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C’è bisogno di costruire e coltivare il rapporto con Dio, se vogliamo che trovi compimento l’amore incondizionato, assoluto ed esclusivo che il nostro cuore desidera. Per farlo bisogna vivere in una sorta di monastero moderno, un “monastero wi-fi”, come definisce la giornalista e scrittrice Costanza Miriano, ospite della Scuola di Cultura Cattolica lunedì 5 marzo per presentare il suo libro “Si salvi chi vuole. Manuale d’imperfezione spirituale”.

Un “monastero wi-fi”, dunque, per esprimere la fratellanza con tanti amici vicini e lontani, tutti collegati l’un l’altro dalla comune ricerca di un rapporto forte con il Signore e per sottolineare la tensione a diventare dei “monaci” anche se immersi nelle mille incombenze quotidiane, perché “il monaco è colui che è unitario, cioè che si ricorda del Signore qualsiasi cosa faccia”.

Il monastero dev’essere fondato su cinque pilastri, che Miriano ha individuato nella Parola di Dio, nella preghiera, nella Confessione, nell’Eucaristia e nel digiuno.

“Dovendo cercare il volto di Dio, la prima fonte che abbiamo sono le parole che Lui ci ha lasciato”, ha commentato, con la consapevolezza che “tutto viene dall’ascolto, come diceva San Paolo”. Anche se la comprendiamo con l’intelligenza, “la Parola di Dio opera in noi nel nostro cuore, sciogliendo le nostre paure, che sono la causa della nostra non-fede”.

La preghiera poi non dev’essere “una richiesta di cose”. L’unica vera preghiera è “sia fatta la tua volontà” con il cuore, “perché se abbiamo un Padre che ci ama la sua volontà è sicuramente il meglio per noi”.

La terza colonna è la confessione, che “è un po’ come fare la radiografia alla nostra anima”, ha spiegato la scrittrice. La confessione è un’arma potentissima, ha proseguito, scherzando sul modo in cui l’ha definita la sua editor ebrea non credente, ossia “una psicoterapia gratis”.

L’Eucaristia quotidiana, la quarta colonna, è invece per Miriano “il modo di mettere le cose a posto offrendo a Dio il quotidiano”; e infine il digiuno, che “non è tanto ciò che noi offriamo a Dio, ma ciò che permettiamo a Lui di fare in noi”.

Tutte queste sono cose difficili da dire e sentire, soprattutto con la cultura dominante di oggi “che respinge l’idea di autorevolezza e di sacrificio” e ci induce a pensare che l’uomo è artefice di tutte le cose, compreso se stesso, “mentre entrare il relazione con la realtà significa abbandonare le nostre fantasie su noi stessi e ci aiuta a capire chi siamo”.