, è la dissociazione tra l’individuo e il suo corpo.

Constatato che il problema della concezione personale maschile e femminile c’è, come può un educatore affrontare il tema con i ragazzi?

Il rimedio a lungo termine è tornare a contemplare la realtà. Siamo circondati da manufatti, e avere continuamente a che fare con prodotti della tecnica ha modificato anche il nostro modo di trattare tutto il resto, al punto che usiamo questa stessa mentalità dell’homo faber anche nei confronti del corpo umano, che trattiamo come fosse una macchina che può essere assemblata e rimodulata a piacere. Il gender propone un “uomo-pongo”, continuamente malleabile. Invece dobbiamo riacquistare lo sguardo contemplativo, per apprezzare la bellezza della realtà data senza avere la pretesa di cambiarla. Dobbiamo riacquistare lo sguardo contemplativo sul nostro corpo. A breve termine, invece, la soluzione è essere vigilanti su ciò che accade, soprattutto a livello scolastico.

Chi ha interesse a finanziare la diffusione di queste logiche?

Tutti coloro che finanziano progetti neo-malthusiani, come le grandi fondazioni (Gates, Rockfeller, ecc.). Poi i centri che praticano la fecondazione in vitro, e in Italia in proporzione ci sono molti più centri che negli Stati Uniti per singolo abitante. La stragrande maggioranza del finanziamento arriva per motivi di carattere politico affinché tutti facciano la stessa cosa, una nuova forma di totalitarismo.



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“Siamo chiamati tutti alla santità, e la Sindone – che è icona della misericordia – è  un segno di grande speranza”. È così che ieri sera, al Teatro Remondini di Bassano, si è congedata dal pubblico venuto ad ascoltarla la studiosa della Sindone Emanuela Marinelli, assegnataria del 33° Premio Internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica. Durante la cerimonia di consegna, Marinelli ha risposto a una lunga intervista del giornalista de La Stampa Marco Tosatti, che ha permesso a tutti di conoscere la vita e le esperienze della professoressa. Nata in una famiglia numerosa con 6 figli, Marinelli ha confessato da subito che è proprio in famiglia che è iniziato il suo cammino di devozione e di cultura. “Mio padre mi faceva leggere moltissimi libri sui santi, perché – diceva – i santi non ti lasciano alibi”. Possiamo sentire come “irraggiungibili” l’esempio di Gesù Cristo e di Maria, ma i santi sono sempre persone come noi, e “se hanno raggiunto la santità loro, vuol dire che è alla portata di tutti”. Sempre in famiglia la giovane Marinelli ha capito l’importanza della cultura: “studiavo perché mi piaceva studiare, non perché dovevo e nel tempo ho capito che la cultura serve per dare forza a quello che dici.” Fu proprio questa che le servì negli anni del liceo, quando iniziarono i suoi scontri con i professori che ostacolavano chi voleva professare la propria fede. Era la fine degli anni Sessanta in piena contestazione. “Decisi di laurearmi in scienze naturali dopo un diverbio con una mia professoressa che in classe disse: ‘la scienza ha dimostrato che Dio non esiste’. Discutendo con lei, mi rispose con disprezzo chiedendomi che cosa potessi saperne io rispetto lei che era laureata in scienze naturali. Mi laureai anche io in quella disciplina, poi tornai da lei per riprendere il discorso”. Negli anni in cui fu insegnante, Marinelli ha confessato di non aver mai nascosto di essere credente, “e questo mi ha aiutato a essere credibile. Per questo ho anche subito un ‘processo proletario’ da parte dei miei studenti”.

Quanto al suo rapporto con la sindone, Marinelli ha detto che “era inevitabile. Non ho scelto io di diventare apostolo della sindone, perché Dio ha messo sulla mia strada dei segnali che ho dovuto seguire”. Una passione nata per una curiosità, che ha poi prodotto 17 libri e 38 anni di studi ininterrotti sul Sacro Lino.

