Clicca qui per vedere il video

Lunedì 7 maggio è stato ospite della Scuola di Cultura Cattolica il prof. Mauro Ronco, professore emerito di Diritto penale all’università di Padova e presidente del Centro Studi Rosario Livatino, per la terza delle quattro conferenze del ciclo di incontri primaverili. Il tema della serata era “In nome della legge. Quando il diritto va contro la vita”.

Prendendo spunto dai fatti della cronaca più recente riferiti al caso del piccolo Alfie Evans e, tornando alla fine dello scorso anno, al suicidio assistito di Fabiano Antoniani (Dj Fabo), il prof. Ronco ha ribadito l’insegnamento che proviene dal magistero, in particolare dall’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II.

Oggi, ha spiegato il relatore, più che di diritto alla vita nel dibattito pubblico si parla di diritto alla morte, con le rivendicazioni che puntano ad affermare l’abolizione del divieto all’aiuto al suicidio. È proprio su questo punto che si gioca la questione del rinvio alla Corte Costituzionale (che dovrà pronunciarsi ad ottobre sulla legittimità del reato di aiuto al suicidio) del caso di Marco Cappato, rinviato a giudizio per aver aiutato Dj Fabo a porre fine alla sua vita.

È iniziato tutto negli anni ’80, quando in Olanda e Belgio sono iniziate le prime “sperimentazioni” con l’introduzione dell’eutanasia ammessa in casi eccezionali; i dati dicono tuttavia che quello del cosiddetto “pendio scivoloso” (slippery slope) è un rischio altissimo: infatti nella sola Olanda, dopo i primi 9 anni di vigenza della legge nei quali il trend di crescita è stato relativamente moderato, si è poi assistito ad un’esplosione di casi di “morte legale”. “Dal 2010 al 2016 – ha spiegato Ronco – i casi di soggetti ‘eutanasizzati’ sono raddoppiati, passando dai 3136 casi del 2010 ai 6091 del 2016, fino a toccare la percentuale del 4 per cento sul totale dei morti”.

A conferma che le aree di opacità in queste situazioni sono una realtà, ha destato un certo clamore a settembre 2017 la vicenda del neurologo belga Ludo Van Opdenbosch, dimessosi dalla Commissione federale di controllo dell’eutanasia di cui era membro, perché la Commissione stessa aveva autorizzato la soppressione di un paziente affetto da demenza su richiesta dei parenti e senza che il malato si fosse espresso precedentemente in merito. una violazione della legge che ha convinto Van Opdenbosch, pur favorevole all’eutanasia, a denunciarne l’abuso nella pratica: “Non si tratta di eutanasia perché il paziente non aveva richiesto ciò; si è trattato di soppressione della vita. Non conosco altra parola per descrivere questo fatto se non la parola omicidio”.

È questo il rischio che si corre anche con l’introduzione delle DAT, ha commentato Ronco. Prima di tutto perché, se sono “dichiarazioni”, sono “l’espressione di un desiderio anche legittimo di non sottoporsi a un trattamento che si presume eccessivo”; se invece, come nel caso italiano, si tratta di “disposizioni” siamo di fronte a un “ordine tassativo dato al medico di obbedire alla volontà del soggetto”, senza la possibilità di obiezione di coscienza.

Questo aspetto rivela in realtà l’intrinseca contraddittorietà delle DAT, che per Ronco sono “l’esatto contrario del consenso informato”. Il presupposto su cui si fonda il consenso informato, ha spiegato, è che il paziente sia a conoscenza del percorso clinico a cui verrà sottoposto e possa valutare se questo sia accettabile o eccessivo rispetto ai risultati che ci si propone di ottenere. Con le DAT, invece, “la richiesta di interruzione delle cure viene data ora per allora”, negando così il principio dell’attualità del consenso.

Se la legge sulle DAT approvata dal Parlamento italiano non introduce direttamente l’eutanasia, è innegabile che contenga dei punti improntati a un evidente sentiment eutanasico. Primo fra tutti, ha dichiarato Ronco, l’assenza del riconoscimento del diritto inviolabile alla vita e la sua parificazione – fin dall’art. 1 della legge – con il diritto all’autodeterminazione. È scomparso il divieto dell’aiuto al suicidio e all’omicidio del consenziente; è stata eliminata l’obiezione di coscienza ed anche abolito il principio di beneficialità come fondamento dell’attività medica. Inoltre, l’idratazione e la nutrizione vengono considerati trattamenti sanitari (che diventano così rifiutabili), mentre invece si tratta di sostegni vitali irrinunciabili. Un grande problema è costituito poi da come potranno essere gestiti i casi dei minorenni e degli incapaci: la legge prevede infatti che il consenso all’interruzione dei trattamenti possa essere dato anche solo dal tutore o dall’amministratore di sostegno, aprendo in questo modo la strada all’eutanasia “passiva” e “non si può non intravedere in questa norma il rischio concreto dell’espropriazione del diritto alla libertà e alla vita nei riguardi di un sempre maggior numero di persone”.