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Pubblichiamo l'intervento che il dott. Stefano Fontana ha tenuto durante la conferenza di lunedì 3 aprile 2017 dal tema "È possibile una filosofia cristiana? La sintesi di fede e ragione"

E’ il caso di cominciare questa nostra conversazione con l’esame dello stato di salute della ragione nella cultura di oggi. La ragione oggi ha perso fiducia nelle sue capacità e ritiene di non essere più in grado di conoscere granché. Molte verità riguardanti l’uomo, come per esempio che maschio e femmina sono complementari per natura e che l’omosessualità non è secondo natura; oppure verità riguardanti la vita sociale, come per esempio che la convivenza di fatto di una coppia non è equiparabile e nemmeno preferibile al matrimonio; oppure molte verità riguardanti la morale, come per esempio che l’adulterio, oppure l’aborto, oppure la fecondazione artificiale sono azioni intrinsecamente cattive e quindi da non fare mai; oppure verità riguardanti la religione, come per esempio che si può ragionevolmente argomentare che Dio esiste, o sostenere che il credente è in una posizione esistenziale migliore dell’ateo, o dire che non tutte le religioni sono uguali… molte verità che un tempo si ritenevano alla portata della ragione, oggi si pensa siano al di là della ragione e che essa non possa dire neanche una parola in proposito. La ragione ha abbandonato molti campi di sua competenza e si è autolimitata, lasciando alla fede tutti questi campi, una fede intesa però come credenza soggettiva, priva di ragioni, quindi irrazionale. La ragione si ritira nelle sue riserve indiane, con ciò lascia maggior campo alla fede, ma si tratta di una fede irrazionale e irragionevole, perché ha perso il rapporto con la ragione. Su molte verità che un tempo erano considerate ovviamente ragionevoli – che la vita è vita e che la morte è morte, che dall’embrione umano non nasce un ranocchio ma un uomo, che l’aborto è un omicidio e non si può fare impunemente, che la sessualità e la procreazione per essere umane hanno bisogno del matrimonio e così via … - su molte verità che un tempo erano considerate ovviamente ragionevoli oggi una persona qualunque si limita a dire: “dipende…”. Dipende, si dice, dalla visione che ognuno ha delle cose, e siccome si tratta di una visione non di ragione, perché in questo caso dovrebbe essere comune a tutti come tutte le verità di ragione, sarà un visione di fede, ma una fede individuale, irrazionale, emotiva, sentimentale, psicologica.

 

Questo tragico indebolimento della ragione si sta trasferendo anche dentro la Chiesa cattolica, tramite l’influenza della filosofia protestante e della secolarizzazione. Vorrei toccare brevemente ambedue questi punti.

L’influenza della filosofia protestante. Si sa che per fare teologia c’è bisogno dello strumento della filosofia. Ora, la filosofia moderna è stata notevolmente influenzata dalla Riforma protestante, che ha separato la ragione dalla fede e, quindi, la filosofia dalla teologia. E’ superfluo ricordare che tutti i principali filosofi moderni sono filosoficamente protestanti. La teologia protestante ha condizionato enormemente la teologia cattolica almeno dal Concilio in poi, ma anche da prima. Ciò ha avuto per conseguenza che oggi anche la teologia cattolica non persegue più l’unità di ragione e fede e ha fatta propria una concezione debole di ragione, che dispera di poter conoscere con le sue forze delle verità assolute. Molta teologia cattolica è diventata luterana.

La secolarizzazione. Il processo di secolarizzazione è da vedersi come una progressiva erosione del senso. Le femministe una volta lottavano contro la costrizione ad essere mamma (da cui, in crescendo, la contraccezione, l’aborto chirurgico, l’aborto chimico, l’utero in affitto), oggi, con l‘ideologia del gender, lottano addirittura contro la costrizione di essere donna. Il processo di secolarizzazione non ha eliminato solo i significati religiosi dell’esistenza, ma è andato molto avanti nella corrosione del senso, eliminando anche il concetto di natura umana e, quindi, di legge morale naturale. La secolarizzazione religiosa non si è fermata alla secolarizzazione religiosa, ma è proseguita anche nella secolarizzazione morale. Oggi non ci sono solo molti dèi diversi nella società multi-religiosa, ci sono anche molti valori diversi nella società multi-etica. Questo processo di corrosione del senso è stato assorbito anche dalla Chiesa cattolica, che nonostante l’allarme lanciato da Benedetto XVI, sta rinunciando ad una concezione forte di ragione.

Il cardinale Joseph Ratzinger, nel famoso e sempre attuale discorso di Subiaco del 1 aprile 2005, pochi giorni prima di essere eletto Papa, aveva pronosticato che il mondo laico dalla ragione debole avrebbe contestato alla Chiesa il divieto delle donne prete e il giudizio negativo sull’omosessualità. Ma oggi a contestare la posizione della Chiesa su questi due problemi non è solo il mondo laico dalla ragione debole, sono anche importanti settori della Chiesa ed alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. Ecco un esempio evidente di come la crisi della ragione sia penetrata a fondo anche nella Chiesa.

 

Oggi, anche nella teologia cattolica, non si ritiene più possibile conoscere con la ragione la natura umana, una legge morale naturale valida sempre, dei precetti morali a carattere assoluto, un ordine sociale da rispettare con le leggi. Non si ritiene possibile poter conoscere una situazione oggettiva di peccato o che la coscienza, per essere veramente libera, debba farsi guidare da una verità che la ragione umana può conoscere. Anche nella Chiesa si è accettato l’indebolimento della ragione filosofica proposta dalla modernità protestante e alla verità si è sostituta ovunque l’interpretazione. E’ per questo che oggi, la crisi della Chiesa può essere anche detta una crisi della filosofia e della ragione. Una crisi della filosofia cristiana.

Qualche giorno fa il Generale dei Gesuiti, l’argentino Padre Arturo Sosa Abascal, ha affermato che Cristo parlava dall’interno del suo mondo sociale e culturale e, quindi, quanto diceva era contestualizzato e va interpretato non in modo assoluto ma contestualizzandolo a nostra volta nel mondo sociale e culturale di oggi. Il problema è filosofico: il Generale dei Gesuiti assume una filosofia esistenzialistica per la quale tutto è storia e tutti sono completamente immersi nella società del loro tempo, perfino il Figlio di Dio fatto Uomo.

L’Università cattolica di Lovanio ha sanzionato il professore che aveva definito l’aborto un omicidio di un innocente. E i Vescovi del Belgio sono intervenuti in modo incerto e confuso, per molti versi in modo scandaloso. E’ una questione filosofica stabilire cosa sia la natura umana e vedere che quella natura è presente come progetto ontologico anche nell’embrione umano, anche se i suoi effetti non sono esercitati effettivamente.

