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Affrontare il tema dell’obiezione di coscienza (odc) oggi significa partire dal dato di cronaca, per scoprire che si tratta di un diritto tutt’altro che tutelato. Da questa considerazione ha preso le mosse l’intervento di Alfredo Mantovano, Giudice della Corte d’Appello di Roma e Vicepresidente vicario del Centro Studi Rosario Livatino, che lunedì 6 marzo è intervenuto a Bassano per una conferenza dal titolo “Liberi di dire no. Obiezione di coscienza e leggi ingiuste”. Se, come si diceva, è necessario partire dall’attualità, qual è lo scenario che ci si presenta? È uno scenario a tinte piuttosto fosche, basti pensare agli episodi più recenti come il bando per soli medici non obiettori all’Ospedale San Camillo a Roma e quello dell’ASL di Rovigo per l’assunzione di biologi, ma solo se non obiettori sulla fecondazione eterologa. E non sono nemmeno i primi casi, ha specificato Mantovano. Il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti aveva già emesso un provvedimento nel quale si vietava la presenza di ginecologi obiettori di coscienza nei consultori.

Da parte loro, anche i mezzi di comunicazione danno un contributo decisamente distorsivo, inducendo nell’opinione pubblica l’impressione che oggi vi sia un’emergenza legata alla pratica di prestazioni come l’aborto a causa dell’alto numero di professionisti obiettori. “Se non partiamo dal dato concreto continuiamo a dire stupidaggini”, ha commentato Mantovano introducendo la relazione sull’attuazione della legge 194, che recita espressamente che “non emergono problemi” sull’attuazione della legge. E allora, ha chiosato il giurista, “di che parliamo?”. I numeri parlano di una realtà che è ben lontana dalle connotazioni emergenziali che i media oggi vogliono tratteggiare: “ogni medico non obiettore esegue di media 1,6 aborti a settimana, non proprio un carico di lavoro che fa crescere le liste d’attesa o che impone di respingere chi vuole praticare un aborto”.

Allora è importante fare chiarezza e chiedersi se l’odc nel nostro ordinamento riguarda solo la vita e la morte o se invece si espande anche ad altri settori e, in secondo luogo, è necessario interrogarsi se sia possibile enucleare dei principi di riferimento comuni che individuano il principio di odc, come degli “elementi costitutivi” del diritto all’obiezione.

Quanto alla prima questione, bisogna rilevare che l’odc viene introdotta nel nostro ordinamento nel 1972 con la previsione di obiezione al servizio militare, nel 1978 viene prevista nella legge 194 per il personale medico che non intenda eseguire interruzioni di gravidanza, nel 1993 viene estesa alla sperimentazione animale e infine viene stabilita per la pratica di fecondazione eterologa con la legge 40/2004. Si tratta quindi di un istituto che negli anni ha toccato ambiti diversi della vita della società.

Il susseguirsi di questi interventi fa sì che si possa quindi enucleare un insieme di caratteristiche comuni che delineano l’istituto dell’odc nel nostro ordinamento. Innanzitutto, l’obiezione si pone a fronte di un obbligo giuridico imposto da una legge, in secondo luogo l’esenzione consentita dall’odc è incondizionata e non può essere subordinato a condizioni esterne. La terza caratteristica costitutiva dell’odc è che l’obiettore è chiamato a svolgere un’attività di carattere diverso rispetto a quella oggetto di obiezione, che discende (quarto “elemento comune”) da una semplice dichiarazione, e non da una domanda che debba essere accettata da un terzo. Inoltre, l’esenzione è assoluta e riguarda tutti gli atti che sono legati causalmente all’oggetto dell’obiezione. Infine, non vi deve essere una sanzione per l’obiettore.

Fatte queste premesse, perché in 45 anni il legislatore ha previsto l’odc in campi così diversi? È una “gentile concessione” del potere? “Certo che no – ha commentato Mantovano – perché l’odc è costituzionalmente garantita e sancita: il legislatore, in materie gravi e importanti, è obbligato a garantire la possibilità di obiezione”. Certo, oggi è più difficile parlare di questo tema, perché si fatica a capire di che cosa si parla. Infatti, ha spiegato il relatore, “l’odc non ha a che vedere con le idee politiche, con le emozioni e le opinioni, ma ha a che fare con la nostra dignità”. A spiegarlo è la stessa Dichiarazione universale per i diritti dell’uomo, secondo la quale la coscienza è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali. “La coscienza morale – ha aggiunto – è un giudizio della ragione” che richiama una legge inscritta nel cuore dell’uomo e che gli consente di individuare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. “La dignità della persona esige la rettitudine della coscienza”, ha dichiarato Mantovano, e per questo è proprio la perdita della dignità è la “sanzione” che l’uomo paga quando compie atti contro la coscienza. È una dialettica tra diritto naturale e diritto positivo che c’è sempre stata, e che non sia una questione prettamente religiosa è dimostrato dal fatto che lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, quando parla di legge naturale, lo fa usando anche le parole di Cicerone: «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore. [...] È un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente».