Un lenzuolo che, ha spiegato il presidente della Giuria che assegna il Premio Sergio Belardinelli, “È il quinto Vangelo scritto con sangue di Gesù, e proprio per questo ci consente di leggere con occhio adeguato anche gli altri quattro Vangeli”.

“Dopo la Sindone, c’è il Mistero della Risurrezione, che  è il cuore della nostra fede”, ha poi dichiarato il presidente della Scuola di Cultura Cattolica Andrea Mariotto. “Nella Sindone c’è l’immagine di un momento di morte e Risurrezione che ravviva la nostra fede”. “È sicuro – ha concluso – che , alla fine, sta alla nostra libertà muoversi: Dio dà sufficiente luce per vedere a chi vuole vedere e lascia sufficiente buio a chi non vuole vedere.”

Anche l'assessore Linda Munari, venuta a portare il saluto del Sindaco di Bassano, ha voluto ribadire l'importanza del Premio Cultura Cattolica. "Il Premio è particolarmente importante – ha dichiarato – soprattutto  in questo momento storico in cui il dibattito sulle cose importanti è scaduto”.

Numerosi i messaggi che sono arrivati per congratularsi con la professoressa Marinelli per il premio ricevuto. Tra gli altri, quello del Segretario di Stato Vaticano mons. Pietro Parolin che ha trasmesso le felicitazioni del Santo Padre, quello del card. Camillo Ruini, dell’Arcivescovo di Milano mons. Angelo Scola e del Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici mons. Josef Clemens.

 

Nella mattinata di venerdì la professoressa Marinelli ha incontrato il sindaco di Bassano Riccardo Poletto. “Quando mi hanno comunicato che avevano deciso di assegnarmi il Premio, ha speigato, sono impallidita vedendo chi lo aveva ricevuto prima di me”. Si è quindi detta “molto grata e onorata di aver avuto questo riconoscimento molto prestigioso”. Quanto al suo lavoro sulla Sindone, rispondendo alle domande dei giornalisti presenti Marinelli ha affermando “la definizione più azzeccata della Sindone secondo me l’ha data Orazio Petrosillo, quando la definì ‘la fotonotizia dal Calvario’. Questo lenzuolo ci lascia sulla soglia del mistero sul perché il corpo del cadavere del crocifisso che sicuramente vi è stato avvolto non vi sia rimasto, pur essendo stato in contatto con il lino un tempo che è stato calcolato tra le 36 e le 40 ore, in piena aderenza a quanto scritto nei Vangeli”.



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Si è tenuta questa mattina in municipio alla presenza del Sindaco di Bassano Riccardo Poletto la conferenza stampa di presentazione della 33ª edizione del
Premio Internazionale Medaglia dOra al Merito della Cultura Cattolica, che verrà assegnato alla dott.ssa Emanuela Marinelli, una studiosa della Sindone tra i più accreditati a livello internazionale.

La cerimonia di consegna del riconoscimento si terrà VENERDÌ 23 OTTOBRE alle 20.30 presso il Teatro Remondini a Bassano.

“Il Premio è sempre una bella ricorrenza”, ha esordito il sindaco Poletto. “È un’occasione che proietta Bassano a livelli importanti”. La Scuola di Cultura Cattolica, ha proseguito, “ha sempre portato nella nostra città nomi di personalità che si distinguono nel campo della cultura cattolica”. Il fatto che il riconoscimento quest’anno vada alla prof.ssa Marinelli, ha commentato Poletto, “ha un significato enorme per i credenti, ma anche per i non credenti”. La Sindone, infatti, “È un simbolo che vale per tutti perché mostra non solo quanto l’uomo possa far soffrire un altro uomo, ma anche quanto qualcuno possa soffrire per il bene degli altri”.

