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“E vissero felici e contenti”. È con questa frase, che nella memoria di tutti delinea il lieto fine delle favole, che ha intitolato il suo ultimo libro lo psichiatra e psicoterapeuta Roberto Marchesini, ospite della Scuola di Cultura Cattolica lunedì 5 dicembre per l’ultimo incontro del programma autunnale. Vivere felici e contenti è un auspicio che hanno sicuramente tutti quelli che convolano a nozze, salvo poi scontrarsi con le difficoltà della vita di tutti i giorni e scoprire che non è affatto cosa scontata né facile. Forte della sua esperienza professionale, Marchesini ha deciso di scrivere questo volumetto che affronta i nodi essenziali del rapporto di coppia perché – in fondo – “negli anni tutti quelli che mi hanno manifestato difficoltà nel matrimonio mi dicevano le stesse cose, e io rispondevo sempre allo stesso modo”. Da qui l’idea di fornire un supporto rivolto a tutti.

L’interrogativo di partenza è stato: perché ci si lascia? La risposta sta nel fatto che “la gente si sposa per essere felice”. Sembrerebbe forse un’affermazione provocatoria, ma il riscontro che Marchesini ha è inequivocabile: dal Secondo Dopoguerra la gente si sposa per essere felice, ma non trova la felicità nella coppia. Il problema è chiaro: “il matrimonio non è, come oggi ci fanno credere, il culmine dell’innamoramento da farfalle nello stomaco che deve durare per sempre, né è una partita doppia in cui ciò che ricevo deve essere almeno pari a ciò che do”. Il vero amore, che è “volere il bene di un’altra persona, volere la felicità di un altro prima della propria”. Per averne conferma, basta leggere le promesse matrimoniali, là dove le formule esprimono chiaramente una scelta, una volontà chiara e pienamente libera degli sposi. “Il prete durante il matrimonio non chiede se gli sposi sono innamorati, ma se vogliono dedicarsi alla felicità dell’altro”. Il matrimonio è l’inizio di un cammino in cui uno trasforma la concupiscenza in dono all’altro, ed è un problema, alla fine dei conti, eminentemente vocazionale perché riguarda l’interrogativo su “che cosa faccio io della mia vita?”. È questo, ad esempio, l’aspetto che la convivenza accantona, quello vocazionale, perché porta a prendere un impegno a tempo determinato tendendo ad assolutizzare il sentimento dell’innamoramento. “Non si tratta di fare una morale matrimoniale – ha spiegato – ma di creare le condizioni e il contesto nel quale la morale matrimoniale abbia un senso, perché più importante di tutto è parlare alla gente dello scopo della propria vita”. Allo stesso modo, si potrebbe dire che oggi anche il fidanzamento non è vissuto in tutte le sue potenzialità. Il fidanzamento dovrebbe essere “la preparazione al momento in cui decido cosa fare della mia vita, ma non siamo abituati a pensare in questi termini”.

La persona, ha proseguito Marchesini, nella vita attraversa due fasi, “una da figlio e una da genitore”. Nella prima riceviamo; nella seconda “sentiamo il bisogno di occuparci dei bisogni degli altri”. Usando una metafora, si può dire che nella prima fase “qualcuno riempie il nostro bicchiere” mentre nella seconda ci si chiede “a chi posso dare da bere questo bicchiere?”. Questa è una verità – ha commentato Marchesini – non solo di fede, ma antropologica e filosofica. Si trovano riferimenti a queste considerazioni in Aristotele, Seneca, Kierkegaard e addirittura in Adam Smith. Sotto questo punto di vista, il matrimonio “è il modo di realizzare se stessi occupandosi della felicità altrui”.

C’è poi da fare una constatazione che sembra elementare, ma è fondamentale: uomini e donne sono diversi. Se da una parte gli uomini per loro indole tendono a dare consigli e soluzioni concrete, le donne preferiscono condividere ed essere ascoltate. Partire dalla consapevolezza di questa differenza è fondamentale affinché la vita matrimoniale sia serena. Importante è anche quanto ha detto Papa Francesco a proposito del matrimonio, quando ha parlato di tre parole fondamentali per la vita di coppia: “permesso, grazie, scusa”.