Un’ulteriore conferma dell’importanza dell’odc è confermata dal fatto che la stessa obiezione per il servizio militare rappresenta una deroga all’unico dovere, la difesa della Patria, che la Costituzione connota con il termine di “sacro”.

Oggi, ha proseguito Mantovano, siamo in presenza di un attacco frontale al diritto di obiezione, e “uno Stato che è sulla via di negare l’odc è uno Stato che sta per diventare totalitario”. La violenza del regime non è solo quella dei carri armati, ma è anche quella “che pretende di cambiare l’uomo manipolando il suo dna e manipolando la sua coscienza. La battaglia sull’odc è una battaglia di avanguardia, è una questione che riguarda tutti noi e che deve essere portata avanti con il massimo della consapevolezza e della ragionevolezza”.

Rispondendo alle domande del pubblico presente in sala, Mantovano ha evidenziato come su questi temi l’impegno dei cattolici in politica sia stato quanto meno poco produttivo: “Sant’Agostino diceva che il problema risiede non tanto nei malvagi che fanno il male, ma nei buoni che non fanno il bene”, ha scherzato. Ma non bisogna perdere la speranza, perché “nulla è irreversibile”. Certamente, la prospettiva non è ottimistica: se non cambia nulla, nella prossima legislatura in Parlamento non ci sarà praticamente nessun cattolico in grado di portare avanti e sostenere battaglie sui principi. La ricetta di Mantovano è quella di “giocare all’attacco”, creando una piattaforma di intesa politica “formato famiglia”, in modo da intercettare i milioni di persone che si sono riunite nei due Family day e che avrebbero un certo peso elettorale: “rinunciare oggi alla rappresentanza politica dei cattolici è una grave omissione”.



Si terrà questa sera, lunedì 6 marzo, alle 20:00 presso l'hotel Palladio in città il secondo dei tre incontri organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica per il ciclo di conferenze primaverile. Il tema sviluppato per l'incontro odierno è di estrema attualità e verrà sviscerato da Alfredo Mantovano, giudice della Corte d’Appello di Roma e Vicepresidente vicario del Centro Studi Rosario Livatino.

"Liberi di dire no. Obiezione di coscienza e leggi ingiuste": sarà questo il titolo dell'incontro, che affronterà un argomento tornato nelle ultime settimane agli onori delle cronache. Dopo il suicidio assistito di Fabiano Antoniani (“Dj Fabo”) e ad altre vicende che hanno riportato il dibattito pubblico a parlare di aborto, si sono infatti moltiplicati sui grandi mezzi di comunicazione gli interventi a proposito, in particolare, di eutanasia e di aborto e, di conseguenza, anche dell'obiezione di coscienza in queste delicate materie.

 

Riportiamo alcuni stralci di un ‘intervista rilasciata dal dott. Mantovano all’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa a margine di un convegno promosso dal Centro Studi Rosario Livatino.

D - La cultura moderna assegna un grande valore alla coscienza individuale, anzi potremmo dire che la esalta e la assolutizza, facendone l’unico criterio di valutazione morale. Come spiega che, nel caso della vita o della famiglia, invece, la impedisce?

R - La risposta a questa domanda presuppone la corretta identificazione della natura dell'odc: essa non ha niente a che vedere con la manifestazione di mere opinioni, e ancor di più col semplice legittimo dissenso che si esprime nei confronti di una legge. La coscienza, insieme con la ragione, è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali, come recita il preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo ("Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza"). La coscienza è qualcosa che risuona all'interno dell'uomo e giudica il suo operato: ingiunge all'individuo, al momento opportuno, di compiere il bene e di evitare il male; giudica anche le scelte concrete, approva quelle che sono buone, denunciando quelle cattive. La coscienza morale è un giudizio della ragione: è ben distante dalla suggestione di un momento e chiama in causa la dignità della persona umana, che esige rettitudine. Essa - ed è questo il punto di radicale divergenza da ogni prospettiva anarcoide - richiama ad una legge non scritta dalla persona – e da nessun altro uomo – ma "scritta nel suo cuore", che ha carattere vincolante. Lo Stato mi intima "devi fare questa azione" e minaccia una sanzione se non obbedisco; la coscienza e la ragione mi dicono "non devi fare questa azione”, perché la "sanzione" è la perdita della mia personale dignità. Nell’odc non vi è la rivendicazione di un solipsismo libertario, ma l’aggancio alla realtà di natura, della quale il riconoscimento della vita in ogni momento della esistenza e della famiglia come prima elementare società costituiscono fondamenti ineludibili.

