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La fede cristiana è una cosa semplice: basta “sciogliersi” alla misericordia di Dio. Però, se parliamo di fede, bisogna prima “pulire la lavagna”, cioè a ripulire la nostra idea di fede dall’influenza delle nostre opinioni. Così p. Giuseppe Barzaghi o.p., invitato a Bassano il 5 febbraio per un incontro sul tema “L’affascinato affascina. Dove appoggia la fiducia? I fondamenti della speranza cristiana”.

Se uno deve crescere nella fede legga Qoelet, è stato il suggerimento di Barzaghi, perché “fa piazza pulita di tutto, e ti fa tirare via quello che si ritiene sia fede, ma in realtà non lo è”. Questo vuol dire pulire la lavagna, “pulire l’anima, perché un conto è la fede, un conto è un’opinione”. E quando uno ha fatto ordine ed è dentro questo “scetticismo puro”, cosa fa? Guarda.

Si comincia così, mettendosi davanti alla realtà nuda e cruda “senza nemmeno la forza di implorare Dio affinché la realtà cambi”. Come spiega San Paolo nell’ottavo capitolo della Lettera ai Romani, “noi non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare, è lo Spirito stesso che intercede per noi con gemiti inesprimibili”. Così si può iniziare ad entrare dentro la sapienza della fede, ha spiegato Barzaghi: “appena cancelli l’opinione di fede, tiri via anche la fede e diventi scettico. Lo scettico non può dire niente, guarda e basta, ma nel guardare si scontra con la realtà, che è sofferenza”.

È lo stesso metodo di Gesù, che esorta a venire e vedere. “Tu stai zitto e guardi – ha commentato Barzaghi – e ti lasci assorbire da Gesù, come gli apostoli”. Così origina la fede, in questa “attrattiva contemplativa nei confronti di Cristo”. È un fatto puramente contemplativo e muto, senza bisogno di parole. Lo stesso Gesù dice che a seguirlo è chi ascolta la sua voce, non chi capisce le sue parole. Cristo non chiede di sentire, capire, ripetere le sue parole, ma “basta che lo riconosciamo dal suono della voce”. È tutta una questione di attrattiva, e infatti Gesù dice che “nessuno può venire a me se non è trascinato a me dal Padre mio”. Quindi “l’essere capaci di ascoltare la voce di Gesù, che passa attraverso un’implorazione fatta di gemiti inesprimibili per intercessione dello Spirito Santo di fronte alla realtà dura, è tutta una questione divina, cioè la fa Dio, e il divino è senza sforzo”.

Sant’Agostino diceva che i doni divini sono senza sforzo; così è, quindi, anche per la fede e per la speranza, ha aggiunto Barzaghi. La vita cristiana è la semplificazione di tutto e non a caso Gesù ci propone l’esempio dei bambini come immagine della semplicità dell’esistenza, per farci capire come dobbiamo essere.

Pure alla semplicità bisogna arrendersi: “la capacità di semplificare viene da chi è semplice, e l’unico semplice è Dio: per poter entrare nella semplicità occorre arrendersi alla semplicità, farsi languidi, sciogliersi, abbandonarsi a Lui”. Il senso della vita cristiana, insomma, è l’abbandono, è lo sciogliersi, “perché quando uno è sciolto è nel massimo della semplicità, sa muoversi in modo semplice nel complicato”. Nella vita cristiana, perciò, Colui che è semplice, che è Dio, ti attrae solo ascoltando la voce di Gesù, e non fa altro che muoverti in modo semplice nella realtà complicata: “questa è la fede – ha concluso Barzaghi – e non è altro che puro fascino esercitato da Dio in Gesù”. La fede è un affascinamento, che è la cosa più facile e meno studiosa che ci possa essere. “Non sei tu che ti impegni per affascinarti – ha commentato – ma sei così vinto, conquistato, che resti affascinato”.

Se dunque è tutta questione di attrazione e di lasciarsi affascinare, che bisogno c’era dei comandamenti? “Il decalogo è la legge morale naturale – ha detto Barzaghi – e uno ci arriva anche con il ragionamento”. Come spiegava anche San Tommaso, noi possiamo conoscere delle cose anche con la ragione naturale, ma siccome ragionando potremmo cadere in errore, ecco che la rivelazione di Dio serve per istruirci.