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“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Così parlava il card. Joseph Ratzinger il 18 aprile 2005 durante l’omelia della Messa pro eligendo Romano Pontifice che apriva il Conclave dal quale proprio lui sarebbe uscito Papa. Ed è da qui che padre Maurizio Botta è partito per la conferenza tenuta a Bassano per la Scuola di Cultura Cattolica lunedì 14 novembre. Un incontro dedicato ad un tema quanto mai attuale, cioè quella “dittatura del relativismo” che lo stesso Ratzinger definì con quest’espressione poi divenuta linguaggio comune.

“Se Dio non esiste, tutto è lecito”, diceva Ivan Karamazov. “Ma siamo proprio sicuri che sia così?” si è chiesto p. Botta. Se bastasse il riferimento a Dio, come si spiegherebbero, per esempio, i milioni di vittime fatti dalle SS, che sulla fibbia della cintura portavano la scritta “Gott mit uns” (Dio con noi)? Che cosa distingue, insomma, lo Stato da una grossa banda di briganti? Un interrogativo che si poneva già s. Agostino e che Benedetto XVI ha riproposto durante un altro suo discorso magistrale, di fronte al Parlamento tedesco nel 2011. “Dove si attacca il diritto – ha rilanciato p. Botta – e come si fa a capire che una legge è ingiusta?”. La risposta sta nella legge naturale. Ma che cos’è la legge naturale? “È una realtà su cui si può costruire un film o una serie televisiva con un successo sicuro”. Il motivo per cui una serie televisiva costruita sulla legge naturale avrebbe sicuro successo è presto detto: “perché l’uomo è uguale dappertutto e sempre”, ha affermato p. Maurizio. “C’è un criterio evidente in tutti noi – ha aggiunto – e se togli questo salta tutto”. Provate a immaginare, scriveva Clive Staples Lewis in “L’abolizione dell’uomo”, un paese in cui si ammiri chi fugge in battaglia o chi inganna un amico. Ed è a questa legge naturale scritta dentro ogni uomo, della quale i dieci comandamenti sono una conferma e un compimento, che si aggancia il diritto e a cui deve fare riferimento una legge per essere considerata giusta. Ed è in caso di leggi contro la morale naturale che il cristiano è tenuto a disobbedire. “Se non siamo convinti di queste cose, come facciamo ad andare ‘ad extra’ ad affermarle?”, si è chiesto p. Botta.

Oggi però c’è un altro problema, ed è invece un problema “ad intra”, all’interno della Chiesa, e riguarda la figura di Gesù, “che è lontanissimo da come ce lo immaginiamo”. Ci sono molti passaggi nella Scrittura che evidenziano la forza della presenza fisica di Cristo che, ha spiegato p. Maurizio, “grida, ordina, ha la forza fisica per far uscire pecore e buoi dal tempio, canta, scaccia i demoni”, e fa un sacco di cose che non ci immagineremmo perché non ci si pensa e tanta predicazione non lo risalta mai, facendolo passare quasi come un “fricchettone”, una figura per certi versi caricaturale. Il problema che abbiamo oggi, insomma, è con Gesù, che riteniamo lontano “perché non lo vediamo, invece è presente e vivo: vive e regna”. Eppure quando si parla di Lui, l’interesse è vivissimo, perché “è la risposta che il cuore dell’uomo attende”. Un uomo che, come sottolineava Lewis, sa che la legge universale c’è ma nessuno riesce a rispettarla fino in fondo: chiunque di noi sa sempre come dev’essere il suo migliore amico, eppure sappiamo contemporaneamente che noi per primi non riusciamo ad essere così migliori amici degli altri. Sentiamo il richiamo della legge naturale, acconsentiamo ad essa, ma all’atto pratico non riusciamo a darvi seguito fino in fondo, accampando quando ci fa comodo tutte le scuse necessarie a giustificare le nostre mancanze.