Il cardinale Kasper e il suo maestro Karl Rahner sostengono che i dogmi della fede cattolica sono storici e, quindi, soggetti a cambiamento. Rahner affermava già nel 1974 che non si capisce perché una donna non possa essere prete, perché un cattolico non possa votare per una legge che prevede l’aborto, perché non si possa riconoscere un matrimonio omosessuale. Rahner diceva che ci possono essere molte cristologie, che non si è mai sicuri di essere in peccato, che la Verginità di Maria, la Nascita a Betlemme e il peccato originale sono dei miti, che il pluralismo dottrinale è la condizione normale per la Chiesa.

La teologia si fa con la filosofia. Una cattiva filosofia produce una cattiva teologia. Rahner ha assunto la filosofia esistenzialista di Martin Heidegger, secondo cui l’uomo conosce sempre dall’interno della sua situazione esistenziale e non può accedere a nessuna verità assoluta. Ma San Tommaso d’Aquino, l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, l’enciclica Humani generis di Pio XII e l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II la pensano molto diversamente. Per abolire la filosofia cristiana bisogna avere la temerarietà di mandare al macero un lunghissimo insegnamento della Chiesa. Molti questa temerarietà hanno dimostrato di averla.

Tra la teologia del cardinale Carlo Caffarra, che con altri tre cardinali ha chiesto al Papa di chiarire i contenuti dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, e la teologia del cardinale Walter Kasper, che ha fortemente influenzato il recente Sinodo sulla famiglia e ha parlato dell’Esortazione apostolica come di una “rivoluzione”, c’è una grande differenza. Ma le loro diversità teologiche dipendono dalle loro diversità filosofiche. Il cardinale Caffarra e il cardinale Kasper parlano due linguaggi filosofici molto diversi. Nel linguaggio ontologico di Caffarra il peccato è la morte dell’anima ed è quindi chiaro che chi è in quello stato non possa ricevere la comunione senza la confessione, nel linguaggio esistenziale di Kasper il peccato è invece una semplice situazioni di vita mista di elementi negativi e positivi e si può partire dai positivi in un percorso di discernimento che può contemplare anche la comunione eucaristica senza la confessione. Per il primo il sacramento è una rigenerazione ontologica, per il secondo è una comunicazione esistenziale di vita.

Come si vede da questi esempi, la questione della filosofia non va presa alla leggera. Se nei seminari i seminaristi imparano una filosofia sbagliata fondata su una ragione debole o distorta, e se la filosofia è la chiave per impostare rettamente o meno la teologia, avremo sacerdoti e vescovi che ci insegnano cose sbagliate. So bene che la Chiesa ha le risorse interne e soprannaturali per rimediare a questi danni. Ma non possiamo perciò chiudere gli occhi sui processi dannosi dentro la Chiesa.

Nel 1907, papa Pio IX condannava il modernismo con l’enciclica Pascendi. Sappiamo che il programma dei modernisti era di cambiare la Chiesa tramite la Chiesa, vale a dire dall’interno. Il modo migliore per farlo è di introdurre nella Chiesa non nuove affermazioni teologiche, ma nuovi strumenti filosofici, poi sarebbero arrivate anche le nuove affermazioni teologiche. Per esempio, è sufficiente introdurre nei seminari una filosofia che conduca la teologia alla priorità della pastorale sulla dottrina e avremo innumerevoli cambiamenti dottrinali senza che ce ne accorgiamo, perché li considereremo solo cambiamenti pastorali. Invece sono cambiamenti pastorali che portano con sé cambiamenti dottrinali. La Chiesa può così venire cambiata in modo dolce, progressivo, inavvertito.

 

Abbiamo allora capito che la filosofia è molto importante per la teologia e per la vita di fede della Chiesa e personale. Abbiamo anche capito che il depotenziamento della ragione è penetrato anche dentro la Chiesa e la sua teologia. Oggi si dice senza timore che è bene ci sia nella Chiesa un pluralismo filosofico. Ma se c’è un pluralismo filosofico c’è anche un pluralismo teologico, e se c’è un pluralismo teologico significa che c’è anche un pluralismo dottrinale, perché la teologia – o comprensione della fede – si fa con la filosofia.

Si comprende allora l’importanza decisiva del giusto rapporto tra filosofia e fede cristiana e questo giusto rapporto si chiama “filosofia cristiana”.

La filosofia cristiana non è solo la filosofia fatta da filosofi cristiani. Cartesio era di fede cristiana, ma ha costruito una filosofia che, lungo i secoli, avrebbe danneggiato il cristianesimo.

La filosofia cristiana non è nemmeno la semplice filosofia naturale. Una verità filosofica naturale sarebbe cristiana nella stessa misura in cui una legge di chimica è cristiana in quanto naturalmente vera. Non ci sarebbe allora bisogno di parlare di filosofia “cristiana”, basterebbe parlare di filosofia vera. Ora, è vero che ogni verità umana è anche una verità cristiana, ma una filosofia solo naturale non avrebbe bisogno della fede e della dimensione soprannaturale e quindi non sarebbe cristiana. Se abbiamo la filosofia naturale non abbiamo ancora la filosofia cristiana. Platone e Aristotele hanno conosciuto molte verità naturali ma la loro filosofia non può essere detta cristiana.

Cos’è, allora, la filosofia cristiana? Essa è il “filosofare nella fede”, dentro l’orizzonte della fede, tenendo conto del quadro della rivelazione. Il punto decisivo, su cui torneremo, è questo: nella filosofia cristiana la filosofia non assume le procedure e la formalità della fede, non diventa fede, essa rimane filosofia, anzi è ancor di più filosofia. La filosofia cristiana, proprio in quanto è cristiana, è anche più filosofia. Ma su questo, come dicevo, torneremo.

Cosa vuol dire che la filosofia cristiana è un “filosofare nella fede”? Vuol dire che la rivelazione ha dato alla filosofia delle verità filosofiche non per via filosofica. Si tratta di verità filosofiche, perché la fede presuppone dei contenuti filosofici, verità che la ragione può approfondire con le sue forze solo se non si stacca dal rapporto con la fede stessa, altrimenti finisce per perderle quelle verità. La fede dà alla filosofia delle verità filosofiche che essa conosce, approfondisce o difende filosoficamente solo se non spezza il rapporto con la fede stessa. Verità che conosce, come per esempio la creazione; che approfondisce, come per esempio il concetto di virtù; che difende, come il concetto di legge morale naturale. Oppure verità che conosce, approfondisce e difende nello stesso tempo, come il concetto di persona.

La filosofia cristiana, quindi, è quella che accoglie dalla rivelazione delle verità filosofiche che arrivano ad essa per via non filosofica e ciò spinge la ragione stessa ad entrare in ambiti nuovi, a scandagliare nuove dimensioni dell’essere, non a ritirarsi ma a svilupparsi. La rivelazione chiede e stimola la ragione ad essere più ragione.