Con il mese di febbraio 2018 si aprirà anche per la Scuola di Cultura Cattolica una nuova stagione di incontri aperti a tutta la città.

Quattro appuntamenti per i mesi di febbraio, marzo, maggio e giugno con personalità di grande rilevanza che, come spiega la Presidente Francesca Meneghetti, “affronteranno da diverse angolature un unico tema di fondo: ogni esistenza porta in sé una speranza di salvezza. Quale risposta può dare la Fede all’uomo contemporaneo?”

L’inizio del ciclo primaverile è per lunedì 5 febbraio con la presenza di padre Giuseppe Barzaghi o.p., sacerdote domenicano nato a Monza, docente di Teologia fondamentale e dogmatica e di Filosofia teoretica. Senza dubbio un oratore interessante considerato che, come spiega Meneghetti, “padre Barzaghi ogni domenica alla messa delle 22.00 in San Domenico a Bologna riempie la basilica fino al portone”. A Bassano terrà la conferenza di apertura dal titolo “L’affascinato affascina. Dove appoggia la fiducia? I fondamenti della speranza cristiana”.

Il 5 marzo sarà invece per la prima volta in città la scrittrice Costanza Miriano: il suo libro “Sposati e sii sottomessa” (2011) è diventato un caso letterario in Italia e all’estero. Giornalista in RAI e scrittrice, Miriano presenterà “Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale”, la sua ultima pubblicazione. “Come si fa a organizzare una vita spirituale nelle nostre giornate troppo connesse, compresse, piene di urgenze che altri hanno deciso per noi?”, scrive. L’autrice prova a proporre una regola di vita per “recintare uno spazio con Dio”.

Il 7 maggio tornerà in città l’avv. Mauro Ronco, per un incontro già previsto nello scorso mese di novembre, ma annullato per un impedimento dello stesso prof. Ronco. Presidente del Centro Studi Rosario Livatino, il prof. Ronco affronterà il tema del diritto che va contro la vita, argomento tornato negli ultimi mesi particolarmente attuale.

Il 4 giugno, infine, chiuderà il ciclo un incontro con una testimonianza forte e personale: la scrittrice e giornalista Milly Gualteroni porterà la propria personale esperienza di conversione e di vittoria sulla depressione in una conferenza dal titolo “Strappata all’abisso. Dagli psicofarmaci alla fede”, che è anche il titolo di un suo libro uscito nel 2015.

Gli incontri, a ingresso libero, si terranno alle ore 20 presso l’Hotel Palladio, in via Gramsci 2 a Bassano del Grappa, e prevedono una relazione da parte dell’ospite seguita da uno spazio per le domande del pubblico.



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L’origine di tutti i problemi della famiglia? Affonda le radici nel Sessantotto, quando è stato scardinato il principio di autorità dando il via ad una rivoluzione che da sociale e culturale è diventata antropologica. È la tesi di Marco Invernizzi, giornalista e reggente nazionale di Alleanza Cattolica, che lunedì 4 dicembre è stato ospite ad un incontro della Scuola di Cultura Cattolica per presentare il libro “La famiglia in Italia dal divorzio al gender”. La contestazione, ha spiegato, ha scardinato una struttura sociale che era acquisita: “le giovani generazioni dovranno difendere un modello che per noi era normale, invece loro si troveranno a dover spiegare che la famiglia è fatta da un maschio e una femmina”. Una banalità, si sarebbe portati a dire, “ma oggi non è più così, il senso comune è cambiato al punto che, se passa la legge Scalfarotto, già a dire ‘famiglie normali’ si rischierà di andare in galera”, ha proseguito. Non basterà essere “promotori” della famiglia naturale. I cattolici, secondo Invernizzi, dovranno trasformarsi in “missionari che dovranno andare a spiegare l’ovvio” sapendo che, come prevedeva Chesterton, “spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Bisogna riscoprire la storia della prima evangelizzazione, quando grazie alle testimonianza dei grandi santi e predicatori (si pensi a Severino Boezio, che divenne consigliere di re Teodorico, o a San Benedetto) si convertivano i popoli barbari giunti ad occupare gli spazi lasciati liberi dopo la caduta dell’Impero Romano.