 

“Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” si legge nel libro degli Atti degli Apostoli: cosa aggiunge la fede cristiana al diritto/dovere di obiezione di coscienza?

Mi permetto di ribadire che non si tratta di una questione confessionale. E’ sufficiente ricordare le parole adoperate nel 1991 dalla Corte cost. italiana a proposito dell’odc, per la quale “la sfera intima della coscienza individuale deve esser considerata come il riflesso giuridico più profondo dell'idea universale della dignità della persona umana che circonda quei diritti, riflesso giuridico che, nelle sue determinazioni conformi a quell'idea essenziale, esige una tutela equivalente a quella accordata ai menzionati diritti, vale a dire una tutela proporzionata alla priorità assoluta e al carattere fondante ad essi riconosciuti nella scala dei valori espressa dalla Costituzione italiana.” La fede cristiana aggiunge a queste considerazioni di ordine naturale la consapevolezza che  la propria dignità ha senso in quanto è il riflesso dell’immagine e della somiglianza col Creatore: e per questo merita il posto centrale.



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“Martire del potere e cristiano che non venne mai a compromessi”. Così ha definito Tommaso Moro, durante l’incontro di lunedì 6 febbraio a Bassano, lo scrittore Paolo Gulisano, autore di un recente volume intitolato “Un uomo per tutte le utopie. Tommaso Moro e la sua eredità” (Ancora, 168 pp., 15,00 €).  L’immagine di Tommaso Moro è strettamente legata all’idea del martirio e a quella dell’impegno sociale e politico, e non a caso è stato nominato patrono dei politici nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II. A renderlo santo, tuttavia, non è solo il martirio, ma tutta la sua vita. La sua testimonianza è quanto di più attuale ci sia al giorno d’oggi: nel 1929 lo stesso G. K. Chesterton sosteneva che la figura di Moro “non è ancora così importante come sarà tra un centinaio d’anni”, e ci siamo quasi. L’esempio di Moro è quello del “cristiano come di un uomo della realtà”, ha spiegato Gulisano: era uno dei migliori avvocati di Londra, era impegnato in politica (arriverà a ricoprire l’incarico di Lord Cancelliere), era ricercato come consigliere perché era un uomo di profondissima fede. Tale era la sua disponibilità che il suo amico Erasmo da Rotterdam, lo definì “un uomo per tutte le ore”.

Non bisogna però commettere l’errore di considerare la figura di Moro come quella di un martire di 500 anni fa. “È uno come noi, qui, oggi”, ha commentato Gulisano. Studia e cresce nell’Inghilterra appena uscita dalla Guerra delle Due Rose e che vede l’ascesa al potere dei Tudor. Un periodo in cui il mondo sperimenta “la prima grande globalizzazione, perché si scopre che il mondo non è più solo l’Europa e basta”. Assieme ad Erasmo, Moro è esponente di un nuovo umanesimo cristiano, e si impegna con i suoi scritti per recuperare il patrimonio cristiano medievale.

È significativo il fatto, ha sottolineato il relatore, che Machiavelli scriva il Principe solo tre anni prima che Moro scriva Utopia. Significativo perché dicono il contrario l’uno dell’altro. Se per uno “il fine giustifica i mezzi”, per l’altro “un fine cattivo non ammette nemmeno un mezzo buono”. Con Martin Lutero, invece, il giurista inglese avrà modo di disputare direttamente, essendo l’autore di un testo nel quale confutava una per una tutte le tesi eretiche del frate. Opera che gli valse l’ammirazione del sovrano Enrico VIII, che successivamente avrebbe invece creato il “casus belli” per la rottura: il Re, che chiede l’annullamento del matrimonio per potersi unire con Anna Bolena, si scontra con Moro, che non scende a compromessi con la verità. Enrico VIII, ha commentato Gulisano, “cerca l’occasione per creare una frattura con la Chiesa, per romperne l’unità per motivi di avidità, perché vuole un’Inghilterra che si misuri come superpotenza con Francia e Spagna, ed ha quindi bisogno di ricchezze – quelle della Chiesa – per poter creare una flotta e per poter conquistare”.

In questa situazione, Tommaso Moro si rifiuta di fornire gli strumenti giuridici per consentire al Re di ottenere ciò che vuole. Non cerca, però, lo scontro, ma si dimette e si ritira. Verrà imprigionato nella Torre di Londra, tenuto in condizioni disumane, senza mai perdere però il dono dell’eutrapelia, il buonumore (è celebre la sua battuta fatta al boia andando al patibolo: “boia, aiutami a salire, che a scendere ci penso da solo”), verrà perseguitata la famiglia senza che però nessuno ceda al compromesso.