“Senza Gesù Cristo non mi posso liberare da solo dalla mia cattiveria e dalla mia incapacità ad amare – ha aggiunto p. Maurizio – e per questo lo amo fino in fondo, non è un semplice batticuore”. È questo, ha chiosato, “il relativismo che mi preoccupa di più, il relativismo su Gesù Cristo”, che ha detto cose che non ha detto nessuno nella storia. Per questo “è una scemenza da ignoranti dire che tutte le religioni sono uguali”. Uno che dice le cose che ha detto Gesù, che si è sempre posto al livello del Padre, “o è davvero Dio o è un pazzo malato”. “Io ho fatto la mia scommessa – ha concluso – che Gesù è Dio vivente e per questa cosa ho dato tutta la mia vita non perché sono uno stupido, ma perché sapevo che appartenere a Cristo è il meglio”.



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Un premio per essere “una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea”. È questa una delle ragioni indicate nella motivazione con la quale è stato assegnato da parte della Scuola di Cultura Cattolica il 34° Premio Internazionale Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir, gesuita copto considerato tra i massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano.

Il Vecchio Continente sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, ha introdotto il prof. Sergio Belardinelli, presidente della Giuria: “è come se all’oggettiva difficoltà dei problemi si aggiungesse sorta di essiccamento delle energie culturali e spirituali necessarie a fronteggiarli”. Ed ha aggiunto: “se per anni ci siamo preoccupati soltanto di neutralizzare le differenze culturali, a tutto vantaggio di identità debole, sfumate, liquide, fino ad auspicare che il modo migliore di dialogare con tutti fosse quello di farsi nessuno – ha chiosato Belardinelli – oggi vediamo emergere ovunque in Europa un’ostentazione d’identità sempre più vacua, aggressiva ed escludente”. L’Europa ha smarrito se stessa, una volta che si è indebolito il principio antropologico universale (cristiano) che sta alla base dell’identità europea. Sotto questo punto di vista, ha concluso Belardinelli, il premio a p. Samir conferma che “i grandi problemi che abbiamo di fronte all’urgente bisogno, implorano quasi, che la nostra fede sappia farsi cultura, intelligenza della vita e della storia”.

Intervistato dal giornalista Giorgio Paolucci, Samir Khalil Samir è quindi intervenuto su molte questioni legate al rapporto tra il Cristianesimo e l’Islam: “non ho mai avuto problemi di fratellanza e di dialogo con i musulmani”, ha esordito il premiato. Dialogo che, ha proseguito, “se è sul principio, è facile”. I problemi nascono perché loro ritengono l’Occidente pagano, arrogandosi il diritto – come previsto dal Corano – di esercitare violenza su chi ritengono miscredente. “Il terrorismo nasce dall’ideologia”, ha aggiunto lo studioso. Quando basta dire che un soggetto è un miscredente per avere il diritto di ucciderlo, o saperlo credente ma non nella fede islamica per potergli imporre una tassa da riscuotere con umiliazioni, basta poco per dare la stura ad episodi di terrorismo. Non bisogna però cadere nell’equivoco, ha puntualizzato, di pensare che questa sia la visione di tutto il mondo musulmano: “la maggioranza non la pensa così, ma basta che ci sia una minoranza convinta della bontà di questo insegnamento per condizionare tutti gli altri”. Così, in molti si limitano a dire che l’Isis non rappresenta l’Islam, accettando una posizione di comodo che finge di non vedere che questi episodi sono né più né meno che l’applicazione fin nel più piccolo dettaglio di quanto previsto dal Corano. Le prime vittime sono i musulmani stessi, ha proseguito il premiato, in particolare quelli più poveri che si trovano bombardati da entrambe le forze in campo, ed i cristiani, che “sempre saranno attaccati”.