Che si sarebbe giunti a questo punto era prevedibile, ha proseguito Invernizzi: “Engels aveva già scritto tutto, esortando a portare la lotta di classe dentro la famiglia, tra padre e figlio e soprattutto tra marito e moglie”.

Venendo ai giorni nostri, al Sessantotto si collega anche l’ideologia del gender, “perché mette in discussione l’identità stessa dell’essere umano” e ancor più sovverte il principio per cui noi veniamo all’esistenza in un contesto che non abbiamo creato noi, ma che ci è stato donato. “Il Sessantotto entra dentro il cuore dell’uomo e lo cambia, vuole un uomo nuovo con l’obiettivo di distruggere quello vecchio”, ha commentato Invernizzi. La successione degli eventi è inequivocabile: nel 1970 viene introdotto il divorzio, confermato con il referendum del 1974; nel 1978 viene promulgata la legge 194 e nel maggio del 1981 non andrà a buon fine il referendum promosso per abrogarla. “In quegli anni abbiamo capito che c’era qualcosa che stava morendo e che l’Italia non era più un Paese cattolico”, ha dichiarato il relatore.

Oggi possiamo constatare il cambio radicale del senso comune. “L’abbandono della famiglia da parte di Togliatti e la sua convivenza con Nilde Iotti fece scandalo anche tra i comunisti – ha detto Invernizzi – perché era radicato in tutti il senso della famiglia, mentre oggi ci si stupisce se due sono insieme da 20 anni o quando si vedono famiglie con tanti figli”.

A queste condizioni, la battaglia politica non basta più, ha aggiunto il giornalista, nonostante i fatti politici non siano mancati in tempi recenti. Su questo fronte, “i due fatti politici più rilevanti sono stati senza dubbio i due Family Day di giugno 2015 e gennaio 2016. Sono politici perché avevano come obiettivo quello di rimettere la famiglia al centro della società”. Due manifestazioni che a loro sostegno non avevano né la gerarchia né grandi organizzazioni, ma “solo la speranza dei promotori e delle centinaia di migliaia di persone che a proprie spese si sono mobilitate per un ideale”.

È necessario, quindi, “riprendere ad affermare i principi fondamentali del bene comune come la sussidiarietà, la libertà di educazione, la difesa della vita”, principi per condividere i quali non è certo necessario essere cristiani, perché “se si vuole bene alla famiglia, bisogna voler bene anche a tutto quello che le sta attorno” nella società. “Non dobbiamo lasciarci portare via la speranza – ha concluso Invernizzi – perché uno che combatte deve continuare a coltivare la speranza di cambiare la situazione in cui si trova”. Con la consapevolezza che, se cambiamento sarà, esso “non verrà dalla politica, ma da un lungo lavoro di formazione della società”.



Lunedì 4 dicembre, alle ore 20 presso la sala convegni dell’hotel Palladio a Bassano, si terrà l’ultimo incontro del ciclo autunnale promosso dalla Scuola di Cultura Cattolica. Ad intervenire sarà Marco Invernizzi, giornalista e reggente nazionale di Alleanza Cattolica.

Il tema all’ordine del giorno sarà quello della famiglia: Invernizzi, infatti, presenterà il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con l’avv. Giancarlo Cerrelli, “La famiglia in Italia dal divorzio al gender” (Sugarco Edizioni, 352 pp., 25 €). L’incontro sarà l’occasione per fare il punto della situazione di questa istituzione, cellula fondamentale della società, oggi sempre più in difficoltà non solo da cause di tipo economico, ma anche da dinamiche sociali, giuridiche e culturali. Tra queste, come indicato nel titolo del libro, c'è quell'ideologia del gender che più volte lo stesso Papa Francesco ha condannato come "colonizzazione ideologica". Il Pontefice si è infatti espresso con parole chiarissime anche nell'omelia di giovedì scorso a Santa Marta: "Si toglie la libertà, si decostruisce la storia, la memoria del popolo e si impone un sistema educativo ai giovani. Tutte: tutte fanno così. Anche con i guanti bianchi, alcune: che so, un Paese, una Nazione chiede un prestito, 'Io ti do, ma tu, nelle scuole, devi insegnare questo, questo, questo', e ti indicano i libri; libri che cancellano tutto quello che Dio ha creato e come lo ha creato. Cancellano le differenze, cancellano la storia: da oggi si incomincia a pensare così. Chi non pensa così, anche chi non pensa così, va lasciato da parte, anche perseguitato".