La testimonianza di Moro è quella di un uomo che “insegna a combattere per la Verità e che ci dice che la politica va fatta per il bene comune per dare realizzazione a tutte le virtù”, ha detto Gulisano. Un realismo cristiano che Tolkien riassume nella frase che da pronunciare a Gandalf nel Signore degli Anelli: “Altri mali verranno. Ciò che spetta a noi è lasciare a chi verrà dopo di noi terre buone da coltivare”. Anche oggi, ha aggiunto Gulisano, “serve una testimonianza vera in tutta la vita”. Non si tratta di cercare il martirio, perché nemmeno Moro lo cercò, accettandolo però per una questione di obiezione di coscienza. Anche oggi, ha concluso il relatore, si stanno riducendo gli spazi per l’obiezione di coscienza: “tu devi eseguire gli ordini del potere, ma questa è idolatria. È una battaglia che non possiamo perdere, una frontiera su cui dobbiamo stare, anche rischiando di perdere il lavoro”.



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“E vissero felici e contenti”. È con questa frase, che nella memoria di tutti delinea il lieto fine delle favole, che ha intitolato il suo ultimo libro lo psichiatra e psicoterapeuta Roberto Marchesini, ospite della Scuola di Cultura Cattolica lunedì 5 dicembre per l’ultimo incontro del programma autunnale. Vivere felici e contenti è un auspicio che hanno sicuramente tutti quelli che convolano a nozze, salvo poi scontrarsi con le difficoltà della vita di tutti i giorni e scoprire che non è affatto cosa scontata né facile. Forte della sua esperienza professionale, Marchesini ha deciso di scrivere questo volumetto che affronta i nodi essenziali del rapporto di coppia perché – in fondo – “negli anni tutti quelli che mi hanno manifestato difficoltà nel matrimonio mi dicevano le stesse cose, e io rispondevo sempre allo stesso modo”. Da qui l’idea di fornire un supporto rivolto a tutti.

L’interrogativo di partenza è stato: perché ci si lascia? La risposta sta nel fatto che “la gente si sposa per essere felice”. Sembrerebbe forse un’affermazione provocatoria, ma il riscontro che Marchesini ha è inequivocabile: dal Secondo Dopoguerra la gente si sposa per essere felice, ma non trova la felicità nella coppia. Il problema è chiaro: “il matrimonio non è, come oggi ci fanno credere, il culmine dell’innamoramento da farfalle nello stomaco che deve durare per sempre, né è una partita doppia in cui ciò che ricevo deve essere almeno pari a ciò che do”. Il vero amore, che è “volere il bene di un’altra persona, volere la felicità di un altro prima della propria”. Per averne conferma, basta leggere le promesse matrimoniali, là dove le formule esprimono chiaramente una scelta, una volontà chiara e pienamente libera degli sposi. “Il prete durante il matrimonio non chiede se gli sposi sono innamorati, ma se vogliono dedicarsi alla felicità dell’altro”. Il matrimonio è l’inizio di un cammino in cui uno trasforma la concupiscenza in dono all’altro, ed è un problema, alla fine dei conti, eminentemente vocazionale perché riguarda l’interrogativo su “che cosa faccio io della mia vita?”. È questo, ad esempio, l’aspetto che la convivenza accantona, quello vocazionale, perché porta a prendere un impegno a tempo determinato tendendo ad assolutizzare il sentimento dell’innamoramento. “Non si tratta di fare una morale matrimoniale – ha spiegato – ma di creare le condizioni e il contesto nel quale la morale matrimoniale abbia un senso, perché più importante di tutto è parlare alla gente dello scopo della propria vita”. Allo stesso modo, si potrebbe dire che oggi anche il fidanzamento non è vissuto in tutte le sue potenzialità. Il fidanzamento dovrebbe essere “la preparazione al momento in cui decido cosa fare della mia vita, ma non siamo abituati a pensare in questi termini”.

La persona, ha proseguito Marchesini, nella vita attraversa due fasi, “una da figlio e una da genitore”. Nella prima riceviamo; nella seconda “sentiamo il bisogno di occuparci dei bisogni degli altri”. Usando una metafora, si può dire che nella prima fase “qualcuno riempie il nostro bicchiere” mentre nella seconda ci si chiede “a chi posso dare da bere questo bicchiere?”. Questa è una verità – ha commentato Marchesini – non solo di fede, ma antropologica e filosofica. Si trovano riferimenti a queste considerazioni in Aristotele, Seneca, Kierkegaard e addirittura in Adam Smith. Sotto questo punto di vista, il matrimonio “è il modo di realizzare se stessi occupandosi della felicità altrui”.

C’è poi da fare una constatazione che sembra elementare, ma è fondamentale: uomini e donne sono diversi. Se da una parte gli uomini per loro indole tendono a dare consigli e soluzioni concrete, le donne preferiscono condividere ed essere ascoltate. Partire dalla consapevolezza di questa differenza è fondamentale affinché la vita matrimoniale sia serena. Importante è anche quanto ha detto Papa Francesco a proposito del matrimonio, quando ha parlato di tre parole fondamentali per la vita di coppia: “permesso, grazie, scusa”.