La ragione è soggetta a due vizi. Il primo è di ritenersi assoluta e di poter conoscere tutto, il secondo è di ritenersi un nulla e di non poter conoscere niente. Per questo la ragione ha bisogno della fede. Senza di essa si perde. La filosofia cristiana è allora la filosofia salvata e restituita pienamente a se stessa, libera da se stessa.

 

Il 12 settembre 2006 Benedetto XVI si trovava all’Università di Regensburg, in Germania. Lì pronunciò un elevatissimo discorso sulla filosofia cristiana, un discorso che da solo vale un pontificato. La frase chiave era stata la seguente: «Ciò che non è conforme a ragione non viene dal vero Dio». Allora si sollevarono indignati i musulmani, al punto che Benedetto XVI fu costretto addirittura a scusarsi. La religione islamica, in ogni caso, non si poteva riconoscere in quella frase. L’islam, infatti, è sottomissione ad un Dio che è al di là di ogni categoria, anche di quella di verità. E’ un Dio onnipotente ma non vincolato alla verità. L’islam non rispetta il giusto rapporto tra fede e ragione, come in effetti il discorso di Benedetto XVI dimostrava. La religione islamica si era sollevata minacciando. Non così fecero invece i protestanti, che pure erano toccati dal discorso di Regensburg. Lutero separa irrimediabilmente fede e ragione, che per lui è una “meretrice”. Quando si affida alla ragione, l’uomo sbaglia sempre. La fede diventa quindi irrazionale, un atto di fiducia, non una fede consapevole della verità di ciò in cui si crede. Una fede senza apologetica, ossia senza la possibilità di dare ragione della propria fede. Quanto è penetrata in ambito cattolico anche questa visione? Non è per caso che oggi l’apologetica è rifiutata dalla teologia blasonata che conta.

Il discorso di Regensburg fece fastidio perché conteneva l’idea che il giusto rapporto tra fede e ragione – la filosofia cristiana – lo si trova solo nella religione cattolica. E così, infatti, è. Solo la religione cattolica pensa che Dio non sia il “Totalmente Altro”, solo la filosofia cattolica sostiene il principio dell’analogia, rifiutato risolutamente dai protestanti, secondo cui è possibile passare con la ragione dal creato al Creatore perché il Creato dice qualcosa del Creatore. Solo la fede cattolica – come scriveva Augusto Del Noce, uno dei grandi Premiati dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano – contiene in sé una metafisica e per svilupparla la ragione non deve uscire dal rapporto con la fede.

 

Il problema della filosofia cristiana è assolutamente centrale. Vorrei aggiungere un ultimo elemento che spiega questa importanza. La filosofia riguarda la ragione e la ragione riguarda il piano naturale. Senza filosofia cristiana il piano naturale non entra in rapporto con quello sovrannaturale. La Chiesa non ha più titolo per pronunciarsi su questioni etiche e sociali e per promuovere una sua Dottrina sociale. La Chiesa non ha più diritto di presupporre una legge morale naturale che la ragione può scoprire con le sole sue forze. La Chiesa non ha più diritto di rapportarsi al potere politico pretendendo da esso il rispetto del diritto naturale e cristiano. La Chiesa non ha più diritto di dire la sua su educazione, famiglia, vita, matrimonio. La Chiesa non può più avere la pretesa di dire delle verità che si incontrano con le verità umane naturali e le illuminano. La Chiesa deve rassegnarsi ad esprimere una opinione tra le opinioni. Ad una ragione ormai incapace di sapere cosa significhi verità, la Chiesa dovrebbe rinunciare ad annunciare delle verità, pena essere incompresa. E così sta avvenendo, la Chiesa sempre meno è convinta di annunciare delle verità, mentre è sempre più convinta di proporre una esperienza, illudendosi in questo modo di essere maggiormente compresa dal mondo.

La scissione tra ragione e fede sarebbe la fine della religione cattolica e della Chiesa cattolica. Le forze antagoniste mirano a questa scissione. Il fine ultimo è di demolire la religione cattolica, lo strumento è di negare non direttamente la fede ma la ragione. La fede il mondo te la concede, basta che tu non rivendichi l’aggancio strutturale con la natura e la ragione e viva la tua fede nello spazio privato e devozionale e non in quello pubblico e politico.

Negando la natura, si rende indirettamente impossibile anche la soprannatura. Se sparisce l’esperienza naturale del padre e della madre diventa impossibile pensare Dio come Padre e Maria Santissima come Madre. Se tutta la filosofia moderna nega la natura e se in tutti i licei e seminari si insegna che la natura dell’uomo non esiste perché egli è un essere totalmente storico, come possiamo pensare che la soprannatura possa sopravvivere nel sentire comune?

Nell’Occidente c’è una nuova forma di persecuzione dei cattolici che consiste nel vietare loro la presenza della fede nello spazio pubblico, di impedire loro di mostrare la coerenza tra quanto dice la loro fede e quanto dice la ragiona umana. Per questo il mondo oggi dice che la fede è irrazionale e non ha quindi titolo a parlare in pubblico, ma così facendo non salvaguarda la autonoma dignità della ragione, che diventa essa stessa sempre più irrazionale. La fede e la ragione si salvano insieme, e questa è la filosofia cristiana.

 

Riferimenti:

BENEDETTO XVI, Omelia all’Islinger Feld, Monaco di Baviera, 12 settembre 2006.

ID., Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006.

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BOGLIOLO, Luigi, Come si fa filosofia a cent'anni dalla Aeterni Patris, Quadrivium, Genova 1980.

ID., La filosofia cristiana. Il problema, la storia, la struttura, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1986.

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RATZINGER, Joseph, Il Dio della fede e il Dio dei filosofi. Un contributo al problema della theologia naturalis, Marcianum Press, Venezia 2007.



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Affrontare il tema dell’obiezione di coscienza (odc) oggi significa partire dal dato di cronaca, per scoprire che si tratta di un diritto tutt’altro che tutelato. Da questa considerazione ha preso le mosse l’intervento di Alfredo Mantovano, Giudice della Corte d’Appello di Roma e Vicepresidente vicario del Centro Studi Rosario Livatino, che lunedì 6 marzo è intervenuto a Bassano per una conferenza dal titolo “Liberi di dire no. Obiezione di coscienza e leggi ingiuste”. Se, come si diceva, è necessario partire dall’attualità, qual è lo scenario che ci si presenta? È uno scenario a tinte piuttosto fosche, basti pensare agli episodi più recenti come il bando per soli medici non obiettori all’Ospedale San Camillo a Roma e quello dell’ASL di Rovigo per l’assunzione di biologi, ma solo se non obiettori sulla fecondazione eterologa. E non sono nemmeno i primi casi, ha specificato Mantovano. Il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti aveva già emesso un provvedimento nel quale si vietava la presenza di ginecologi obiettori di coscienza nei consultori.