Le vicende degli ultimi anni, tuttavia, sono solo la conseguenza di un "processo politico e culturale che ha progressivamente eroso la centralità della famiglia in Italia fino all’esplicita avversità e al considerarla come una delle possibili espressioni affettive, da famiglia a famiglie", come si legge nella presentazione dell'editore.

L'incontro del 4 dicembre sarà l'occasione per analizzare questo processo e per scorgere quali siano i segnali di speranza nel futuro.



Venerdì 17 novembre presso il Teatro Remondini a Bassano si è tenuta la 35ª edizione del Premio Internazionale Cultura Cattolica, riconoscimento conferito allo studioso parigino Rémi Brague. Erano molti gli ospiti del mondo politico, accademico ed ecclesiale che hanno partecipato all’evento. Tra gli altri, l’Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio mons. Luigi Negri, gli assessori regionali Elena Donazzan e Manuela Lanzarin, il prof. Lorenzo Ornaghi (ex Ministro per i Beni Culturali) in qualità di Presidente della Giuria.

“La cultura cattolica - anima del popolo europeo, come affermò Benedetto XVI - s'innerva nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo spingendoli a scoprire, dentro le pieghe del quotidiano, la bellezza dell’essere amici di Dio. In questo modo la Fede – come il Bene – si diffonde e viene, per così dire, veicolata attraverso le opere degli uomini: il lavoro, l’educazione delle nuove generazioni, la musica, l’arte e il pensiero”. Con queste parole ha voluto portare il suo saluto il Vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol in un messaggio letto dall’Arciprete Abate mons. Andrea Guglielmi.

Mons. Negri ha portato il suo saluto personale ringraziando la Scuola di Cultura Cattolica “per l’insistenza con cui affermate che la Fede può produrre cultura. Il Premio dice che la fede è un avvenimento personale e comunitario perché senza la novità di Dio il mondo rischia di essere una realtà senza senso”.

Un argomento ripreso nella sua relazione anche dal prof. Ornaghi, che ha sottolineato come anno dopo anno il Premio Cultura Cattolica “a rafforzato la sua originaria identità, ha accresciuto il suo prestigio e quello della città di Bassano”. In un momento in cui si tende a considerare la cultura cattolica come qualcosa di residuale, ha aggiunto, bisogna riaffermare che la vera cultura riesce a saldare il presente con un passato che è vivo. Il cattolico, ha concluso Ornaghi citando padre Agostino Gemelli, “deve saper soprannaturalmente entrare nel cuore della realtà”.

Il prof. Brague ha quindi risposto alle domande del giornalista del Foglio Giulio Meotti, attraverso le quali si è sondato il tema della decadenza dell’Europa. “L’Europa è stata il centro della cristianità e adesso è un continente ammalato”, ha esordito Brague. Tuttavia, questa è una situazione comune in tutto l’occidente: “le chiese sono vuote, i media pubblici sono tutti contro il cristianesimo e i Vescovi spesso paralizzati dalla paura, sono soffocati e silenziati”. “Ma ci sono ragioni per coltivare la speranza”, ha commentato il filosofo, portando ad esempio come negli ultimi anni sia sorta “una gioventù desiderosa di crescere nella fede”.

Quali sono le ragioni di questa decadenza? Non certo quelle economiche, considerato che su questo fronte l’Europa ha già da tempo perso il primato. Sono ragioni legate a “una perdita di sicurezza da parte delle classi dirigenti”, ha spiegato, e un altro grande problema vissuto dal Vecchio Continente è il calo demografico, che ha a sua volta un’origine culturale. Non si fanno figli, ha detto, se non si pensa che la vita sia un bene in sé da trasmettere anche a chi deve ancora nascere.