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“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Così parlava il card. Joseph Ratzinger il 18 aprile 2005 durante l’omelia della Messa pro eligendo Romano Pontifice che apriva il Conclave dal quale proprio lui sarebbe uscito Papa. Ed è da qui che padre Maurizio Botta è partito per la conferenza tenuta a Bassano per la Scuola di Cultura Cattolica lunedì 14 novembre. Un incontro dedicato ad un tema quanto mai attuale, cioè quella “dittatura del relativismo” che lo stesso Ratzinger definì con quest’espressione poi divenuta linguaggio comune.

“Se Dio non esiste, tutto è lecito”, diceva Ivan Karamazov. “Ma siamo proprio sicuri che sia così?” si è chiesto p. Botta. Se bastasse il riferimento a Dio, come si spiegherebbero, per esempio, i milioni di vittime fatti dalle SS, che sulla fibbia della cintura portavano la scritta “Gott mit uns” (Dio con noi)? Che cosa distingue, insomma, lo Stato da una grossa banda di briganti? Un interrogativo che si poneva già s. Agostino e che Benedetto XVI ha riproposto durante un altro suo discorso magistrale, di fronte al Parlamento tedesco nel 2011. “Dove si attacca il diritto – ha rilanciato p. Botta – e come si fa a capire che una legge è ingiusta?”. La risposta sta nella legge naturale. Ma che cos’è la legge naturale? “È una realtà su cui si può costruire un film o una serie televisiva con un successo sicuro”. Il motivo per cui una serie televisiva costruita sulla legge naturale avrebbe sicuro successo è presto detto: “perché l’uomo è uguale dappertutto e sempre”, ha affermato p. Maurizio. “C’è un criterio evidente in tutti noi – ha aggiunto – e se togli questo salta tutto”. Provate a immaginare, scriveva Clive Staples Lewis in “L’abolizione dell’uomo”, un paese in cui si ammiri chi fugge in battaglia o chi inganna un amico. Ed è a questa legge naturale scritta dentro ogni uomo, della quale i dieci comandamenti sono una conferma e un compimento, che si aggancia il diritto e a cui deve fare riferimento una legge per essere considerata giusta. Ed è in caso di leggi contro la morale naturale che il cristiano è tenuto a disobbedire. “Se non siamo convinti di queste cose, come facciamo ad andare ‘ad extra’ ad affermarle?”, si è chiesto p. Botta.

Oggi però c’è un altro problema, ed è invece un problema “ad intra”, all’interno della Chiesa, e riguarda la figura di Gesù, “che è lontanissimo da come ce lo immaginiamo”. Ci sono molti passaggi nella Scrittura che evidenziano la forza della presenza fisica di Cristo che, ha spiegato p. Maurizio, “grida, ordina, ha la forza fisica per far uscire pecore e buoi dal tempio, canta, scaccia i demoni”, e fa un sacco di cose che non ci immagineremmo perché non ci si pensa e tanta predicazione non lo risalta mai, facendolo passare quasi come un “fricchettone”, una figura per certi versi caricaturale. Il problema che abbiamo oggi, insomma, è con Gesù, che riteniamo lontano “perché non lo vediamo, invece è presente e vivo: vive e regna”. Eppure quando si parla di Lui, l’interesse è vivissimo, perché “è la risposta che il cuore dell’uomo attende”. Un uomo che, come sottolineava Lewis, sa che la legge universale c’è ma nessuno riesce a rispettarla fino in fondo: chiunque di noi sa sempre come dev’essere il suo migliore amico, eppure sappiamo contemporaneamente che noi per primi non riusciamo ad essere così migliori amici degli altri. Sentiamo il richiamo della legge naturale, acconsentiamo ad essa, ma all’atto pratico non riusciamo a darvi seguito fino in fondo, accampando quando ci fa comodo tutte le scuse necessarie a giustificare le nostre mancanze.

“Senza Gesù Cristo non mi posso liberare da solo dalla mia cattiveria e dalla mia incapacità ad amare – ha aggiunto p. Maurizio – e per questo lo amo fino in fondo, non è un semplice batticuore”. È questo, ha chiosato, “il relativismo che mi preoccupa di più, il relativismo su Gesù Cristo”, che ha detto cose che non ha detto nessuno nella storia. Per questo “è una scemenza da ignoranti dire che tutte le religioni sono uguali”. Uno che dice le cose che ha detto Gesù, che si è sempre posto al livello del Padre, “o è davvero Dio o è un pazzo malato”. “Io ho fatto la mia scommessa – ha concluso – che Gesù è Dio vivente e per questa cosa ho dato tutta la mia vita non perché sono uno stupido, ma perché sapevo che appartenere a Cristo è il meglio”.