Da parte loro, anche i mezzi di comunicazione danno un contributo decisamente distorsivo, inducendo nell’opinione pubblica l’impressione che oggi vi sia un’emergenza legata alla pratica di prestazioni come l’aborto a causa dell’alto numero di professionisti obiettori. “Se non partiamo dal dato concreto continuiamo a dire stupidaggini”, ha commentato Mantovano introducendo la relazione sull’attuazione della legge 194, che recita espressamente che “non emergono problemi” sull’attuazione della legge. E allora, ha chiosato il giurista, “di che parliamo?”. I numeri parlano di una realtà che è ben lontana dalle connotazioni emergenziali che i media oggi vogliono tratteggiare: “ogni medico non obiettore esegue di media 1,6 aborti a settimana, non proprio un carico di lavoro che fa crescere le liste d’attesa o che impone di respingere chi vuole praticare un aborto”.

Allora è importante fare chiarezza e chiedersi se l’odc nel nostro ordinamento riguarda solo la vita e la morte o se invece si espande anche ad altri settori e, in secondo luogo, è necessario interrogarsi se sia possibile enucleare dei principi di riferimento comuni che individuano il principio di odc, come degli “elementi costitutivi” del diritto all’obiezione.

Quanto alla prima questione, bisogna rilevare che l’odc viene introdotta nel nostro ordinamento nel 1972 con la previsione di obiezione al servizio militare, nel 1978 viene prevista nella legge 194 per il personale medico che non intenda eseguire interruzioni di gravidanza, nel 1993 viene estesa alla sperimentazione animale e infine viene stabilita per la pratica di fecondazione eterologa con la legge 40/2004. Si tratta quindi di un istituto che negli anni ha toccato ambiti diversi della vita della società.

Il susseguirsi di questi interventi fa sì che si possa quindi enucleare un insieme di caratteristiche comuni che delineano l’istituto dell’odc nel nostro ordinamento. Innanzitutto, l’obiezione si pone a fronte di un obbligo giuridico imposto da una legge, in secondo luogo l’esenzione consentita dall’odc è incondizionata e non può essere subordinato a condizioni esterne. La terza caratteristica costitutiva dell’odc è che l’obiettore è chiamato a svolgere un’attività di carattere diverso rispetto a quella oggetto di obiezione, che discende (quarto “elemento comune”) da una semplice dichiarazione, e non da una domanda che debba essere accettata da un terzo. Inoltre, l’esenzione è assoluta e riguarda tutti gli atti che sono legati causalmente all’oggetto dell’obiezione. Infine, non vi deve essere una sanzione per l’obiettore.

Fatte queste premesse, perché in 45 anni il legislatore ha previsto l’odc in campi così diversi? È una “gentile concessione” del potere? “Certo che no – ha commentato Mantovano – perché l’odc è costituzionalmente garantita e sancita: il legislatore, in materie gravi e importanti, è obbligato a garantire la possibilità di obiezione”. Certo, oggi è più difficile parlare di questo tema, perché si fatica a capire di che cosa si parla. Infatti, ha spiegato il relatore, “l’odc non ha a che vedere con le idee politiche, con le emozioni e le opinioni, ma ha a che fare con la nostra dignità”. A spiegarlo è la stessa Dichiarazione universale per i diritti dell’uomo, secondo la quale la coscienza è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali. “La coscienza morale – ha aggiunto – è un giudizio della ragione” che richiama una legge inscritta nel cuore dell’uomo e che gli consente di individuare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. “La dignità della persona esige la rettitudine della coscienza”, ha dichiarato Mantovano, e per questo è proprio la perdita della dignità è la “sanzione” che l’uomo paga quando compie atti contro la coscienza. È una dialettica tra diritto naturale e diritto positivo che c’è sempre stata, e che non sia una questione prettamente religiosa è dimostrato dal fatto che lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, quando parla di legge naturale, lo fa usando anche le parole di Cicerone: «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore. [...] È un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente».

Un’ulteriore conferma dell’importanza dell’odc è confermata dal fatto che la stessa obiezione per il servizio militare rappresenta una deroga all’unico dovere, la difesa della Patria, che la Costituzione connota con il termine di “sacro”.

Oggi, ha proseguito Mantovano, siamo in presenza di un attacco frontale al diritto di obiezione, e “uno Stato che è sulla via di negare l’odc è uno Stato che sta per diventare totalitario”. La violenza del regime non è solo quella dei carri armati, ma è anche quella “che pretende di cambiare l’uomo manipolando il suo dna e manipolando la sua coscienza. La battaglia sull’odc è una battaglia di avanguardia, è una questione che riguarda tutti noi e che deve essere portata avanti con il massimo della consapevolezza e della ragionevolezza”.

Rispondendo alle domande del pubblico presente in sala, Mantovano ha evidenziato come su questi temi l’impegno dei cattolici in politica sia stato quanto meno poco produttivo: “Sant’Agostino diceva che il problema risiede non tanto nei malvagi che fanno il male, ma nei buoni che non fanno il bene”, ha scherzato. Ma non bisogna perdere la speranza, perché “nulla è irreversibile”. Certamente, la prospettiva non è ottimistica: se non cambia nulla, nella prossima legislatura in Parlamento non ci sarà praticamente nessun cattolico in grado di portare avanti e sostenere battaglie sui principi. La ricetta di Mantovano è quella di “giocare all’attacco”, creando una piattaforma di intesa politica “formato famiglia”, in modo da intercettare i milioni di persone che si sono riunite nei due Family day e che avrebbero un certo peso elettorale: “rinunciare oggi alla rappresentanza politica dei cattolici è una grave omissione”.



Si terrà questa sera, lunedì 6 marzo, alle 20:00 presso l'hotel Palladio in città il secondo dei tre incontri organizzati dalla Scuola di Cultura Cattolica per il ciclo di conferenze primaverile. Il tema sviluppato per l'incontro odierno è di estrema attualità e verrà sviscerato da Alfredo Mantovano, giudice della Corte d’Appello di Roma e Vicepresidente vicario del Centro Studi Rosario Livatino.

"Liberi di dire no. Obiezione di coscienza e leggi ingiuste": sarà questo il titolo dell'incontro, che affronterà un argomento tornato nelle ultime settimane agli onori delle cronache. Dopo il suicidio assistito di Fabiano Antoniani (“Dj Fabo”) e ad altre vicende che hanno riportato il dibattito pubblico a parlare di aborto, si sono infatti moltiplicati sui grandi mezzi di comunicazione gli interventi a proposito, in particolare, di eutanasia e di aborto e, di conseguenza, anche dell'obiezione di coscienza in queste delicate materie.