In Europa si possono inoltre vedere chiaramente i danni del post-modernismo, che ha avuto le sue origini proprio in Francia. “Avrei preferito che il mio Paese esportasse qualcosa di migliore”, ha scherzato il premiato. “Il post-moderno ha detto addio all’idea di verità”, ha poi commentato.  “Per questo ho usato l’espressione volutamente paradossale di ritorno al Medioevo”, ha spiegato. Bisogna però distinguere l’età moderna (“gli ultimi cinque secoli hanno prodotto cose buone”) dal “progetto moderno”, che consiste invece nel sogno di una “totale autonomia dell’umanità che vuole definire e creare se stessa dimenticando il suo legame nella natura e nella trascendenza divina”.


“Sono felice che la Scuola di Cultura Cattolica abbia deciso di premiare un filosofo”. Il Sindaco di Bassano Riccardo Poletto ha accolto così, questa mattina in Municipio, il filosofo Rémi Brague, che stasera riceverà il 35° Premio Internazionale Cultura Cattolica. “Da insegnante – ha proseguito Poletto – credo che ci sia il rischio di perdere di vista una cultura che si interroga sui significati e sul senso della vita, su ciò che apparentemente non serve e che non ha una immediata funzionalità”.

Il prof. Brague, dopo aver ringraziato per l’accoglienza, ha raccolto lo spunto del primo cittadino, confermando che “questo è esattamente quello che sanno fare i filosofi: interrogarsi sul significato e sul senso delle cose”. Il premiato si è poi soffermato sul tema della riscoperta dei valori fondamentali della nostra civiltà: “quando si parla di valori – ha commentato – si suppone che siamo noi che conferiamo il valore, invece una cosa buona ha un valore in sé”. Per uscire da questo equivoco, ha aggiunto, “sarebbe più corretto parlare di beni”.

Quale può essere il ruolo della cultura cattolica nel contesto odierno? Secondo Brague il ruolo della cultura cattolica è “salvare la cultura in genere”, come hanno fatto i monaci nel Medioevo, quando copiando i manuali e conservandoli nelle biblioteche delle loro abbazie hanno preservato secoli di cultura non solo cristiana. Il compito dei cattolici, ha concluso Brague, “potrebbe essere quello di salvaguardare e valorizzare la cultura umana”.

Significativa è anche la dedica che il premiato ha lasciato nel libro degli ospiti illustri della città: “I filosofi sanno che non sanno. Per questo è un dovere imparare a insegnare, senza vergogna, la verità, anche quando non piace il vero a tutti (la veritas redarguens di Agostino, Confessioni, X). Con carissimi ricordi a Bassano e al Veneto”.



Venerdì 17 novembre alle ore  20:30 al Teatro Remondini
a Bassano si terrà la cerimonia di consegna del 35° Premio Internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica. Il riconoscimento, che negli anni è stato conferito ai maggiori interpreti del pensiero cristiano cattolico, verrà assegnato al filosofo francese Rémi Brague.

Lo studioso, durante la serata, oltre a ricevere la medaglia d’oro e la pergamena come da tradizione, risponderà alle domande del giornalista de Il Foglio Giulio Meotti. Sono numerose le personalità del mondo accademico, culturale e politico che hanno inviato al premiato attestati di stima e che hanno confermato la loro presenza alla cerimonia di venerdì sera. Tra gli altri, saranno presenti il prof. Lorenzo Ornaghi (nuovo presidente della Giuria che assegna il Premio), il prof. Sergio Belardinelli, il dott. Cesare Cavalleri, il prof. Gianfranco Morra, mons. Luigi Negri (Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio), gli Assessori regionali Elena Donazzan e Manuela Lanzarin, il Sindaco di Bassano Riccardo Poletto.

Il prof. Brague giungerà a Bassano giovedì e nella serata terrà un incontro con i responsabili delle Opere di don Didimo Mantiero.

Venerdì mattina alle ore 11 in Municipio, inoltre, il premiato incontrerà il Sindaco Riccardo Poletto, che gli porterà i saluti della città di Bassano del Grappa. L’incontro è aperto alla stampa.