Oggi i paesi islamici sono in preda ad una confusione, ha spiegato p. Samir, a causa della mancanza di una guida. “Fino agli anni Sessanta la crisi era solo di principio, ma non riguardava la quotidianità, c’era libertà dappertutto”. La spallata definitiva è stata data dalla venuta delle ideologie socialiste, che hanno lasciato come eredità dei regimi islamisti radicali, a partire dal wahabismo dell’Arabia Saudita, che ha come obiettivo un ritorno al Corano interpretato alla lettera e l’affermazione della sharia. Non a caso, ha affermato, “l’Arabia Saudita è l’unico paese a non avere una Costituzione: dicono che la loro Costituzione è il Corano”. Attraverso la creazione delle scuole islamiche, che formano ogni anno migliaia di imam, ma più di ogni altra cosa grazie al denaro che ottengono attraverso il commercio del petrolio, l’islamizzazione continua in tutti i paesi in cui è condivisa questa equivalenza tra religione e politica come ad esempio l’Egitto, ma anche l’Indonesia, il Pakistan, il Bangladesh. Sta proprio qui, ha detto p. Samir, il problema principale: “non c’è distinzione tra religione e politica”. La prima permea tutta la vita, pubblica e privata, dei cittadini. Nell’Islam non c’è la distinzione che Gesù Cristo fece tanto efficacemente quando affermò “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Venendo ai problemi di casa nostra, è necessario proporre un’integrazione che possa stabilire una convivenza positiva. “L’integrazione è molto più difficile per loro che per noi – ha ammesso lo studioso – perché per loro non c’è distinzione tra legge civile e Corano” e tutto ciò che vivono è insieme sia religioso che politico. Questa distinzione il Cristianesimo ha iniziato a farla a partire dallo stesso Gesù che, provocando lo scandalo dei farisei, compiva miracoli di sabato, contravvenendo a quanto diceva la legge e spiegava che bisogna “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Il Vangelo, contrariamente al Corano (che detta le regole di tutto il vivere, dal modo di mangiare a quello di vestirsi, al modo di rapportarsi con gli altri, ecc.), dà come unica norma quella dell’amore. “Essere cristiano – ha commentato Samir – richiede un discernimento ad ogni passo: cosa avrebbe fatto Gesù al mio posto?”.

Da parte nostra, infine, bisogna chiedersi in che modo noi ci poniamo di fronte al problema dell’integrazione. “Una volta i missionari andavano in nord Africa per annunciare il Vangelo; oggi non c’è bisogno di andare, Dio ce li manda, ma non c’è nessun cristiano ad annunciare il Vangelo”. C’è una chiesa in ogni strada, c’è una Bibbia in ogni casa, siamo milioni di cristiani, “ma nessuno parla con loro di Cristo”.

Quello della testimonianza cristiana è un punto che il premiato ha toccato anche la sera di giovedì 13 ottobre, durante un incontro riservato ai responsabili delle Opere di don Didimo Mantiero. Cosa succederebbe, si è chiesto, se qualcuno si proponesse di annunciare il Vangelo ai profughi che arrivano? “Ci sarebbe probabilmente qualche vescovo che condannerebbe l’iniziativa dicendo che non dobbiamo fare proselitismo”. Si tratta però non di fare proselitismo, ma “di annunciare la cosa più bella che ho”. Amare l’altro è amare la verità, e questa è la base dell’amicizia con tutti, “ma la verità non serve se non sappiamo dirla nel modo giusto”. Noi viviamo in un mondo “sempre meno cristiano cattolico; c’è chi non annuncia Cristo per timidezza o per falso rispetto umano”. Tuttavia, ha proseguito, “se non c’è conoscenza della verità non c’è possibilità che l’altro eserciti la sua libertà”. Lo spirito del Vangelo è la nostra tradizione culturale, e noi “abbiamo una missione: Dio lascia che vengano a noi, e noi dobbiamo trasmettere la bellezza che viviamo”. L’occidente, ha concluso Samir, non sarà la salvezza per il Medioriente, ma “i cristiani sono importanti come il lievito nella pasta. Lo dicono i musulmani”.

Per l’edizione del 2016, il Premio ha ottenuto il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Vicenza, del Comune di Bassano del Grappa, di Bassano Banca e dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thûan sulla Dottrina sociale della Chiesa.



Segnaliamo con gioia e soddisfazione che il settimanale Tempi ha deciso di dedicare la copertina del numero in edicola dal 20 al 27 ottobre al nostro Premio Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir.