 

Riportiamo alcuni stralci di un ‘intervista rilasciata dal dott. Mantovano all’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa a margine di un convegno promosso dal Centro Studi Rosario Livatino.

D - La cultura moderna assegna un grande valore alla coscienza individuale, anzi potremmo dire che la esalta e la assolutizza, facendone l’unico criterio di valutazione morale. Come spiega che, nel caso della vita o della famiglia, invece, la impedisce?

R - La risposta a questa domanda presuppone la corretta identificazione della natura dell'odc: essa non ha niente a che vedere con la manifestazione di mere opinioni, e ancor di più col semplice legittimo dissenso che si esprime nei confronti di una legge. La coscienza, insieme con la ragione, è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali, come recita il preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo ("Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza"). La coscienza è qualcosa che risuona all'interno dell'uomo e giudica il suo operato: ingiunge all'individuo, al momento opportuno, di compiere il bene e di evitare il male; giudica anche le scelte concrete, approva quelle che sono buone, denunciando quelle cattive. La coscienza morale è un giudizio della ragione: è ben distante dalla suggestione di un momento e chiama in causa la dignità della persona umana, che esige rettitudine. Essa - ed è questo il punto di radicale divergenza da ogni prospettiva anarcoide - richiama ad una legge non scritta dalla persona – e da nessun altro uomo – ma "scritta nel suo cuore", che ha carattere vincolante. Lo Stato mi intima "devi fare questa azione" e minaccia una sanzione se non obbedisco; la coscienza e la ragione mi dicono "non devi fare questa azione”, perché la "sanzione" è la perdita della mia personale dignità. Nell’odc non vi è la rivendicazione di un solipsismo libertario, ma l’aggancio alla realtà di natura, della quale il riconoscimento della vita in ogni momento della esistenza e della famiglia come prima elementare società costituiscono fondamenti ineludibili.

 

“Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” si legge nel libro degli Atti degli Apostoli: cosa aggiunge la fede cristiana al diritto/dovere di obiezione di coscienza?

Mi permetto di ribadire che non si tratta di una questione confessionale. E’ sufficiente ricordare le parole adoperate nel 1991 dalla Corte cost. italiana a proposito dell’odc, per la quale “la sfera intima della coscienza individuale deve esser considerata come il riflesso giuridico più profondo dell'idea universale della dignità della persona umana che circonda quei diritti, riflesso giuridico che, nelle sue determinazioni conformi a quell'idea essenziale, esige una tutela equivalente a quella accordata ai menzionati diritti, vale a dire una tutela proporzionata alla priorità assoluta e al carattere fondante ad essi riconosciuti nella scala dei valori espressa dalla Costituzione italiana.” La fede cristiana aggiunge a queste considerazioni di ordine naturale la consapevolezza che  la propria dignità ha senso in quanto è il riflesso dell’immagine e della somiglianza col Creatore: e per questo merita il posto centrale.



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“Martire del potere e cristiano che non venne mai a compromessi”. Così ha definito Tommaso Moro, durante l’incontro di lunedì 6 febbraio a Bassano, lo scrittore Paolo Gulisano, autore di un recente volume intitolato “Un uomo per tutte le utopie. Tommaso Moro e la sua eredità” (Ancora, 168 pp., 15,00 €).  L’immagine di Tommaso Moro è strettamente legata all’idea del martirio e a quella dell’impegno sociale e politico, e non a caso è stato nominato patrono dei politici nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II. A renderlo santo, tuttavia, non è solo il martirio, ma tutta la sua vita. La sua testimonianza è quanto di più attuale ci sia al giorno d’oggi: nel 1929 lo stesso G. K. Chesterton sosteneva che la figura di Moro “non è ancora così importante come sarà tra un centinaio d’anni”, e ci siamo quasi. L’esempio di Moro è quello del “cristiano come di un uomo della realtà”, ha spiegato Gulisano: era uno dei migliori avvocati di Londra, era impegnato in politica (arriverà a ricoprire l’incarico di Lord Cancelliere), era ricercato come consigliere perché era un uomo di profondissima fede. Tale era la sua disponibilità che il suo amico Erasmo da Rotterdam, lo definì “un uomo per tutte le ore”.

Non bisogna però commettere l’errore di considerare la figura di Moro come quella di un martire di 500 anni fa. “È uno come noi, qui, oggi”, ha commentato Gulisano. Studia e cresce nell’Inghilterra appena uscita dalla Guerra delle Due Rose e che vede l’ascesa al potere dei Tudor. Un periodo in cui il mondo sperimenta “la prima grande globalizzazione, perché si scopre che il mondo non è più solo l’Europa e basta”. Assieme ad Erasmo, Moro è esponente di un nuovo umanesimo cristiano, e si impegna con i suoi scritti per recuperare il patrimonio cristiano medievale.

È significativo il fatto, ha sottolineato il relatore, che Machiavelli scriva il Principe solo tre anni prima che Moro scriva Utopia. Significativo perché dicono il contrario l’uno dell’altro. Se per uno “il fine giustifica i mezzi”, per l’altro “un fine cattivo non ammette nemmeno un mezzo buono”. Con Martin Lutero, invece, il giurista inglese avrà modo di disputare direttamente, essendo l’autore di un testo nel quale confutava una per una tutte le tesi eretiche del frate. Opera che gli valse l’ammirazione del sovrano Enrico VIII, che successivamente avrebbe invece creato il “casus belli” per la rottura: il Re, che chiede l’annullamento del matrimonio per potersi unire con Anna Bolena, si scontra con Moro, che non scende a compromessi con la verità. Enrico VIII, ha commentato Gulisano, “cerca l’occasione per creare una frattura con la Chiesa, per romperne l’unità per motivi di avidità, perché vuole un’Inghilterra che si misuri come superpotenza con Francia e Spagna, ed ha quindi bisogno di ricchezze – quelle della Chiesa – per poter creare una flotta e per poter conquistare”.

In questa situazione, Tommaso Moro si rifiuta di fornire gli strumenti giuridici per consentire al Re di ottenere ciò che vuole. Non cerca, però, lo scontro, ma si dimette e si ritira. Verrà imprigionato nella Torre di Londra, tenuto in condizioni disumane, senza mai perdere però il dono dell’eutrapelia, il buonumore (è celebre la sua battuta fatta al boia andando al patibolo: “boia, aiutami a salire, che a scendere ci penso da solo”), verrà perseguitata la famiglia senza che però nessuno ceda al compromesso.