Il Premio Internazionale Cultura Cattolica è patrocinato dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Vicenza, dal Comune di Bassano del Grappa ed è sostenuto da Centroveneto Bassano Banca e dall’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Recentemente, sono intervenuti sul Premio Cultura Cattolica il quotidiano Italia Oggi, l'Osservatorio Internazionale Van Thuân ed il settimanale diocesano di Trieste Vita Nuova, La Nuova Bussola Quotidiana, il Giornale di Vicenza con un'estesa intervista alla nuova Presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti.

 



La Scuola di Cultura Cattolica ha rinnovato il suo Consiglio Direttivo con i membri risultati eletti dopo le consultazioni tenutesi domenica 15 ottobre. Nella sua prima seduta di martedì 17 ottobre il Consiglio Direttivo ha a sua volta eletto il nuovo Presidente. Sarà Francesca Meneghetti a ricoprire questo incarico per il triennio 2017-2020. Si tratta di un’elezione a suo modo “storica”: Meneghetti è la prima donna a ricoprire tale incarico ed è inoltre la prima a guidare la realtà, fondata nel 1981, dopo che questa si è unita con gli Amici del Comune dei Giovani, un’altra esperienza associativa che faceva riferimento al movimento delle Opere di don Didimo Mantiero.

La nuova responsabile dell’associazione, che si è detta onorata dell’incarico assegnatole, si metterà subito all’opera in vista degli appuntamenti che attendono la Scuola di Cultura Cattolica. Mercoledì 1 novembre associati e simpatizzanti saranno coinvolti per ricordare la festività di Ognissanti, lunedì 6 novembre si terrà una conferenza pubblica con ospite il prof. Mauro Ronco dell’Università di Padova e venerdì 17 novembre verrà assegnato il 35° Premio Cultura Cattolica al filosofo francese Rémi Brague.

Il Consiglio Direttivo, oltre a Francesca Meneghetti, è composto da Noemi Alessio, Fabio Battaglia, Matteo Beraldin, Gianpaolo Bizzotto, Luciana Labinaz, Alessandro Lunardon, Andrea Mariotto, Alberto Scalco, Chiara Torresan e Stefano Zen.




Il Premio Internazionale Cultura Cattolica, assegnato ogni anno dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, verrà conferito al filosofo francese Rémi Brague. La Giuria che assegna il riconoscimento presieduta dal prof. Lorenzo Ornaghi, ha deciso assegnare il Premio a Brague perché “è tra i filosofi maggiori e più originali del nostro tempo” e perché “è anche l’esponente di un pensiero cattolico che oggi sente sempre più acuto il dovere di tornare ad alimentare e orientare  cristianamente la visione culturale della vita umana e della storia”.

Formatosi all’École Normale Supérieure, Rémi Brague ha insegnato sia in Europa che negli Stati Uniti, e per 11 anni, fino al 2013, ha ricoperto la cattedra della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco intitolata a Romano Guardini e dedicata a una “visione cristiana del mondo”. “Con uno stile di scrittura chiaro ed elegante, Brague argomenta efficacemente le proprie tesi, contrastando il conformismo accademico-culturale oggi dominante”, si legge nella motivazione del Premio, ed è intensa anche la sua attività di approfondimento e di traduzione del pensiero arabo.

I suoi più recenti interventi si sono dedicati in particolare al tema dell’Europa, delle sue radici e del suo futuro, che Brague ritiene essere incerto sia per motivi demografici che culturali. La soluzione, per il filosofo parigino, è in quelli che egli stesso ha definito come un ritorno e una riscoperta del Medioevo cristiano dei grandi Padri della Chiesa, dei filosofi, dei teologi e degli scrittori che hanno fatto grande la cultura europea. È infatti al cristianesimo e all’umanesimo cristiano, recita ancora la motivazione della Giuria, che  l’Europa deve “la sua anima vera, la sua attitudine a dialogare con culture differenti”.

La cerimonia di consegna del Premio, giunto alla 35ª edizione, si terrà a Bassano, presso il Teatro Remondini, venerdì 17 novembre alle ore 20:30.