“La Scuola di Cultura Cattolica – ha aggiunto il presidente dell’associazione Andrea Mariotto – ha sempre voluto evidenziare al pubblico, con l’assegnazione del Premio, quelle personalità che avessero saputo fare della fede cultura”. La professoressa Marinelli non solo ha fatto questo, “ma ha fatto della Sindone una vita, essendosi dedicata esclusivamente da 38 anni alle ricerche sul Sacro Lino”. Il suo esempio, ha concluso Mariotto, è quello di una persona che, avvicinatasi alla Sindone per una curiosità scientifica, l’ha fatta diventare il motivo del suo impegno e della sua testimonianza cristiana”. In un’epoca in cui sembra esistere solo ciò che è scientificamente dimostrabile, ha concluso il presidente citando la stessa Marinelli, il telo sindonico è “un quinto Vangelo scritto con il sangue, che ci permette di essere come dei novelli San Tommaso che, osservandola, si fanno coinvolgere dalla provocazione che essa rappresenta, infilando idealmente il dito nella piaga del costato di Cristo”.

La dott.ssa Marinelli giungerà in città nella giornata di giovedì e venerdì alle 11.30 in municipio riceverà il saluto ufficiale da parte dell’amministrazione comunale in un incontro con il Primo cittadino.
Durante la cerimonia di consegna del riconoscimento, la dott.ssa Marinelli verrà intervistata dal vaticanista Marco Tosatti.






Il Premio Cultura Cattolica 2015 verrà assegnato alla sindonologa Emanuela Marinelli. La cerimonia di consegna si terrà venerdì 23 ottobre alle ore 20.30 presso il Teatro Remondini a Bassano del Grappa.

Martedì 20 ottobre, alle ore 11 presso la Sala Ferracina del Municipio di Bassano, alla presenza del Sindaco di Bassano Riccardo Poletto si terrà la conferenza stampa di presentazione dell'evento.

Leggi l'intervista di Marina Corradi su Avvenire


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L’Arcivescovo di Trieste mons. Gianpaolo Crepaldi è stato lunedì sera il primo relatore per il ciclo di conferenze autunnali promosse dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano. I principi non negoziabili erano l’argomento all’ordine del giorno. Sbaglia chi pensa, ha esordito mons. Crepaldi, che la dottrina dei principi non negoziabili  sia qualcosa di intransigente. Al contrario, si tratta di “una dottrina dell’apertura, della speranza, dell’impegno”. Vita, famiglia, libertà di educazione sono i tre principi fondamentali che non possono essere oggetto di trattativa in politica, ha aggiunto. “Non significa che su di essi non si possa discutere, ma non li si può trattare come si fa sul prezzo quando si acquista una casa”. Ma esistono ancora oggi “dei principi di legge morale naturale inscritti nel nostro essere creato e nella natura delle cose e che la nostra coscienza può conoscere in modo certo?”, si è chiesto Crepaldi. Una cosa, ha dichiarato, è “di sicura evidenza: la politica non è assoluta ma ha bisogno di qualcosa di assoluto” perché essa, pur essendo autonoma dall’etica e dalla religione, “non è capace di autofondarsi senza etica e senza religione”. Una politica che si pensasse autosufficiente si trasformerebbe in totalitarismo. Ecco quindi che “i principi non negoziabili fanno uscire la politica da se stessa e le permettono così di essere vero servizio”.

La politica, ha aggiunto l’Arcivescovo, “è la ricerca del bene comune e non del minor male comune”: è fondamentale che vi sia un confronto autentico, perché “che tipo di confronto ci può essere tra chi è disposto a raggiungere il compromesso ad oltranza?”.