La testimonianza di Moro è quella di un uomo che “insegna a combattere per la Verità e che ci dice che la politica va fatta per il bene comune per dare realizzazione a tutte le virtù”, ha detto Gulisano. Un realismo cristiano che Tolkien riassume nella frase che da pronunciare a Gandalf nel Signore degli Anelli: “Altri mali verranno. Ciò che spetta a noi è lasciare a chi verrà dopo di noi terre buone da coltivare”. Anche oggi, ha aggiunto Gulisano, “serve una testimonianza vera in tutta la vita”. Non si tratta di cercare il martirio, perché nemmeno Moro lo cercò, accettandolo però per una questione di obiezione di coscienza. Anche oggi, ha concluso il relatore, si stanno riducendo gli spazi per l’obiezione di coscienza: “tu devi eseguire gli ordini del potere, ma questa è idolatria. È una battaglia che non possiamo perdere, una frontiera su cui dobbiamo stare, anche rischiando di perdere il lavoro”.



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“E vissero felici e contenti”. È con questa frase, che nella memoria di tutti delinea il lieto fine delle favole, che ha intitolato il suo ultimo libro lo psichiatra e psicoterapeuta Roberto Marchesini, ospite della Scuola di Cultura Cattolica lunedì 5 dicembre per l’ultimo incontro del programma autunnale. Vivere felici e contenti è un auspicio che hanno sicuramente tutti quelli che convolano a nozze, salvo poi scontrarsi con le difficoltà della vita di tutti i giorni e scoprire che non è affatto cosa scontata né facile. Forte della sua esperienza professionale, Marchesini ha deciso di scrivere questo volumetto che affronta i nodi essenziali del rapporto di coppia perché – in fondo – “negli anni tutti quelli che mi hanno manifestato difficoltà nel matrimonio mi dicevano le stesse cose, e io rispondevo sempre allo stesso modo”. Da qui l’idea di fornire un supporto rivolto a tutti.

L’interrogativo di partenza è stato: perché ci si lascia? La risposta sta nel fatto che “la gente si sposa per essere felice”. Sembrerebbe forse un’affermazione provocatoria, ma il riscontro che Marchesini ha è inequivocabile: dal Secondo Dopoguerra la gente si sposa per essere felice, ma non trova la felicità nella coppia. Il problema è chiaro: “il matrimonio non è, come oggi ci fanno credere, il culmine dell’innamoramento da farfalle nello stomaco che deve durare per sempre, né è una partita doppia in cui ciò che ricevo deve essere almeno pari a ciò che do”. Il vero amore, che è “volere il bene di un’altra persona, volere la felicità di un altro prima della propria”. Per averne conferma, basta leggere le promesse matrimoniali, là dove le formule esprimono chiaramente una scelta, una volontà chiara e pienamente libera degli sposi. “Il prete durante il matrimonio non chiede se gli sposi sono innamorati, ma se vogliono dedicarsi alla felicità dell’altro”. Il matrimonio è l’inizio di un cammino in cui uno trasforma la concupiscenza in dono all’altro, ed è un problema, alla fine dei conti, eminentemente vocazionale perché riguarda l’interrogativo su “che cosa faccio io della mia vita?”. È questo, ad esempio, l’aspetto che la convivenza accantona, quello vocazionale, perché porta a prendere un impegno a tempo determinato tendendo ad assolutizzare il sentimento dell’innamoramento. “Non si tratta di fare una morale matrimoniale – ha spiegato – ma di creare le condizioni e il contesto nel quale la morale matrimoniale abbia un senso, perché più importante di tutto è parlare alla gente dello scopo della propria vita”. Allo stesso modo, si potrebbe dire che oggi anche il fidanzamento non è vissuto in tutte le sue potenzialità. Il fidanzamento dovrebbe essere “la preparazione al momento in cui decido cosa fare della mia vita, ma non siamo abituati a pensare in questi termini”.

La persona, ha proseguito Marchesini, nella vita attraversa due fasi, “una da figlio e una da genitore”. Nella prima riceviamo; nella seconda “sentiamo il bisogno di occuparci dei bisogni degli altri”. Usando una metafora, si può dire che nella prima fase “qualcuno riempie il nostro bicchiere” mentre nella seconda ci si chiede “a chi posso dare da bere questo bicchiere?”. Questa è una verità – ha commentato Marchesini – non solo di fede, ma antropologica e filosofica. Si trovano riferimenti a queste considerazioni in Aristotele, Seneca, Kierkegaard e addirittura in Adam Smith. Sotto questo punto di vista, il matrimonio “è il modo di realizzare se stessi occupandosi della felicità altrui”.

C’è poi da fare una constatazione che sembra elementare, ma è fondamentale: uomini e donne sono diversi. Se da una parte gli uomini per loro indole tendono a dare consigli e soluzioni concrete, le donne preferiscono condividere ed essere ascoltate. Partire dalla consapevolezza di questa differenza è fondamentale affinché la vita matrimoniale sia serena. Importante è anche quanto ha detto Papa Francesco a proposito del matrimonio, quando ha parlato di tre parole fondamentali per la vita di coppia: “permesso, grazie, scusa”.


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“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Così parlava il card. Joseph Ratzinger il 18 aprile 2005 durante l’omelia della Messa pro eligendo Romano Pontifice che apriva il Conclave dal quale proprio lui sarebbe uscito Papa. Ed è da qui che padre Maurizio Botta è partito per la conferenza tenuta a Bassano per la Scuola di Cultura Cattolica lunedì 14 novembre. Un incontro dedicato ad un tema quanto mai attuale, cioè quella “dittatura del relativismo” che lo stesso Ratzinger definì con quest’espressione poi divenuta linguaggio comune.

“Se Dio non esiste, tutto è lecito”, diceva Ivan Karamazov. “Ma siamo proprio sicuri che sia così?” si è chiesto p. Botta. Se bastasse il riferimento a Dio, come si spiegherebbero, per esempio, i milioni di vittime fatti dalle SS, che sulla fibbia della cintura portavano la scritta “Gott mit uns” (Dio con noi)? Che cosa distingue, insomma, lo Stato da una grossa banda di briganti? Un interrogativo che si poneva già s. Agostino e che Benedetto XVI ha riproposto durante un altro suo discorso magistrale, di fronte al Parlamento tedesco nel 2011. “Dove si attacca il diritto – ha rilanciato p. Botta – e come si fa a capire che una legge è ingiusta?”. La risposta sta nella legge naturale. Ma che cos’è la legge naturale? “È una realtà su cui si può costruire un film o una serie televisiva con un successo sicuro”. Il motivo per cui una serie televisiva costruita sulla legge naturale avrebbe sicuro successo è presto detto: “perché l’uomo è uguale dappertutto e sempre”, ha affermato p. Maurizio. “C’è un criterio evidente in tutti noi – ha aggiunto – e se togli questo salta tutto”. Provate a immaginare, scriveva Clive Staples Lewis in “L’abolizione dell’uomo”, un paese in cui si ammiri chi fugge in battaglia o chi inganna un amico. Ed è a questa legge naturale scritta dentro ogni uomo, della quale i dieci comandamenti sono una conferma e un compimento, che si aggancia il diritto e a cui deve fare riferimento una legge per essere considerata giusta. Ed è in caso di leggi contro la morale naturale che il cristiano è tenuto a disobbedire. “Se non siamo convinti di queste cose, come facciamo ad andare ‘ad extra’ ad affermarle?”, si è chiesto p. Botta.