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È stata una testimonianza intensa, vissuta e commovente quella che lunedì 7 ottobre ha portato a Bassano Rodolfo Casadei, intervenuto per un incontro sul tema “La sofferenza dei cristiani nella sofferenza del mondo. Storie da Turchia, Iraq, Nigeria, Egitto e Siria”. Casadei, inviato che da diversi anni racconta che cosa succede sullo scacchiere mediorientale e non solo ai lettori del settimanale Tempi ha portato con sé una corposa raccolta di foto, immagini raccolte sul campo e che raccontano come vivano, in quella parte di mondo sconvolta dalla guerra, i nostri fratelli cristiani. Che si trovano a dover dare quotidianamente una testimonianza di fede che può richiedere la vita. Casadei ha ripercorso le storie di incontri ed amicizie fatti in occasione dei suoi numerosi viaggi in questi paesi funestati dai conflitti che alla violenza in sé aggiungono la matrice di tipo religioso, facendo dei cristiani dei “bersagli privilegiati”.

“La guerra e la violenza colpiscono tutta la società”, ha spiegato il reporter: “i cristiani sono un bersaglio particolare, soprattutto nei paesi del vicino oriente, perché la presenza cristiana è in se stessa la più grande risposta, la più grande opposizione e contraddizione rispetto alla logica della guerra santa e del jihadismo”. Per questo i cristiani sono i primi nemici. “C’è una logica religiosa innegabile – ha continuato – in chi vuole imporre e sottomettere le persone all’Islam, che è la logica dei ‘sacrifici umani’, per cui per rendere gloria a Dio si uccidono degli esseri umani”. Il Cristianesimo invece propone la logica opposta, quella della croce. Nel Cristianesimo c’è un solo sacrificio, quello di Gesù, e quello è “il sacrificio che mette fine a tutti i sacrifici”. Non a caso, ha commentato, “la croce è odiata dai jihadisti”. “Sulla croce Dio stesso versa il suo sangue, e la croce è l’inizio di un’umanità nuova, che non ha più bisogno di sacrificare alcunché per assicurarsi la benevolenza di Dio”.

I terroristi sono pronti a morire, e soprattutto sono pronti a uccidere, per la loro causa. I cristiani sono pronti a morire per la fede, ma la loro ottica non è quella di chi va a scegliere un bersaglio; i cristiani si organizzano per la difesa di ciò che hanno (le case, le famiglie, le chiese). Vivono con una prospettiva che è l’esatto contrario di quella del terrorista. Chi professa il jihad è pronto a morire e trova qualcuno come lui che non ha paura di farlo; tuttavia, il cristiano lo fa senza voler diventare un assassino e senza voler far del male ad altri.

“I terroristi non hanno paura di noi occidentali, che siamo ricchi e potenti ma abbiamo paura di morire”, ha concluso Casadei. Proprio a causa di questa paura di morire, il jihadista è sicuro di sconfiggere l’uomo occidentale. Ma nelle zone di guerra si trova di fronte a qualcuno che come lui non ha paura di morire e allo stesso tempo non vuole divenire un assassino. “Questa è l’opposizione più decisa, ed è per questo che i cristiani continueranno ad essere un bersaglio privilegiato dei jihadisti”.



Si terrà venerdì 14 ottobre, alle 20:30 presso il Teatro Remondini, la cerimonia di consegna del 34° Premio Internazionale medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica, la manifestazione organizzata ogni anno dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano per indicare alla collettività le personalità che, utilizzando una felice espressione di Giovanni Paolo II, abbiano saputo “fare della fede cultura”. Il riconoscimento andrà al padre gesuita Samir Khalil Samir, che ha dedicato la sua carriera di studioso all’approfondimento delle relazioni religiose tra Islam e Cristianesimo.

P. Samir, come si legge nella motivazione redatta dalla Giuria che assegna il Premio, è “considerato uno dei massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano”. È nato al Cairo nel 1938 ed è gesuita dal 1955.

“Autore di circa sessanta libri (in italiano l’Editore Marietti ha pubblicato nel 2002 Cento domande sull’Islam, tradotto finora in sei lingue) e di circa cinquecento articoli scientifici, Samir è anche un instancabile organizzatore di convegni in tutto il mondo, al fine di promuovere un dialogo aperto, e per questo senza sconti, tra mondo arabo e mondo occidentale, sconvolti oggi dai tragici eventi terroristici di matrice islamica”, ed è questa una delle ragioni per le quali la Giuria gli ha conferito il Premio.

La grande conoscenza del mondo cristiano e di quello musulmano, conclude la motivazione, unita al “suo coraggio intellettuale, la sua umiltà e la sua fede, assimilata alla scuola di Sant’Ignazio, ne fanno una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea”.