“I principi non negoziabili – ha proseguito – non sono negoziabili perché la dignità della persona non è negoziabile”. Questa affermazione è tanto più importante se si pensa che viviamo in un momento in cui “la dignità delle persone sta subendo colpi molto negativi. La tecnica è ammaliatrice e ci invita, come il canto delle sirene, a oltrepassare il limite”. La buona politica, però, “deve essere consapevole che c’è qualcosa di indisponibile all’uomo”. “Senza un posto per Dio nel mondo – ha affermato Crepaldi – non c’è politica veramente umana”. E ha concluso: “se non c’è un posto per Dio nel mondo della politica, è la politica che si fa Dio”. “Quando si elimina Dio non risulta un mondo neutro, ma un mondo senza Dio o contro Dio, il che può essere una nuova religione. In questo caso la laicità sarebbe perduta”. I principi non negoziabili hanno questa funzione: “essi affermano un ordine morale che non può essere un uomo ad essersi dato. Ed è in fondo per questo che vengono osteggiati”.



Riprende lunedì 5 ottobre, alle 20.00 presso l’Hotel Palladio a Bassano, l’appuntamento con i cicli di incontri organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica. I temi sul tavolo, commenta il presidente Andrea Mariotto, “sono di estrema attualità, e a trattarli abbiamo invitato relatori di  eccezione”. Ad aprire il ciclo, lunedì 5 ottobre, sarà l’Arcivescovo di Trieste mons. Gianpaolo Crepaldi, da sempre impegnato nell’approfondimento dei grandi temi legati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Si deve a lui, infatti, la nascita dellOsservatorio Internazionale cardinale Van Thuân, che ha collaborato con la Scuola di Cultura Cattolica nell’organizzazione del ciclo di conferenze bassanesi.

“A compromesso alcuno. Fede e politica dei principi non negoziabili” sarà il titolo dell’incontro tenuto dall’Arcivescovo di Trieste.

L’incontro successivo in programma, previsto per lunedì 2 novembre, avrà invece all’ordine del giorno un argomento quanto mai attuale. Il domenicano Padre Giorgio Maria Carbone sarà ospite in città per tenere un incontro incentrato su “L’identità di genere. Una migliore o peggiore comprensione dell’uomo?”.

A chiudere il ciclo, lunedì 7 dicembre alle 19.30 sempre presso l’Hotel Palladio, sarà invece l’economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex Presidente dello Ior, che affronterà l’argomento del rapporto con la ricchezza in un incontro dal titolo “La Chiesa deve e può essere povera?”.



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“La situazione della Chiesa oggi non è facile. Oggi crollano le amicizie, crolla il matrimonio e quindi crolla la società, che non riesce ad esprimersi che con gli Stati che sono vuote parole. Vuote parole dei politici, adoratori del vitello d’oro e del potere. Hanno trasfigurato tutto in politica, ogni amore, ogni amicizia, la famiglia; tutto è diventato politica. Di conseguenza anche la chiesa rappresenta per loro un’alleanza politica, e la trattano così. La sfruttano per i loro fini”. Così ha esordito lunedì 4 maggio Stanislaw Grygiel (ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia di Roma) nell’incontro organizzato sul tema della famiglia alla luce della dottrina sociale della Chiesa tenutosi in Sala Martinovich a Bassano.

“Il caos in cui viviamo oggi nella Chiesa è il caos in cui versano i matrimoni, le famiglie, la persona umana”, ha commentato. “La barca della chiesa è sporca, perché sporco è l’uomo. Le acque agitate del lago squassano la barca e molti apostoli credono che modificare la sagoma della barca potrà assicurare maggiore sicurezza”.

Il popolo di Dio ha paura, ha aggiunto Grygiel, “ma la paura e la fede debole che l’accompagna sono cattive consigliere, impongono un pensare solo umano delle cose di Dio”. La conseguenza è che “molte pecore usciranno dall’ovile della Chiesa, si sottometteranno a morali ideologiche, cesseranno di ‘pensare bene’ come diceva Pascal”. In apparenza, Gesù sta dormendo sulla poppa e la barca sembra in balia delle onde. Nel Vangelo, tuttavia, gli apostoli fanno la cosa giusta: “non si mettono a discutere sullo stato del lago e della barca, ma svegliano Gesù”.