Oggi però c’è un altro problema, ed è invece un problema “ad intra”, all’interno della Chiesa, e riguarda la figura di Gesù, “che è lontanissimo da come ce lo immaginiamo”. Ci sono molti passaggi nella Scrittura che evidenziano la forza della presenza fisica di Cristo che, ha spiegato p. Maurizio, “grida, ordina, ha la forza fisica per far uscire pecore e buoi dal tempio, canta, scaccia i demoni”, e fa un sacco di cose che non ci immagineremmo perché non ci si pensa e tanta predicazione non lo risalta mai, facendolo passare quasi come un “fricchettone”, una figura per certi versi caricaturale. Il problema che abbiamo oggi, insomma, è con Gesù, che riteniamo lontano “perché non lo vediamo, invece è presente e vivo: vive e regna”. Eppure quando si parla di Lui, l’interesse è vivissimo, perché “è la risposta che il cuore dell’uomo attende”. Un uomo che, come sottolineava Lewis, sa che la legge universale c’è ma nessuno riesce a rispettarla fino in fondo: chiunque di noi sa sempre come dev’essere il suo migliore amico, eppure sappiamo contemporaneamente che noi per primi non riusciamo ad essere così migliori amici degli altri. Sentiamo il richiamo della legge naturale, acconsentiamo ad essa, ma all’atto pratico non riusciamo a darvi seguito fino in fondo, accampando quando ci fa comodo tutte le scuse necessarie a giustificare le nostre mancanze.

“Senza Gesù Cristo non mi posso liberare da solo dalla mia cattiveria e dalla mia incapacità ad amare – ha aggiunto p. Maurizio – e per questo lo amo fino in fondo, non è un semplice batticuore”. È questo, ha chiosato, “il relativismo che mi preoccupa di più, il relativismo su Gesù Cristo”, che ha detto cose che non ha detto nessuno nella storia. Per questo “è una scemenza da ignoranti dire che tutte le religioni sono uguali”. Uno che dice le cose che ha detto Gesù, che si è sempre posto al livello del Padre, “o è davvero Dio o è un pazzo malato”. “Io ho fatto la mia scommessa – ha concluso – che Gesù è Dio vivente e per questa cosa ho dato tutta la mia vita non perché sono uno stupido, ma perché sapevo che appartenere a Cristo è il meglio”.



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Un premio per essere “una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea”. È questa una delle ragioni indicate nella motivazione con la quale è stato assegnato da parte della Scuola di Cultura Cattolica il 34° Premio Internazionale Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir, gesuita copto considerato tra i massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano.

Il Vecchio Continente sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, ha introdotto il prof. Sergio Belardinelli, presidente della Giuria: “è come se all’oggettiva difficoltà dei problemi si aggiungesse sorta di essiccamento delle energie culturali e spirituali necessarie a fronteggiarli”. Ed ha aggiunto: “se per anni ci siamo preoccupati soltanto di neutralizzare le differenze culturali, a tutto vantaggio di identità debole, sfumate, liquide, fino ad auspicare che il modo migliore di dialogare con tutti fosse quello di farsi nessuno – ha chiosato Belardinelli – oggi vediamo emergere ovunque in Europa un’ostentazione d’identità sempre più vacua, aggressiva ed escludente”. L’Europa ha smarrito se stessa, una volta che si è indebolito il principio antropologico universale (cristiano) che sta alla base dell’identità europea. Sotto questo punto di vista, ha concluso Belardinelli, il premio a p. Samir conferma che “i grandi problemi che abbiamo di fronte all’urgente bisogno, implorano quasi, che la nostra fede sappia farsi cultura, intelligenza della vita e della storia”.

Intervistato dal giornalista Giorgio Paolucci, Samir Khalil Samir è quindi intervenuto su molte questioni legate al rapporto tra il Cristianesimo e l’Islam: “non ho mai avuto problemi di fratellanza e di dialogo con i musulmani”, ha esordito il premiato. Dialogo che, ha proseguito, “se è sul principio, è facile”. I problemi nascono perché loro ritengono l’Occidente pagano, arrogandosi il diritto – come previsto dal Corano – di esercitare violenza su chi ritengono miscredente. “Il terrorismo nasce dall’ideologia”, ha aggiunto lo studioso. Quando basta dire che un soggetto è un miscredente per avere il diritto di ucciderlo, o saperlo credente ma non nella fede islamica per potergli imporre una tassa da riscuotere con umiliazioni, basta poco per dare la stura ad episodi di terrorismo. Non bisogna però cadere nell’equivoco, ha puntualizzato, di pensare che questa sia la visione di tutto il mondo musulmano: “la maggioranza non la pensa così, ma basta che ci sia una minoranza convinta della bontà di questo insegnamento per condizionare tutti gli altri”. Così, in molti si limitano a dire che l’Isis non rappresenta l’Islam, accettando una posizione di comodo che finge di non vedere che questi episodi sono né più né meno che l’applicazione fin nel più piccolo dettaglio di quanto previsto dal Corano. Le prime vittime sono i musulmani stessi, ha proseguito il premiato, in particolare quelli più poveri che si trovano bombardati da entrambe le forze in campo, ed i cristiani, che “sempre saranno attaccati”.