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Un premio per essere “una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea”. È questa una delle ragioni indicate nella motivazione con la quale è stato assegnato da parte della Scuola di Cultura Cattolica il 34° Premio Internazionale Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir, gesuita copto considerato tra i massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano.

Il Vecchio Continente sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, ha introdotto il prof. Sergio Belardinelli, presidente della Giuria: “è come se all’oggettiva difficoltà dei problemi si aggiungesse sorta di essiccamento delle energie culturali e spirituali necessarie a fronteggiarli”. Ed ha aggiunto: “se per anni ci siamo preoccupati soltanto di neutralizzare le differenze culturali, a tutto vantaggio di identità debole, sfumate, liquide, fino ad auspicare che il modo migliore di dialogare con tutti fosse quello di farsi nessuno – ha chiosato Belardinelli – oggi vediamo emergere ovunque in Europa un’ostentazione d’identità sempre più vacua, aggressiva ed escludente”. L’Europa ha smarrito se stessa, una volta che si è indebolito il principio antropologico universale (cristiano) che sta alla base dell’identità europea. Sotto questo punto di vista, ha concluso Belardinelli, il premio a p. Samir conferma che “i grandi problemi che abbiamo di fronte all’urgente bisogno, implorano quasi, che la nostra fede sappia farsi cultura, intelligenza della vita e della storia”.

Intervistato dal giornalista Giorgio Paolucci, Samir Khalil Samir è quindi intervenuto su molte questioni legate al rapporto tra il Cristianesimo e l’Islam: “non ho mai avuto problemi di fratellanza e di dialogo con i musulmani”, ha esordito il premiato. Dialogo che, ha proseguito, “se è sul principio, è facile”. I problemi nascono perché loro ritengono l’Occidente pagano, arrogandosi il diritto – come previsto dal Corano – di esercitare violenza su chi ritengono miscredente. “Il terrorismo nasce dall’ideologia”, ha aggiunto lo studioso. Quando basta dire che un soggetto è un miscredente per avere il diritto di ucciderlo, o saperlo credente ma non nella fede islamica per potergli imporre una tassa da riscuotere con umiliazioni, basta poco per dare la stura ad episodi di terrorismo. Non bisogna però cadere nell’equivoco, ha puntualizzato, di pensare che questa sia la visione di tutto il mondo musulmano: “la maggioranza non la pensa così, ma basta che ci sia una minoranza convinta della bontà di questo insegnamento per condizionare tutti gli altri”. Così, in molti si limitano a dire che l’Isis non rappresenta l’Islam, accettando una posizione di comodo che finge di non vedere che questi episodi sono né più né meno che l’applicazione fin nel più piccolo dettaglio di quanto previsto dal Corano. Le prime vittime sono i musulmani stessi, ha proseguito il premiato, in particolare quelli più poveri che si trovano bombardati da entrambe le forze in campo, ed i cristiani, che “sempre saranno attaccati”.

Oggi i paesi islamici sono in preda ad una confusione, ha spiegato p. Samir, a causa della mancanza di una guida. “Fino agli anni Sessanta la crisi era solo di principio, ma non riguardava la quotidianità, c’era libertà dappertutto”. La spallata definitiva è stata data dalla venuta delle ideologie socialiste, che hanno lasciato come eredità dei regimi islamisti radicali, a partire dal wahabismo dell’Arabia Saudita, che ha come obiettivo un ritorno al Corano interpretato alla lettera e l’affermazione della sharia. Non a caso, ha affermato, “l’Arabia Saudita è l’unico paese a non avere una Costituzione: dicono che la loro Costituzione è il Corano”. Attraverso la creazione delle scuole islamiche, che formano ogni anno migliaia di imam, ma più di ogni altra cosa grazie al denaro che ottengono attraverso il commercio del petrolio, l’islamizzazione continua in tutti i paesi in cui è condivisa questa equivalenza tra religione e politica come ad esempio l’Egitto, ma anche l’Indonesia, il Pakistan, il Bangladesh. Sta proprio qui, ha detto p. Samir, il problema principale: “non c’è distinzione tra religione e politica”. La prima permea tutta la vita, pubblica e privata, dei cittadini. Nell’Islam non c’è la distinzione che Gesù Cristo fece tanto efficacemente quando affermò “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Venendo ai problemi di casa nostra, è necessario proporre un’integrazione che possa stabilire una convivenza positiva. “L’integrazione è molto più difficile per loro che per noi – ha ammesso lo studioso – perché per loro non c’è distinzione tra legge civile e Corano” e tutto ciò che vivono è insieme sia religioso che politico. Questa distinzione il Cristianesimo ha iniziato a farla a partire dallo stesso Gesù che, provocando lo scandalo dei farisei, compiva miracoli di sabato, contravvenendo a quanto diceva la legge e spiegava che bisogna “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Il Vangelo, contrariamente al Corano (che detta le regole di tutto il vivere, dal modo di mangiare a quello di vestirsi, al modo di rapportarsi con gli altri, ecc.), dà come unica norma quella dell’amore. “Essere cristiano – ha commentato Samir – richiede un discernimento ad ogni passo: cosa avrebbe fatto Gesù al mio posto?”.