“Il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. È una domanda che fa tremare, ma che assume una particolare valenza in questo tempo in cui la Chiesa è al centro di un attacco che si è creato “a causa della nostra scarsa fede”, ha dichiarato il professore. “Il Diavolo attacca in modo scaltro il sacramento del matrimonio nel quale nasce la Chiesa e il sacramento dell’Eucarestia in cui è presente la Parola Incarnata di Dio in carne e in sangue”.

“Se spariranno il sacramento del matrimonio, dell’eucaristia e del pentimento, il sacerdozio sarà inutile.” Il trend di oggi è questo. Il Diavolo sa che distruggendo il centro della storia dell’universo senza incontrare ostacolo, poi porrà il suo dominio sull’universo.” Scendere a patti col Maligno non porta mai a una vittoria eterna, “e molti di noi e molti pastori oggi vengono sedotti da questa visione di successo.” È giunto il tempo di “svegliare Gesù che sembra dormire nell'eucaristia”, ha aggiunto Grygiel.

“La Chiesa deve essere dura, deve avere a cuore la Verità”, mentre oggi si cerca di “separare da misericordia dalla giustizia.” I Grandi Inquisitori odierni vogliono ignorare che “se si getta il peccato nell’oblio, con esso si gettano la misericordia e la giustizia.”

“Cristo perdona i peccati, ma nella giustizia”. Egli non tollera i peccati perché ama l’uomo. Cristo non condanna nessuno, ma a nessuno dice che può persistere nel suo peccato”. Per questo l’uomo necessita della forza della preghiera della Chiesa, poiché “non esistono preghiere inesaudite”. Oggi alcuni credono che la Chiesa cambierà tutto, matrimonio compreso. Ma cambieranno solo le cose secondarie, ha commentato Grygiel.

Come possiamo rinascere? Bisogna ritornare al principio, uscire dalla miseria della solitudine, e si può fare solo con l’incontro con un’altra persona. “Bisognerebbe parlare più di miseria e di povertà. La miseria morale e culturale sia dei ricchi che dei poveri dovrebbe essere il primo oggetto di cura di coloro che fanno cultura e dei pastori”, ha commentato. “L’uomo di questa civiltà è diventato insensibile alle cose ultime”, ha detto Grygiel citando Giovanni Paolo II. Quindi, cosa fare? Ritornare al principio, all’atto della creazione. “Il principio è per sempre; è come l’atto della creazione continua”. L’Europa, se vuole rinascere, deve ritornare al principio in cui è nata in quanto Europa e non in quanto Unione Europea (“Le organizzazioni che sono create in Europa, non si identificano con essa, sono nate sotto altri principi, quelli delle tre rivoluzioni illuministica, bolscevica e sessuale”).

In particolare nel sacramento del matrimonio, “uomo e donna davanti all’altare entrano nell’atto della creazione e ‘concreano’ se stessi come il violinista e il pianista ‘concreano’ il pezzo con il compositore entrando nella sua composizione”.  Questo è un dono, ha proseguito, ricevere un dono è difficile e per capire un dono “serve fiducia nell’altro che lo fa, altrimenti si pensa che sia una mancia”. La più grande difficoltà del dono è che trasfigura la contingenza dell’incontro in cui avviene, anche casuale, in una necessità di stare insieme per sempre dei due che si incontrano. Il dono è per sempre, non è un prestito: “se faccio dono di me ad un’altra persona, non sono più proprietario di me stesso”, ha spiegato Grygiel.

La vita matrimoniale è “una via è difficile verso una vittoria eterna, non verso un successo momentaneo”.