Oggi i paesi islamici sono in preda ad una confusione, ha spiegato p. Samir, a causa della mancanza di una guida. “Fino agli anni Sessanta la crisi era solo di principio, ma non riguardava la quotidianità, c’era libertà dappertutto”. La spallata definitiva è stata data dalla venuta delle ideologie socialiste, che hanno lasciato come eredità dei regimi islamisti radicali, a partire dal wahabismo dell’Arabia Saudita, che ha come obiettivo un ritorno al Corano interpretato alla lettera e l’affermazione della sharia. Non a caso, ha affermato, “l’Arabia Saudita è l’unico paese a non avere una Costituzione: dicono che la loro Costituzione è il Corano”. Attraverso la creazione delle scuole islamiche, che formano ogni anno migliaia di imam, ma più di ogni altra cosa grazie al denaro che ottengono attraverso il commercio del petrolio, l’islamizzazione continua in tutti i paesi in cui è condivisa questa equivalenza tra religione e politica come ad esempio l’Egitto, ma anche l’Indonesia, il Pakistan, il Bangladesh. Sta proprio qui, ha detto p. Samir, il problema principale: “non c’è distinzione tra religione e politica”. La prima permea tutta la vita, pubblica e privata, dei cittadini. Nell’Islam non c’è la distinzione che Gesù Cristo fece tanto efficacemente quando affermò “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Venendo ai problemi di casa nostra, è necessario proporre un’integrazione che possa stabilire una convivenza positiva. “L’integrazione è molto più difficile per loro che per noi – ha ammesso lo studioso – perché per loro non c’è distinzione tra legge civile e Corano” e tutto ciò che vivono è insieme sia religioso che politico. Questa distinzione il Cristianesimo ha iniziato a farla a partire dallo stesso Gesù che, provocando lo scandalo dei farisei, compiva miracoli di sabato, contravvenendo a quanto diceva la legge e spiegava che bisogna “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Il Vangelo, contrariamente al Corano (che detta le regole di tutto il vivere, dal modo di mangiare a quello di vestirsi, al modo di rapportarsi con gli altri, ecc.), dà come unica norma quella dell’amore. “Essere cristiano – ha commentato Samir – richiede un discernimento ad ogni passo: cosa avrebbe fatto Gesù al mio posto?”.

Da parte nostra, infine, bisogna chiedersi in che modo noi ci poniamo di fronte al problema dell’integrazione. “Una volta i missionari andavano in nord Africa per annunciare il Vangelo; oggi non c’è bisogno di andare, Dio ce li manda, ma non c’è nessun cristiano ad annunciare il Vangelo”. C’è una chiesa in ogni strada, c’è una Bibbia in ogni casa, siamo milioni di cristiani, “ma nessuno parla con loro di Cristo”.

Quello della testimonianza cristiana è un punto che il premiato ha toccato anche la sera di giovedì 13 ottobre, durante un incontro riservato ai responsabili delle Opere di don Didimo Mantiero. Cosa succederebbe, si è chiesto, se qualcuno si proponesse di annunciare il Vangelo ai profughi che arrivano? “Ci sarebbe probabilmente qualche vescovo che condannerebbe l’iniziativa dicendo che non dobbiamo fare proselitismo”. Si tratta però non di fare proselitismo, ma “di annunciare la cosa più bella che ho”. Amare l’altro è amare la verità, e questa è la base dell’amicizia con tutti, “ma la verità non serve se non sappiamo dirla nel modo giusto”. Noi viviamo in un mondo “sempre meno cristiano cattolico; c’è chi non annuncia Cristo per timidezza o per falso rispetto umano”. Tuttavia, ha proseguito, “se non c’è conoscenza della verità non c’è possibilità che l’altro eserciti la sua libertà”. Lo spirito del Vangelo è la nostra tradizione culturale, e noi “abbiamo una missione: Dio lascia che vengano a noi, e noi dobbiamo trasmettere la bellezza che viviamo”. L’occidente, ha concluso Samir, non sarà la salvezza per il Medioriente, ma “i cristiani sono importanti come il lievito nella pasta. Lo dicono i musulmani”.

Per l’edizione del 2016, il Premio ha ottenuto il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Vicenza, del Comune di Bassano del Grappa, di Bassano Banca e dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thûan sulla Dottrina sociale della Chiesa.



Segnaliamo con gioia e soddisfazione che il settimanale Tempi ha deciso di dedicare la copertina del numero in edicola dal 20 al 27 ottobre al nostro Premio Cultura Cattolica a p. Samir Khalil Samir.

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È stata una testimonianza intensa, vissuta e commovente quella che lunedì 7 ottobre ha portato a Bassano Rodolfo Casadei, intervenuto per un incontro sul tema “La sofferenza dei cristiani nella sofferenza del mondo. Storie da Turchia, Iraq, Nigeria, Egitto e Siria”. Casadei, inviato che da diversi anni racconta che cosa succede sullo scacchiere mediorientale e non solo ai lettori del settimanale Tempi ha portato con sé una corposa raccolta di foto, immagini raccolte sul campo e che raccontano come vivano, in quella parte di mondo sconvolta dalla guerra, i nostri fratelli cristiani. Che si trovano a dover dare quotidianamente una testimonianza di fede che può richiedere la vita. Casadei ha ripercorso le storie di incontri ed amicizie fatti in occasione dei suoi numerosi viaggi in questi paesi funestati dai conflitti che alla violenza in sé aggiungono la matrice di tipo religioso, facendo dei cristiani dei “bersagli privilegiati”.

“La guerra e la violenza colpiscono tutta la società”, ha spiegato il reporter: “i cristiani sono un bersaglio particolare, soprattutto nei paesi del vicino oriente, perché la presenza cristiana è in se stessa la più grande risposta, la più grande opposizione e contraddizione rispetto alla logica della guerra santa e del jihadismo”. Per questo i cristiani sono i primi nemici. “C’è una logica religiosa innegabile – ha continuato – in chi vuole imporre e sottomettere le persone all’Islam, che è la logica dei ‘sacrifici umani’, per cui per rendere gloria a Dio si uccidono degli esseri umani”. Il Cristianesimo invece propone la logica opposta, quella della croce. Nel Cristianesimo c’è un solo sacrificio, quello di Gesù, e quello è “il sacrificio che mette fine a tutti i sacrifici”. Non a caso, ha commentato, “la croce è odiata dai jihadisti”. “Sulla croce Dio stesso versa il suo sangue, e la croce è l’inizio di un’umanità nuova, che non ha più bisogno di sacrificare alcunché per assicurarsi la benevolenza di Dio”.

I terroristi sono pronti a morire, e soprattutto sono pronti a uccidere, per la loro causa. I cristiani sono pronti a morire per la fede, ma la loro ottica non è quella di chi va a scegliere un bersaglio; i cristiani si organizzano per la difesa di ciò che hanno (le case, le famiglie, le chiese). Vivono con una prospettiva che è l’esatto contrario di quella del terrorista. Chi professa il jihad è pronto a morire e trova qualcuno come lui che non ha paura di farlo; tuttavia, il cristiano lo fa senza voler diventare un assassino e senza voler far del male ad altri.

“I terroristi non hanno paura di noi occidentali, che siamo ricchi e potenti ma abbiamo paura di morire”, ha concluso Casadei. Proprio a causa di questa paura di morire, il jihadista è sicuro di sconfiggere l’uomo occidentale. Ma nelle zone di guerra si trova di fronte a qualcuno che come lui non ha paura di morire e allo stesso tempo non vuole divenire un assassino. “Questa è l’opposizione più decisa, ed è per questo che i cristiani continueranno ad essere un bersaglio privilegiato dei jihadisti”.

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