Il premiato arriverà a Bassano nel tardo pomeriggio di giovedì; nella serata incontrerà i responsabili della Scuola di Cultura Cattolica e delle altre associazioni che si rifanno al carisma del sacerdote don Didimo Mantiero.

Venerdì 14 ottobre alle ore 11:00 presso il Municipio di Bassano, inoltre, P. Samir Khalil Samir incontrerà il Vice Sindaco Roberto Campagnolo e l’Assessore alla Cultura Giovanna Ciccotti per ricevere il saluto ufficiale della città.



Lunedì 3 ottobre prenderà il via il prossimo ciclo di incontri autunnali organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica. Anche per questa rassegna sono prestigiosi i nomi dei relatori invitati. A dare inizio con la prima conferenza sarà Rodolfo Casadei, inviato del settimanale Tempi, reporter e autore di libri sui cristiani perseguitati, esperto delle zone funestate dalla guerra, che verrà a parlare della sofferenza dei cristiani nella sofferenza del mondo. Durante la serata Casadei proietterà 120 immagini, in gran parte provenienti dal suo archivio personale e raccolte in 10 anni di reportage in Turchia, Iraq, Nigeria, Egitto e Siria.
Lunedì 14 novembre, invece, sarà p. Maurizio Botta che interverrà sull'interessante e attuale tema di quella che Papa Benedetto XVI ha definito "dittatura del relativismo". Sarà l'occasione per riflettere sulla lotta oggi necessaria per riaffermare la Verità in tutti i campi contro una cultura dominante che proprio la verità vorrebbe programmaticamente eliminare. Una situazione plasticamente descritta da un profetico Dostoevskij che al suo personaggio Ivan Karamazov fa pronunciare la celebre frase, che dà il titolo alla conferenza, "Se Dio non esiste, tutto è lecito".
Concluderà il ciclo, lunedì 5 dicembre, il dott. Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, che verrà a presentare il libro che ha recentemente dato alle stampe con i tipi di Sucarco e dedicato all'esperienza vissuta da chi oggi decide di iniziare una vita di coppia. "E vissero felici e contenti. Manuale di sopravvivenza per fidanzati e giovani sposi" è il titolo dell'incontro e del volume scritto da Marchesini.
Gli incontri si terranno tutti alle ore 20 presso la sala convegni dell'Hotel Palladio, in via Gramsci 2 a Bassano del Grappa.


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Il Premio Internazionale Cultura Cattolica, assegnato ogni anno dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, verrà assegnato, nella sua 34ª edizione, allo studioso dell’Islam p. Samir Khalil Samir. Teologo e filosofo gesuita, p. Samir è nato a Il Cairo nel 1938 ed è tra i principali e più accreditati esperti orientalisti a livello internazionale. È insegnante a Beirut, in Libano, e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, dove tiene lezioni dal 1974. Nella sua carriera, oltre agli innumerevoli studi sui rapporti tra cristiani e musulmani, sul difficile tema dell’integrazione in Europa e sullo straordinario patrimonio culturale e religioso dell’Oriente cristiano, p. Samir ha fondato numerose scuole e centri studi, tra i quali il Cedrac (Centre de Documentation e de Recherches Arabes Chrétiennes) e circa 20 scuole per imparare a leggere e scrivere in Egitto, suo Paese natale.

È professore alla Facoltà gesuita di teologia e Filosofia a Parigi e ha insegnato in Università in tutto il mondo (Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Austria, Germania, Olanda, Palestina).

Padre Samir ha inoltre ricoperto l’incarico di Consigliere per i rapporti con l’Islam del Pontefice Benedetto XVI.

Nei suoi studi e nei suoi interventi lo studioso gesuita non ha mai mancato di richiamare l’Islam a porsi di fronte alle proprie responsabilità, evidenziando le criticità che caratterizzano, soprattutto negli ultimi anni, i rapporti tra l’Islam e le altre religioni, le difficoltà nell’integrazione dovute all’influsso radicale e islamista e le contiguità tra questa fede e il terrorismo che ha scosso l’Occidente e il mondo intero.