Lunedì 4 maggio si terrà alle 20.30 in Sala Martinovich l'ultima conferenza del ciclo che la Scuola di Cultura Cattolica e la Fondazione Italiana Europa Popolare hanno organizzato per approfondire i temi della Dottrina Sociale della Chiesa. Un ciclo in cui si sono approfonditi i tema della comunicazione, dell'economia, dell'impegno sociale e politico e che si chiuderà con il delicato tema della famiglia, che in questi ultimi anni si trova al centro di attacchi concentrici su tutti i fronti. Ad affrontare l'argomento sarà un esperto, il prof. Stanislaw Grygiel, Ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense a Roma.
"Per riscoprire il valore della famiglia, e per capire quanto sia pericoloso destrutturarla come sta facendo la cultura dominante di oggi - commenta il Presidente della Scuola di Cultura Cattolica - è necessario capire il suo significato non solo sotto il profilo economico e sociale, ma anzitutto antropologico".
Il prof. Grygiel dal 1980 vive a Roma. Come visiting professor insegna anche al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Washington. Dal 1992 fino al 1997 ha insegnato l’antropologia filosofica all'Accademia di Teologia a Lugano. Dal 1990 fino al 1993 ha insegnato la filosofia dell’uomo alla Pontificia Accademia della Santa Croce a Roma. Dal 1964 fino al 1980 ha insegnato la filosofia al Seminario dei Religiosi a Cracovia. Dal 1968 fino al 1980 ha insegnato la filosofia alla Pontificia Accademia di Teologia a Cracovia.




Si è tenuta sabato pomeriggio la presentazione della mostra “Storia di un’anima carnale. Charles Péguy a cento anni dalla morte”, organizzata dalle scuole paritarie San Giuseppe e dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano. A spiegare il motivo dell’esposizione, presentata per la prima volta al Meeting di Rimini del 2014, c’era il curatore Pigi Colognesi.

“Péguy è un poeta che interessa poco – ha esordito Colognesi – al punto che lo scorso anno, nel centenario della sua morte, in Francia non è successo nulla”. Il motivo, ha spiegato, è legato al fatto che il poeta francese è sempre stato un personaggio scomodo per la sua “intelligenza profetica” e per aver colto problematiche del suo e del nostro tempo: Péguy pone ai suoi contemporanei (e a noi oggi) “questioni da cui non è facile scappare”. Egli odiava i sistemi di pensiero perché la vita non è un sistema, i rapporti non sono “un sistema bello e fatto”. La vita, le relazioni, l’umanità sono un’esperienza che cambia e che non può essere “ingabbiata” in un sistema.

Per iniziare a conoscere Péguy è indispensabile capire il concetto attorno al quale ruota la produzione e l’attività editoriale dell’autore francese, ossia il concetto di “avvenimento” come di qualcosa che accade nella propria vita, che è imprevisto, imprevedibile e che non siamo noi a decidere. Lo definiva come una “irruzione del nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo”. Il giusto atteggiamento dell’uomo di fronte a un avvenimento, secondo Péguy, non è “piegarlo alle idee che ci siamo già fatti”, ma “ubbidire”, perché la storia – come ha spiegato in un’intervista il filosofo Alain Finkielkraut – “non si lascia condurre a colpi di bastone”.

Il percorso di vita del poeta francese, la spiegato il curatore della mostra, è quello di una persona con pochi spunti biografici (tranne il suo ingresso all’École Normale Supérieure, poi abbandonata, in cui si formava la classe dirigente francese e la sua morte sul fronte nel primo giorno di controffensiva sulla Marna), che vive la sua infanzia in una famiglia nella quale impara una fede semplice, che abbandonerà ai tempi degli studi perché “non era in grado di rispondere alle domande della cultura più alta, del positivismo imperante in quel tempo”. Péguy matura nel tempo l’idea che “nessuno deve essere lasciato fuori dalla possibilità di diventare un uomo pieno”, chiama “città armoniosa” questo luogo ideale nel quale “nessuno è escluso” e individua nel socialismo lo strumento per costruire questa “città armoniosa”. Uno dei suoi principali obiettivi polemici è poi la fede cristiana, contro la quale lotta per una forma di ribellione all'idea di inferno, che per lui rappresenta una delle più alte forme di esclusione. La differenza di Péguy, tuttavia, è che il suo atteggiamento non è ideologico, ma è legato ad un impeto sincero e da una volontà forte di lottare per la verità. Per questo fonda un giornale con la volontà di iniziare a fare una educazione alla verità partendo dai giovani. La sua esperienza lo porta presto a scontrarsi con il sistema politico socialista e con il mondo culturale a lui contemporaneo e lo rende ben presto un uomo solo.