Da parte nostra, infine, bisogna chiedersi in che modo noi ci poniamo di fronte al problema dell’integrazione. “Una volta i missionari andavano in nord Africa per annunciare il Vangelo; oggi non c’è bisogno di andare, Dio ce li manda, ma non c’è nessun cristiano ad annunciare il Vangelo”. C’è una chiesa in ogni strada, c’è una Bibbia in ogni casa, siamo milioni di cristiani, “ma nessuno parla con loro di Cristo”.

Quello della testimonianza cristiana è un punto che il premiato ha toccato anche la sera di giovedì 13 ottobre, durante un incontro riservato ai responsabili delle Opere di don Didimo Mantiero. Cosa succederebbe, si è chiesto, se qualcuno si proponesse di annunciare il Vangelo ai profughi che arrivano? “Ci sarebbe probabilmente qualche vescovo che condannerebbe l’iniziativa dicendo che non dobbiamo fare proselitismo”. Si tratta però non di fare proselitismo, ma “di annunciare la cosa più bella che ho”. Amare l’altro è amare la verità, e questa è la base dell’amicizia con tutti, “ma la verità non serve se non sappiamo dirla nel modo giusto”. Noi viviamo in un mondo “sempre meno cristiano cattolico; c’è chi non annuncia Cristo per timidezza o per falso rispetto umano”. Tuttavia, ha proseguito, “se non c’è conoscenza della verità non c’è possibilità che l’altro eserciti la sua libertà”. Lo spirito del Vangelo è la nostra tradizione culturale, e noi “abbiamo una missione: Dio lascia che vengano a noi, e noi dobbiamo trasmettere la bellezza che viviamo”. L’occidente, ha concluso Samir, non sarà la salvezza per il Medioriente, ma “i cristiani sono importanti come il lievito nella pasta. Lo dicono i musulmani”.

Per l’edizione del 2016, il Premio ha ottenuto il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Vicenza, del Comune di Bassano del Grappa, di Bassano Banca e dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thûan sulla Dottrina sociale della Chiesa.



Segnaliamo con gioia e soddisfazione che il settimanale Tempi ha deciso di dedicare la copertina del numero in edicola dal 20 al 27 ottobre al nostro Premio Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir.

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È stata una testimonianza intensa, vissuta e commovente quella che lunedì 7 ottobre ha portato a Bassano Rodolfo Casadei, intervenuto per un incontro sul tema “La sofferenza dei cristiani nella sofferenza del mondo. Storie da Turchia, Iraq, Nigeria, Egitto e Siria”. Casadei, inviato che da diversi anni racconta che cosa succede sullo scacchiere mediorientale e non solo ai lettori del settimanale Tempi ha portato con sé una corposa raccolta di foto, immagini raccolte sul campo e che raccontano come vivano, in quella parte di mondo sconvolta dalla guerra, i nostri fratelli cristiani. Che si trovano a dover dare quotidianamente una testimonianza di fede che può richiedere la vita. Casadei ha ripercorso le storie di incontri ed amicizie fatti in occasione dei suoi numerosi viaggi in questi paesi funestati dai conflitti che alla violenza in sé aggiungono la matrice di tipo religioso, facendo dei cristiani dei “bersagli privilegiati”.

“La guerra e la violenza colpiscono tutta la società”, ha spiegato il reporter: “i cristiani sono un bersaglio particolare, soprattutto nei paesi del vicino oriente, perché la presenza cristiana è in se stessa la più grande risposta, la più grande opposizione e contraddizione rispetto alla logica della guerra santa e del jihadismo”. Per questo i cristiani sono i primi nemici. “C’è una logica religiosa innegabile – ha continuato – in chi vuole imporre e sottomettere le persone all’Islam, che è la logica dei ‘sacrifici umani’, per cui per rendere gloria a Dio si uccidono degli esseri umani”. Il Cristianesimo invece propone la logica opposta, quella della croce. Nel Cristianesimo c’è un solo sacrificio, quello di Gesù, e quello è “il sacrificio che mette fine a tutti i sacrifici”. Non a caso, ha commentato, “la croce è odiata dai jihadisti”. “Sulla croce Dio stesso versa il suo sangue, e la croce è l’inizio di un’umanità nuova, che non ha più bisogno di sacrificare alcunché per assicurarsi la benevolenza di Dio”.

