Venerdì 4 novembre è stato conferito a Franco Nembrini il 40° Premio Internazionale Cultura Cattolica. Il Teatro Remondini lo ha accolto traboccante di ospiti, familiari, amici venuti da tutta Italia e dall’estero per festeggiare insieme a lui questo momento così importante. A loro è andato il primo pensiero e ringraziamento e un sentimento di “commozione sincera di vedere in una sola sala radunata la mia vita, la mia storia, i miei rapporti più significativi”.

Il nome di Franco Nembrini si aggiunge alla lunga lista di premiati che la Scuola di Cultura Cattolica ha ospitato a Bassano. La presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti ha sottolineato come dall’elenco dei quaranta premiati emerga nettamente un filo rosso, una linea culturale che si è sviluppata secondo tre direttrici ben precise: “la fedeltà al magistero della Chiesa, un impegno apologetico fondato sul rapporto fede-ragione, attraverso la filosofia, la scienza e i diversi campi del sapere e l’affermazione di una verità sull’uomo e per l’uomo come risposta di senso al relativismo imperante e ai cambiamenti della società.”

“Franco Nembrini, per questo anniversario speciale, è la scelta più che azzeccata della nostra giuria nella continuità con la nostra storia e nell’apertura al futuro rappresentato dai molti giovani che ci seguono.”

Il dialogo che l’ospite ha intrattenuto con la giornalista dell’Osservatore Romano Silvia Guidi ha quindi preso le mosse dalla testimonianza di don Luigi Giussani: “Questo premio è il secondo a don Giussani: il primo gli è stato dato in vita, quello di stasera è alla memoria, perché tutto quello che di buono può essere successo nella mia vita e il piccolo contributo che posso aver dato io viene da lì.”

Tra gli amici presenti c’era anche don Julián Carrón, che è succeduto proprio a don Giussani alla presidenza del movimento di Comunione e Liberazione. “La sfida più grande che un cattolico ha davanti a sé in questo momento è come comunicare all’uomo di oggi il dono che ha ricevuto gratuitamente – ha detto nel suo saluto – e infatti Gesù è entrato nella storia offrendo una modalità di stare nel reale che colpiva chi Lo incontrava”. La cultura è “incontrare lo sguardo di Cristo su di noi, che diventa il nostro sguardo sulla realtà. In un mondo che pensa di sapere cos’è il cristianesimo, o ha deciso che non gli interessa più, o che non lo ha mai conosciuto, niente è più decisivo che una persona venga raggiunta da uno sguardo così, come Zaccheo”.

Questo sguardo, questa curiosità, è lo stesso che aveva Giussani, ha affermato Nembrini: “Quando Giussani teneva le sue predicazioni il suo parlare era pieno di riferimenti letterari: era come se raccogliesse in un dialogo fecondissimo tutto quello di buono che l’intera umanità in qualche modo aveva espresso, comunicato: io non ho fatto altro che umilmente cercare di fare lo stesso davanti alle cose.” Così sono iniziati i percorsi con Dante e con la Divina Commedia, prima di tutto, ma poi anche con altri autori ed opere, come Pinocchio di Collodi, il Miguel Mañara di Milosz e, più recentemente, con I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: “Lo studio è stato questo dialogo curioso e fecondo con tutto ciò di grande che mi capitava di incontrare.”

“La cultura non è l’erudizione, ma la coscienza del nesso tra il particolare e l’universale”, ha spiegato Nembrini, la stessa coscienza della contadina che, andando nell’orto e raccogliendo una carota bellissima, con stupore e meraviglia esclama “ma com’è grande Dio!”.

Con Dante “mi sono appassionato all’idea che lì dentro ci fosse tutto quello che era importante sapere, la sfida che io volevo portare ai poveri ragazzi a scuola, e la Divina Commedia è diventata un modo per raccontarla.” L’insegnamento diventa quindi la risposta alle grandi domande del cuore, e il nostro cuore – ciò che ci muove e che desideriamo di più – è uguale a quello di tutti gli uomini. Questo è l’ingrediente segreto della ricetta di Nembrini: “Si parla ai ragazzi di questo non per loro, non per convincerli di qualcosa. Virgilio è andato a salvarlo perché una bella ragazza (la sua vecchia morosa) si è interessata di lui ed è scesa all’inferno a prenderlo e salvarlo lasciando il paradiso per poterlo fare. Allora ti viene in mente che anche nella vita reale tua moglie ti viene a prendere all’inferno, tutti i giorni, e chiedendo ai ragazzi cosa pensano di ciò, anche il più scalcagnato per un istante ti guarda e dice ‘sarebbe bello, ho sperato tanto in un amore così, ma non esiste; ma è vero, il mio cuore vorrebbe un amore così’”. Il Sommo Poeta “dice che la vita è una selva oscura, non si capisce niente, ma puoi fare una cosa, cioè gridare ‘miserere di me!’; e quando Giussani ha detto che ‘il vero protagonista della storia è l’uomo mendicante: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo’, lì mi si è spalancato il mondo”.

Al centro di tutto, però, c’è sempre lo “sguardo”. Non ha caso, le parole più ricorrenti della Commedia sono “occhi, bene, vidi, mondo”. “Guardare stabilisce il rapporto con le cose. Questo mi ha sempre colpito tanto: quando ho scoperto che le quattro parole più importanti sono ‘occhi, bene, vidi, mondo’, vuol dire che il problema della vita di un uomo è dove guarda, cosa sta cercando: indagando la realtà che hai davanti, che cosa desideri davvero? Perché troverai solo ciò che desideri davvero”, ha risposto Nembrini. “Occhi, bene, vidi, mondo: con gli occhi ho cercato il Bene, il Bene assoluto, ho cercato Dio e l’ho visto nella realtà, non nell’aldilà o in cielo, ma sulla terra. Questo per me è la sintesi della Divina Commedia e del metodo di comunicazione della fede di don Giussani.”