La cerimonia di consegna del Premio si terrà a Bassano, presso il Teatro Remondini, venerdì 14 ottobre alle ore 20:30.


È disponibile on-line il video dell'ultimo incontro del ciclo primaverile di conferenze con ospite suor Maria Gloria Riva. Suor Maria Gloria, esperta d'arte, è intervenuta sul tema "La Bellezza salverà il mondo?". Per vedere il video, è sufficiente accedere al canale YouTube della Scuola di Cutura Cattolica (SCC_Bassano) o cliccare qui.
Buona visione!



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Dov’è la verità? È l’interrogativo che lunedì sera ha dato inizio all’incontro organizzato dalla Scuola di Cultura Cattolica con ospite il giornalista Riccardo Cascioli, direttore del mensile Il Timone e del quotidiano on-line La nuova bussola quotidiana. Il relatore hai iniziato rilevando l’ignoranza e l’analfabetismo religioso che oggi sembrano dominare soprattutto tra le giovani generazioni e che sono stati confermati da una recente ricerca dell’Istituto Toniolo. “Il panorama in cui siamo immersi e desolante”, ha commentato,  tanto che “a pronunciare la parola ‘apologetica’ sembra quasi di dire una parolaccia”. Invece quest’ultima è la capacità di “rendere ragione della propria fede”, ma non in maniera ideologica: “non si tratta di difendere un club di cui faccio parte – ha commentato il relatore – ma di intraprendere un cammino che si approfondisce scontrandosi e confrontandosi con la realtà”. Difendere le ragioni del proprio credere significa difendere prima di tutto la propria esistenza. Cascioli ha parlato, a questo proposito, di Giorgio La Pira, esempio di come, incontrando il Cristianesimo, “tutto ripartiva da un punto di vista nuovo, tutta la Storia cambiava volto”. Il Cristianesimo è caratterizzato da un’estrema concretezza, infatti. “Incontrare il fatto cristiano – ha dichiarato il relatore – significa che non c’è nulla che non possa essere strumento di santificazione, quindi la realtà tutta è positiva”.

Il problema è che nei decenni la cultura cristiana, sotto la pressione del laicismo che si è imposto, ha sviluppato quella che lo storico ateo Léo Moulin definiva una “vergogna masochistica”, una subalternità culturale che, ha spiegato Cascioli, oggi è diventata il tratto distintivo di tanto pensiero cristiano cattolico. Il capolavoro della propaganda anticristiana – scriveva Moulin – è l'essere riusciti a creare nei cristiani e nei cattolici soprattutto una cattiva coscienza, l'avere instillato l'imbarazzo e la vergogna per la loro storia, a convincerli di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo”. Oggi continua questo approccio. “Un’ideologia della quale la cultura cristiana è diventata fortemente subalterna è quella ecologista, che ha sempre più i caratteri di una vera e propria religione”, ha commentato Cascioli. Al di là dell’incapacità per molti di distinguere i diversi concetti di “ambiente” e “creato”, la vera questione in ballo è l’uomo e il significato della sua presenza nel mondo. Nelle teorie neomalthusiane che informano gran parte del pensiero ecologista, la presenza umana viene vista “come un virus che ammala la terra, quindi il virus va eliminato”. Ma l’uomo è il vertice del creato, e lo deve usare ovviamente senza dissipare le risorse, ma utilizzandole secondo il fine per cui sono state create. Profeticamente, Benedetto XVI avvertiva che quando si elimina Dio, o si spadroneggia o si finisce col divinizzare la natura.

La nostra società, ha concluso Cascioli, ha smesso di farsi domande sulla realtà vivendo nella grande illusione che per generare armonia si debba sospendere il giudizio, come se quest’ultimo fosse qualcosa di negativo. “Giudicare non è qualcosa di sbagliato – ha spiegato – ma è ricondurre tutto a Dio, vedere il mondo con gli occhi di Dio”.

Invece oggi “si ragiona tutti come ragiona il mondo”. Come cambiare la situazione? La direzione la indica la storia della Chiesa, con l’esempio dei grandi santi che nella storia hanno sempre permesso alla Chiesa di ripartire anche dopo i momenti più difficili facendo innamorare di Cristo.

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