I terroristi sono pronti a morire, e soprattutto sono pronti a uccidere, per la loro causa. I cristiani sono pronti a morire per la fede, ma la loro ottica non è quella di chi va a scegliere un bersaglio; i cristiani si organizzano per la difesa di ciò che hanno (le case, le famiglie, le chiese). Vivono con una prospettiva che è l’esatto contrario di quella del terrorista. Chi professa il jihad è pronto a morire e trova qualcuno come lui che non ha paura di farlo; tuttavia, il cristiano lo fa senza voler diventare un assassino e senza voler far del male ad altri.

“I terroristi non hanno paura di noi occidentali, che siamo ricchi e potenti ma abbiamo paura di morire”, ha concluso Casadei. Proprio a causa di questa paura di morire, il jihadista è sicuro di sconfiggere l’uomo occidentale. Ma nelle zone di guerra si trova di fronte a qualcuno che come lui non ha paura di morire e allo stesso tempo non vuole divenire un assassino. “Questa è l’opposizione più decisa, ed è per questo che i cristiani continueranno ad essere un bersaglio privilegiato dei jihadisti”.



Si terrà venerdì 14 ottobre, alle 20:30 presso il Teatro Remondini, la cerimonia di consegna del 34° Premio Internazionale medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica, la manifestazione organizzata ogni anno dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano per indicare alla collettività le personalità che, utilizzando una felice espressione di Giovanni Paolo II, abbiano saputo “fare della fede cultura”. Il riconoscimento andrà al padre gesuita Samir Khalil Samir, che ha dedicato la sua carriera di studioso all’approfondimento delle relazioni religiose tra Islam e Cristianesimo.

P. Samir, come si legge nella motivazione redatta dalla Giuria che assegna il Premio, è “considerato uno dei massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano”. È nato al Cairo nel 1938 ed è gesuita dal 1955.

“Autore di circa sessanta libri (in italiano l’Editore Marietti ha pubblicato nel 2002 Cento domande sull’Islam, tradotto finora in sei lingue) e di circa cinquecento articoli scientifici, Samir è anche un instancabile organizzatore di convegni in tutto il mondo, al fine di promuovere un dialogo aperto, e per questo senza sconti, tra mondo arabo e mondo occidentale, sconvolti oggi dai tragici eventi terroristici di matrice islamica”, ed è questa una delle ragioni per le quali la Giuria gli ha conferito il Premio.

La grande conoscenza del mondo cristiano e di quello musulmano, conclude la motivazione, unita al “suo coraggio intellettuale, la sua umiltà e la sua fede, assimilata alla scuola di Sant’Ignazio, ne fanno una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea”.

Il premiato arriverà a Bassano nel tardo pomeriggio di giovedì; nella serata incontrerà i responsabili della Scuola di Cultura Cattolica e delle altre associazioni che si rifanno al carisma del sacerdote don Didimo Mantiero.

Venerdì 14 ottobre alle ore 11:00 presso il Municipio di Bassano, inoltre, P. Samir Khalil Samir incontrerà il Vice Sindaco Roberto Campagnolo e l’Assessore alla Cultura Giovanna Ciccotti per ricevere il saluto ufficiale della città.



Lunedì 3 ottobre prenderà il via il prossimo ciclo di incontri autunnali organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica. Anche per questa rassegna sono prestigiosi i nomi dei relatori invitati. A dare inizio con la prima conferenza sarà Rodolfo Casadei, inviato del settimanale Tempi, reporter e autore di libri sui cristiani perseguitati, esperto delle zone funestate dalla guerra, che verrà a parlare della sofferenza dei cristiani nella sofferenza del mondo. Durante la serata Casadei proietterà 120 immagini, in gran parte provenienti dal suo archivio personale e raccolte in 10 anni di reportage in Turchia, Iraq, Nigeria, Egitto e Siria.
Lunedì 14 novembre, invece, sarà p. Maurizio Botta che interverrà sull'interessante e attuale tema di quella che Papa Benedetto XVI ha definito "dittatura del relativismo". Sarà l'occasione per riflettere sulla lotta oggi necessaria per riaffermare la Verità in tutti i campi contro una cultura dominante che proprio la verità vorrebbe programmaticamente eliminare. Una situazione plasticamente descritta da un profetico Dostoevskij che al suo personaggio Ivan Karamazov fa pronunciare la celebre frase, che dà il titolo alla conferenza, "Se Dio non esiste, tutto è lecito".
Concluderà il ciclo, lunedì 5 dicembre, il dott. Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, che verrà a presentare il libro che ha recentemente dato alle stampe con i tipi di Sucarco e dedicato all'esperienza vissuta da chi oggi decide di iniziare una vita di coppia. "E vissero felici e contenti. Manuale di sopravvivenza per fidanzati e giovani sposi" è il titolo dell'incontro e del volume scritto da Marchesini.
Gli incontri si terranno tutti alle ore 20 presso la sala convegni dell'Hotel Palladio, in via Gramsci 2 a Bassano del Grappa.

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