Le opere di don Didimo Mantiero



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Guardare il Sessantotto da un altro punto di vista. Era l’obiettivo di Giancarlo Cesana, professore onorario di Igiene all’Università di Milano Bicocca, invitato a Bassano del Grappa dalla Scuola di Cultura Cattolica per l’ultimo incontro del ciclo primaverile di conferenze. Un punto di vista, il suo, sicuramente particolare, essendo stato in quegli anni tra i principali collaboratori di don Luigi Giussani, il fondatore di Gioventù Studentesca prima e Comunione e Liberazione poi. Un’esperienza per lui decisiva alla quale arriva in maniera inaspettata. Cresciuto in un ambiente “cattolico spinto” in Brianza, considerata allora la Vandea d’Italia, “a 14 anni ero avviato verso un cristianesimo secondo me”. È un momento di grande confusione nella Chiesa: “facevamo grandi marce per la pace, ma si perdevano i grandi riferimenti tradizionali che sostenevano la vita”.

La svolta giunge negli anni dell’università, che “viene occupata e dopo 6 anni, quando mi sono laureato, era ancora occupata”. In quegli ambienti, ha commentato, “ho visto cos’è il comunismo, perché la ribellione che era partita contro l’autorità, si è poi riversata nel marxismo. Innanzitutto, non potevi mettere fuori neanche un manifesto, poi ti menavano, non potevi fare le assemblee”.

La svolta, tuttavia, non arriva dalla politica, ma da una questione sentimentale: “mi innamorai di una che non ci stava, e questo mi obbligò a pormi una domanda: o sono sbagliato io o la soluzione che cerco non è quella che pensavo”. È così che il giovane Cesana fonda un gruppo parrocchiale che inizialmente avversa proprio quella Gioventù Studentesca che aveva come indicazione educativa “la caritativa”: “andare in mezzo ai poveri per educarsi a capire come Dio aveva condiviso i nostri bisogni, per cercare di capire la Verità”.

Durante un campeggio estivo, però, gli capita di ascoltare la registrazione di un sacerdote che chiedeva quali fossero le prime parole di Gesù all’inizio della sua predicazione: “venite e vedete”. Quel sacerdote era don Luigi Giussani. Il quale invitava a partire dall’esperienza e proponeva l’annuncio cristiano in maniera del tutto inedita. Diceva infatti Giussani: “voi, se cercate la verità, non potete pensare che essa sia quello che ritenete voi, perché se la verità siete voi non può esserci una verità più grande. Per conoscerla, la verità, va provata: iniziate dalla vostra tradizione, da ciò che vi dicono della verità le persone che sono vicine a voi, provate, e poi vedete se vi corrisponde”. “Questo approccio cambiò il mio Sessantotto e iniziai a guardare con uno sguardo diverso la tradizione, che il movimento rivoluzionario voleva letteralmente abbattere, e poi come valutazione delle cose, di ciò che era giusto o sbagliato. Per me in un attimo era cambiato il mondo”.

Tuttavia, ha proseguito, “la mentalità generale rimaneva tutta di sinistra” e questa avrebbe favorito l’instaurarsi di un’impostazione culturale relativista della quale non ci siamo più liberati (“ha ragione Berlusconi quando dice che il grillismo di oggi è un ’68 andato oltre la data di scadenza”). Di questo clima capisce tutto il grande filosofo Augusto Del Noce, il quale già nel 1968 scrive che l’insurrezione giovanile nasceva come reazione alla società del benessere fine a se stessa, cioè di una società che vedeva nel benessere l’unico sbocco della vita. Una situazione che coinvolgeva anche tante famiglie cattoliche, “che andavano in chiesa la domenica, ma che raccomandavano ai figli non l’ideale cristiano, ma di prendere il posto in banca”. Così i giovani insoddisfatti si erano affidati all’ideologia marxista, che essendo materialista non era sufficiente a dare una risposta a chi cercava la verità. Come prevede Del Noce, “il movimento di ribellione sarebbe stato riassorbito in una società narcisistica, l’unica capace di coniugare le istanze rivoluzionarie con la ricerca del proprio benessere personale”.

Per contrastare questa situazione, l’indicazione di don Giussani è di “non essere reattivi e di ripartire dall’originalità”. Impostare la propria attività come reazione a una provocazione altrui significa che il criterio della propria azione, del proprio pensiero e della propria risposta non è dentro di sé, ma negli altri. Così “iniziammo a preoccuparci meno di quello che pensavano gli altri, e di più a quello che vivevamo noi”.

La ricetta di Giussani è valida ancora oggi: “bisogna partire dall’originalità, da ciò che ci costituisce originariamente, e prima di tutto c’è Cristo”. Bisogna rientusiasmarsi dell’inizio, del fatto che la morte non ha vinto su tutto, “che l’ultimo punto di vista sulla vita non è la morte, quindi si può dare la vita per gli altri con gratuità”. Bisogna ripartire daccapo, ha concluso Cesana, da un cristianesimo degli inizi, da una testimonianza di una vita diversa, di un’umanità altra, da un incontro con una presenza che scuote la vita.

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