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Lunedì 2 maggio è intervenuto a Bassano, per un incontro dal titolo “Quanto è pericolosa per la libertà l’autodeterminazione”, il procuratore di Avellino Domenico Airoma.

Airoma, che è anche vice presidente del Centro Studi Rosario Livatino, ha iniziato il suo intervento sottolineando la necessità di dare alla libertà una dimensione “carnale”, che non resta una nozione astratta ma che si incarna – appunto – nelle scelte concrete della vita di tutti i giorni. Quelle scelte, ha spiegato citando un episodio vissuto direttamente nella sua vita professionale, che portano ragazzi anche di ottima famiglia, a cui non mancano benessere e istruzione, a prendere le strade della malavita. “Io dico sempre che di lavoro faccio il pessimologo – ha scherzato – cioè studio cose che le persone fanno facendo un uso scorretto della loro libertà”. Quando siamo chiamati a fare una scelta, vuol dire che ci troviamo di fronte a più alternative e soluzioni concrete e per prendere una decisione mi servono delle informazioni. L’uomo, a differenza dell’animale, è un essere razionale, ma non bastano informazioni e intelletto; serve anche la volontà: “video bona proboque, deteriora sequor” (vedo le cose buone, ma faccio le peggiori) è l’aforisma di Ovidio con cui si può ben tratteggiare il dramma della libertà. Una libertà “tridimensionale”, quindi: ragione, volontà e circostanze.

“L’autodeterminazione non è altro che l’io senza le circostanze”, ha proseguito. Essa è “una contraffazione virtuale” della libertà: la modernità vuole presentare un io assoluto capace di assumere scelte in maniera autonoma e indipendente. “Ma chi di noi è veramente capace di immaginarsi indipendenti in maniera assoluta?”. La libertà è sempre una dipendenza relativa, ha spiegato, visto che dipendiamo dalle circostanze in cui siamo inseriti e nel quale facciamo le scelte. Alla fine, quindi, “pensarsi indipendenti in maniera assoluta vuol dire pensarsi come schiavi, perché libertà da ogni cosa si traduce nel suo contrario, cioè nella schiavitù ad ogni cosa”. Oggi, per di più, si fa coincidere la dignità dell’uomo non tanto nel fatto di essere uomo, ma nella sua capacità di autodeterminazione. Al vertice di tutto non sta la ragione, ma il desiderio (“l’io e le sue voglie”, diceva Papa Benedetto XVI).

Come faccio a soddisfare tutte le mie voglie? Chi può assicurarmi ciò che voglio? Il giudice. Infatti, è nei tribunali che oggi avvengono i principali cambiamenti normativi, in linea con quanto sosteneva Gustavo Zagrebelsky nel libro “Il diritto mite” (“quel diritto che abbandona la funzione di ricognizione di un ordine esistente, quindi di limite”); Zagrebelsky, ha spiegato Airoma, dice infatti che nei temi più sensibili (famiglia, vita, ecc.) a stabilire le regole non devono essere “le mutevoli maggioranze parlamentari”, ma una nuova élite di tecnici, cioè i giudici.

Senza un limite, se c’è qualcosa che mi consente di realizzare il mio desiderio esso dev’essere realizzato, perciò “tutto quello che è tecnicamente possibile diviene moralmente lecito e quindi giuridicamente consentito”. Ma siccome è evidente che non tutti possono fare tutto, l’espansione del desiderio a nuovo diritto genera tutta una serie di nuovi soggetti deboli discriminati come il bimbo “scelto” da un catalogo e prodotto in laboratorio o la mamma che presta per denaro il proprio corpo in una procedura di utero in affitto. “In questo mondo fatto di nuovi diritti giganteggia un uomo nuovo”, ha chiosato Airoma, che ha aggiunto: “di questo si parla oggi nelle aule giudiziarie e di questa mentalità sono intossicati i giovani oggi, una mentalità relativistica secondo la quale ogni opzione finisce per essere indifferente”. È una logica a-morale in cui tutte le scelte diventano moralmente indifferenti e nella quale non si riscontra un criterio di giudizio che valga a determinare la bontà o meno di una decisione. Se la legge deve solo fornire la cornice affinché io realizzi i miei desideri, possiamo parlare di un “legalismo a-morale”.

La libertà è il tema centrale di questi tempi. Siamo abituati a concepirla come una questione di indipendenza, ma è un equivoco, come scriveva il filosofo Gustave Thibon: «non esiste per l’uomo l’indipendenza assoluta, ma esiste una dipendenza morta che lo opprime o una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla e da nessuno, è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore». Il problema non è la dipendenza, è ciò per cui noi vogliamo spendere la nostra vita: siamo veramente liberi se stiamo orientando la vita verso ciò che amiamo e se ciò che amiamo ha un’attinenza con la Verità siamo liberi davvero.

L’autodeterminazione conduce al conflitto perenne tra i tanti “io” che vogliono affermarsi in maniera assoluta.

 

Sull’eutanasia

La vulgata su questo tema vuole che si debba garantire l’autodeterminazione, ma di chi? Una persona in condizioni di sofferenza è davvero capace di prendere decisioni in maniera indipendente e autonoma? La Corte Costituzionale vieta l’omicidio del consenziente e fa bene perché mette una “cintura protettiva” a una persona che in quelle condizioni sarebbe capace di farsi fare di tutto. Il problema però è che quella persona soffre, e allora è più facile accompagnare il sofferente o aiutarlo a farla finita? Perché c’è differenza tra accompagnare nel morire e accompagnare del morire. Perché il bene “vita” non è disponibile? Perché, come per la libertà, se ne disponessi rinuncerei alla mia dignità, che è correlata al fatto di essere uomo in quanto tale e non alle qualità e abilità che posso esprimere o alla situazione specifica in cui mi trovo (cosa che peraltro succede in Belgio e Olanda, in cui si parla pericolosamente di “diritto alla vita completata”). Peraltro, bisogna specificare che la legge 38/2010 sulle cure palliative è in gran parte inattuata quindi, se si vuole, c’è il modo per contrastare la sofferenza.

 

Segnali di speranza

Dopo tanti anni di “nichilismo giuridico” (o “positivismo giuridico”) sembra che all’orizzonte si profilino dei cambiamenti anche nella giurisprudenza, basti considerare gli ultimi interventi sulla stampa del giurista Severino Irti, che da teorico del citato nichilismo giuridico ha fatto recentemente dei richiami alle radici spirituali, alla cultura, alle origini. “Abbiamo creato una società dell’odio – ha commentato Airoma – ma alla fine la realtà si prende le sue rivincite”. Serve ritrovare il “gancio a cui appendere le leggi”.