Péguy, ha spiegato Colognesi, individua “dov’è il fondo marcio del pensiero e dell’uomo moderno: non si lascia interrogare da quello che accade, ma applica alla realtà i pensieri che ha già in testa”. Il poeta lotta contro un mondo “che riduce tutto a meccanismo e in cui scompare il fattore umano”.

Nella sua solitudine, si ritrova come in un Getsemani, sarà in questa situazione di disperazione che il poeta ritrova la fede cristiana. “Di fronte a tutta la distruzione del mondo moderno – ha commentato Colognesi – Péguy ritrova la linfa nel catechismo che aveva imparato da piccolo”. Ritrova il cristianesimo, come lui stesso spiegherà nei suoi scritti, “non convertendosi e rinnegando il passato, ma andando fino in fondo nel suo cammino di vita”. Per Péguy “il cristianesimo rappresenta un inveramento, un compimento dei suoi ideali”, e realizza che (contrariamente a quanto pensavo da ragazzo), il cristianesimo riguarda la vita”.



«Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy» è il titolo della mostra che fino a domenica 19 aprile sarà possibile visitare nella chiesa di San Giovanni, in piazza Libertà a Bassano, a cura delle Scuole Paritarie San Giuseppe e della Scuola di Cultura Cattolica. L’esposizione verrà inaugurata con una presentazione da parte di uno dei curatori, Pigi Colognesi, domani, sabato 11 aprile, alle ore 17.30.

L’apparente ossimoro del titolo spiega il filo conduttore che attraversa tutti gli scritti di Péguy: l’assoluto rispetto del reale concreto – carnale appunto – così come si pone, nell’inesausta ricerca della sua «anima». Deriva da qui la sua persistente polemica contro ogni stortura ideologica: politica o dei “sistemi” teorici, giornalistica o letteraria, pedagogica o sociologica; tutte quelle cioè che caratterizzano il «mondo moderno».

La visita alla mostra consentirà di conoscere un personaggio dalle numerose sfaccettature e con una biografia caratterizzata da tante polarità: gioventù passata nella povertà, la militanza socialista mai rinnegata e la lotta contro l’ideologia partitica, il dreyfusismo e il patriottismo, la fedeltà alla condizione di sposo e padre senza negare i sentimenti che l’hanno messa alla prova, la passione per l’amicizia e la netta rottura con chi non ne condivideva più il motivo ideale, il pungente vigore di polemista e l’afflato poetico.

L’espressione «anima carnale» definisce anche il vero centro e il motivo della mostra, ossia la profonda e radicale percezione dell’avvenimento cristiano propria di Péguy, che scrisse sul tema pagine di una ricchezza tale da far dire al grande teologo Von Balthasar che «non si è mai parlato così cristiano».

Un percorso in quattro sezioni accompagnerà i visitatori lungo le principali tappe di una vita (1873-1914) che non ha avuto – tranne forse la morte sul campo di battaglia il primo giorno della controffensiva della Marna – eventi esterni particolarmente eclatanti, essendosi sostanzialmente consumata nel lavoro di pubblicare i Cahiers de la quinzaine. Il percorso biografico è funzionale a far prendere contatto diretto coi testi di Péguy, autore prolifico e dalla prosa così ricca da mettere in difficoltà chi voglia estrarne degli stralci e, nel contempo, così potente da arrivare ad espressioni che suonano come indimenticabili aforismi.

Dal lunedì al venerdì la mostra sarà aperta al pubblico dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19. Il sabato e la domenica sarà accessibile dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 19. L’ingresso è libero ed è possibile prenotare delle visite guidate.

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