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Lunedì 2 ottobre è iniziato il ciclo di incontri autunnali della Scuola di Cultura Cattolica, e ad aprirlo è stato invitato Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i Nostri Figli. Neurochirurgo e psichiatra, Gandolfini ha analizzato il disegno di legge 2801/17, ora all’esame della Commissione Igiene al Senato, con il quale il legislatore vorrebbe normare gli ambiti legati al fine vita e alle disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

“La ratio della legge – ha esordito Gandolfini – è quella di privilegiare il concetto di disponibilità della vita contro quello di indisponibilità  a cui siamo stati abituati da sempre”. Il fatto che in Italia non vi sia ancora una legge non la rende il fanalino di coda dell’Europa, come vorrebbe larga parte del mainstream, ma fa del nostro Paese un “faro di civiltà”. Questo tipo di leggi conducono ad una deriva per cui si sono trasformati in diritti tutti i desideri della persona; “si tratta di un passaggio culturale gravissimo”, ha affermato, perché tra tutti si arriva a voler garantire come un diritto anche quello al suicidio. “Ma se il diritto nasce per tutelare un bene – si è chiesto il neurochirurgo – può essere il suicidio un bene da tutelare?”. In realtà, in Italia abbiamo già avuto l’esempio di quanto possa essere pericoloso il pensiero unico, l’ideologia applicata alle leggi, basti pensare all’iter della legge Cirinnà portata all’approvazione con la fiducia come legge di iniziativa governativa, senza passaggio in Commissione e senza il placet del Presidente della Repubblica, come invece vorrebbero i regolamenti parlamentari.

Il primo punto critico del DDL 2801 sta nel modo in cui viene inteso il rapporto medico-paziente. Se venisse approvato anche dal Senato, il medico diventerebbe un mero esecutore delle volontà del paziente, con un rapporto di tipo “contrattualistico” che invece la professione medica non può accettare. “Un medico non può dare la morte”, ha chiosato Gandolfini. Oltre a questo, ha aggiunto, “la prima parte del provvedimento è inutile, perché sia il consenso informato e il divieto di accanimento terapeutico esistono già nel Codice deontologico”, e per di più formulati in senso più favorevole alla tutela della vita del paziente rispetto a quanto non sia nel disegno di legge.

La vera insidia, tuttavia, si trova all’art. 4, che introduce le Disposizioni anticipate di trattamento. E fa specie, ha spiegato, che si parli di “disposizioni” anziché di “dichiarazioni”, dando ad esse un totale carattere di vincolatività nei confronti del medico, che così si trova a dover eseguire un ordine anziché applicare una terapia.

Le DAT, ha detto Gandolfini, “sono un consenso informato dato ora per allora, ma l’attualità del consenso è imprescindibile, perché io devo decidere nel momento in cui so davvero che cosa sto passando”, perché è evidente che “un conto è pensare di avere una malattia, un conto è averla davvero”. Bisogna poi considerare che l’eventuale accanimento terapeutico applicato ad un paziente in gravi condizioni è sempre reversibile, mentre un intervento eutanasico non lo è. In questo contesto, è particolarmente grave che al medico sia negata l’obiezione di coscienza, che invece è un diritto riconosciuto e tutelato.

”Difendere la vita – ha affermato – non è da cattolici, è da uomini. Si chiama umanesimo”. E non c’è civiltà se si lascia morire un paziente di fame e di sete, come permetterebbe il disegno di legge considerando l’idratazione e l’alimentazione come delle terapie che si possono sospendere. Lo ha stabilito anche il Comitato di Bioetica nel 2005: “acqua e cibo non diventano una terapia medica soltanto perché vengono somministrati artificialmente”. Anzi, la loro sospensione si configura come “una forma particolarmente crudele di abbandono del malato”.

I risultati sono già sotto gli occhi di tutti. Nei Paesi in cui l’eutanasia è stata introdotta, come Olanda, Belgio e Gran Bretagna, i casi di eutanasia sono aumentati in maniera esponenziale fino all’applicazione della “dolce morte” ai minori di 14 anni senza il consenso dei genitori (questo prevede il cosiddetto Protocollo di Gröningen). Nel Regno Unito il Liverpool Care Pathaway del 2012 prevede l’eutanasia a pazienti terminali senza consenso dei parenti e assegna 30.000 sterline all’anno alle cliniche che applicano tale protocollo, perché i pazienti terminali vengono considerati un peso per il Servizio Sanitario Nazionale.

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